Tutti i sacrifici che dobbiamo fare se vogliamo rilanciare l’Italia

Chi salverà l’Italia? Gli italiani. Teniamo i piedi per terra. Servono sacrifici. Ecco tre idee embrionali per controllare il debito sovrano: la patrimoniale “con il cappotto”, lo sconto sulle tabelle esattoriali e la contribuzione volontaria a un fondo di stabilizzazione nazionale. Il risultato?...

Italia2
1 Luglio Lug 2012 0935 01 luglio 2012 1 Luglio 2012 - 09:35
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Messe Frankfurt

L’andamento delle crisi finanziarie segue lo stesso processo delle migrazioni di lemmings, verso un precipizio a mare, o verso un circuito di pessimismo e di ulteriore panico senza via di uscita. Non è solo la storia di questi ultimi quattro anni dal credit crunch del 2008, ma è un percorso comune di tutte le grandi deflagrazioni della finanza mondiale. Con la sola differenza che, negli ultimi venti anni, la loro incidenza in occidente si era rarefatta.

Mentre ancora si discute dei risultati ambigui del Consiglio dell’Unione del 28 giugno, rimane difficile vedere come un accordo fra i Paesi membri, almeno quelli della zona euro, su passi incisivi e decisi verso un’Europa più forte finanziariamente e politicamente, possa risolvere le tensioni del presente. Ogni riforma avrà bisogno di tempi necessariamente medio-lunghi, perlomeno agli occhi delle Cassandre dei mercati e dei predicatori di un’Apocalisse monetaria prima e sociale poi. Ma c’è un elemento spesso ignorato nel gran gioco mediatico sul futuro dell’Europa e sono gli europei, che è la volontà dei cittadini singoli, di chi vive in un continente dove possiamo spostarci e sentirci a casa ovunque di continuare a credere in una zona e sogni comuni. Lo stesso accade in Italia, dove, anche se i partiti cambiano opinioni sulla base di sondaggi tenuti sicuramente in qualche sala d’aspetto di dentisti varesotti, l’Europa rimane qualcosa a cui guardiamo e nella quale viviamo da decenni, dove i nostri figli viaggiano per studiare e per crescere le loro famiglie.

Una fumata nera del Consiglio d’Europa avrebbe avuto un ulteriore effetto destabilizzante sui mercati finanziari e avrebbe accelerato la corsa dei lemmings di cui sopra verso le scogliere dell’uscita dall’euro dei Paesi più deboli, costretti al salto nel vuoto, o di quelli forti, che magari avrebbero trovato all’inizio un vascello di liquidità per farli navigare, prima di rendersi conto che il comandante viaggia troppo vicino alle coste. Ma una fumata nera sarebbe stata anche un tradimento a quell’Europa dei popoli e della speranza di cui oggi, all’indomani della guerra mondiale della finanza, abbiamo ancora più disperatamente bisogno. 

È certo che il problema rimane su chi salverà l’Europa, o, per essere per un attimo partigiani, chi salverà l’Italia, un Paese da una posizione finanziaria internazionale troppo rilevante per essere ‘bailed out’, senza evitare un cataclisma finanziario di dimensioni globali. In un contesto di raffreddamento dell’economia cinese e indiana del classico periodo attendista negli Stati Uniti, prima delle elezioni di novembre. Penso personalmente che Lehman sarebbe stata salvata se il suo tracollo non fosse avvenuto alla vigilia del voto presidenziale. Dove Bush aveva bisogno di un capro espiatorio. Gli andò male. Come a noi.

Chi salverà l’Italia? Gli Italiani. Noi. I contribuenti, i cittadini italiani in giro per il mondo. Questo a prescindere dalle misure finale del Consiglio d’Europa di questo fine settimana. Misure pressochè credibili e di breve raggio dovranno essere supportate e accompagnate da altri interventi, più strutturali. Di seguito, alcune idee, magari embrionali, ma che possono servire da spunto di riflessione, oltre alle classiche metolodogie di acquisto di bond da parte di Ecb, uso del debito sovrano come collaterale, ricapitalizzazione di banche e i vari Eurobond. L’idea di base è che è giunto il momento che il popolo sovrano prenda il controllo del debito sovrano.

