Il potere della casta secondo Jean-Jacques Rousseau

Il 28 giugno 1712 nasceva a Ginevra Jean-Jacques Rousseau, filosofo e scrittore svizzero di lingua francese, tra i primi a spiegare il rapporto tra individuo e rappresentanza politica. Per festeggiare i tre secoli del pensatore elvetico, pubblichiamo un brano tratto dal Discorso sulle scienze e s...

Rousseau
1 Luglio Lug 2012 1055 01 luglio 2012 1 Luglio 2012 - 10:55
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Rousseau politico, ha scritto una volta Eugenio Garin, uno dei maestri della storia della filosofia del secondo dopoguerra, è vivo perché «rovesciando la particolarità della “politica” nella totalità della “filosofia” impone il “prezzo della verità”, ossia una presa di posizione su tutto il problema della condizione e del significato dell’uomo e della sua storia nella realtà». 

Buon compleanno, Jean-Jacques (Ginevra, 28 giugno 1712)!

Jean-Jacques Rousseau, Il potere della casta

«… un rapporto di cui non si tiene mai conto, mentre si dovrebbe sempre tenerne conto per primo, riguarda l’utilità che ciascuno ricava dal patto sociale, che protegge fortemente gl’immensi possessi del ricco, mentre a un miserabile concede a malapena di godere della capanna che ha costruito con le proprie mani.
Non sono forse tutti i vantaggi della società per i potenti e per i ricchi? Tutti gli uffici lucrativi non sono destinati a loro? Tutte le distinzioni e i privilegi non sono ad essi riservati? E l’autorità dello Stato non è sempre a loro disposizione? Allorché un uomo di rango elevato deruba i suoi debitori o compie altri inganni, non è sicuro dell’impunità? Le bastonate che egli distribuisce, le violenze che compie, persino l’omicidio e l’assassinio di cui si macchia, non lo rendono colpevole: sono cose che si nascondono e di cui nessuno parla più nel corso di sei mesi. Ma allorché lo stesso uomo viene derubato, subito tutta la polizia si mette in moto, e guai all’infelice su cui cade il sospetto.

Allorché deve passare per un luogo pericoloso, delle scorte marciano davanti a lui, e se si rompe la sua lettiga tutti accorrono in suo aiuto. Si fa chiasso vicino alla sua porta? Basta una sua parola perché tutto taccia. La folla lo disturba? Basta un cenno perché tutti si facciano da parte. Se un carrettiere si trova sulla sua via e si mostra di ucciderlo, la sua gente è pronta a caricarlo di botte. Cinquanta onesti pedoni rispettabili che vanno per i fatti loro, vengono spinti e schiacciati contro il muro, affinché un fannullone nella sua vettura non abbia a subire il minimo ritardo. E tutti questi riguardi non gli costano un centesimo; essi sono i diritti dell’uomo ricco, e non già il prezzo della ricchezza.

Quanto diverso il quadro offerto dal povero! Più l’umanità gli deve, più la società gli rifiuta: tutte le porte per lui sono chiuse per lui, anche quando ha diritto a farle aprire; e se ottiene giustizia talvolta, dura più fatica di quanta un altro ne farebbe a ottenere grazia; se ci sono corvées da fare, un esercito da arruolare, la preferenza vien data a lui; oltre il suo carico, porta sempre, anche quello da cui il suo vicino più ricco ha modo di farsi esentare. Al minimo incidente che gli accade tutti si allontanano da lui; se il suo povero carretto si rovescia, anziché trovare qualcuno che lo aiuti, può considerarsi fortunato se evita le angherie degli uomini scattanti d’un giovane duca.

In una parola, nel momento del bisogno gli vien meno qualunque assistenza gratuita proprio perché non ha i mezzi per pagarla; ma lo considero perduto se ha la sfortuna di un animo onesto, di una figlia graziosa e di un potente vicino.

Altra cosa che va notata con non minore attenzione è il fatto che le perdite di poveri trovano rimedio molto meno facilmente di quelle dei ricchi, e che la difficoltà di guadagnare cresce sempre in ragione del bisogno. Con nulla non si fa nulla. Questo è vero negli affari come in fisica; il danaro è il seme del danaro, e talvolta è più difficile guadagnare il primo scudo che il secondo milione.

E c’è di più: tutto ciò che il povero paga per lui, è perduto per sempre, e resta o ritorna nelle mani del ricco; poiché, prima o poi, i proventi delle imposte passano nelle mani delle sole persone che fanno parte del governo che sono ad esso vicine, anche pagando la loro aliquota, queste persone hanno sempre un interesse rilevante ad accrescere il gettito.

Sintetizziamo in quattro parole il patto sociale fra i due stati. Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi povero; stipuliamo dunque un accordo fra noi: permetterò che abbiate l’onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi prenderò dandovi degli ordini».

 

 

 

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