1. Patrimoniale con il ‘cappotto’ – Non si parla di patrimoniale in Italia, sembra una parolaccia, in un Paese che ormai ha infranto tutti i tabù tranne quello ultimo e terminale della ricchezza privata. Di fatto, molti altri Paesi europei hanno avuto e avranno molto più coraggio nella differenziazione del censo anche nel contributo fiscale. Ma anche in questo caso la finanza può offrire soluzioni efficienti e che includano un beneficio per i contribuenti. Se di una rivoluzione copernicana ha bisogno il fisco è proprio quella di un sistema dove non esistono flussi unidirezionali, ma si possono trovare soluzioni che risolvano il problema di funding del breve periodo con soluzioni di rientro. Idea molto semplice: invece di vendere assets statali all’incanto, in un momento nel quale la valutazione di ogni tipo di attività economica, dall’immobiliare all’azionario, fino al debito sovrano è al ribasso, si tratta di raggruppare attività anche difformi in unico veicolo, anche attingendo a posizioni azionarie dello Stato in grandi imprese italiane, per circa 50-100 miliardi di euro.

Questo fondo mobil-immobiliare potrebbe essere controllato e gestito da Cassa depositi e prestiti che già ha le risorse professionali e strutturarli per farlo. A lato, in parallelo, ci vorrà una patrimoniale, ma dove il cittadino contribuente o la società abbia in cambio un’obbligazione rimborsabile a 15 o 20 anni. I proventi della vendita degli attivi verrà usata per un rimborso di Bot e Btp in essere e per assorbire, con conseguente beneficio per lo Stato, il fabbisogno di rifinanziamento di una percentuale del debito in scadenza in un momento in cui il costo marginale del debito pubblico è ai massimi storici. Quindi la patrimoniale sarebbe in realtà un gigantesco anticipo contante e abbinata alla prima idea potrebbe trasformare la patrimoniale in un investimento “salva Italia”.

Il rischio del fondo sarebbe solo limitatamente ‘sovrano’, ma avrebbe una costo del debito assimilabile a quello di una grande societa’ industriale/immobiliare ‘secured’. Paradossalmente molto inferiore al prezzo attuale del debito sovrano, una volta incorporato lo spread. Basti pensare ai tassi a cui si finanzia Eni sul mercato e i rendimenti dei Btp, sulla scadenza decennale parliamo di oltre 1%. Se questi sono gli ordini di grandezza si risparmierebbero solo così 5 miliardi di euro di interessi con un fondo di “soli” 50 miliardi di euro. Questa misura potrebbe essere concepita come un fondo aperto, dove lo Stato potrebbe generare liquidita’ quando ci siano attività pronte a essere dismesse, ancora una volta eliminando o riducendo la variabile della volatilità dei mercati.

2. Pagare ora/Pagare meno o "Playing with Net Present Value" – C’è un problema essenziale con le cartelle esattoriali di Equitalia: sono spesso grida manzoniane in forma di richiesta di pagamento. Non sono dinamiche e non includono, come da molta parte si lamenta, il fattore umano. Una lettera non vede la faccia di chi la legge, non incorpora un credit report o un estratto delle varie banche dati della Banca d’Italia (per esempio la Centrale Rischi) che spieghi in maniera succinta la capacità creditizia del contribuente, molto più di tante telefonate e code agli uffici. Uno Stato sociale deve usare mezzi perlomeno civili e inventarsi maniere nuove per risolvere il contrasto fra giustizia fiscale, lotta all’evasione e contingenze personali/storiche. Ancora una volta un’idea semplice e strutturale scontare le tabelle esattoriali o riformulare il loro pagamento in maniera adeguata alla redditività residua del contribuente.

Si potrebbe pensare a un sistema per il quale Equitalia e l’Agenzia delle entrate possano scontare le tabelle sulla base di una indicizzazione rispetto al costo del denaro per lo Stato. Se l’Italia paga il 6,6% ai mercati per avere denaro a dieci anni, potrebbe benissimo scontare 10-15% per chiunque soddisfi le richieste di pagamento in uno o due mesi dalla data di produzione della tabella. Quello stesso euro ripagato scontato del 10% non dovrà essere rifinanziato al 6,6% annuo (calcolate voi quanto diventa in 10 anni l’interesse su quel capitale…).  Allo stesso tempo, ogni cartella dovrebbe includere un piano di rientro rateale, gia’ predeterminato sulla base del rischio di credito del contribuente, mutuato attraverso le agenzie di credito. È tutto un problema di valore attuale netto. Un'iniziativa del genere avrebbe anche l'effetto di ammorbidire l’immagine draconiana dell’Agenzia delle entrate. Sul gettito totale, dipenderà dalla comunicazione e dall’iniziativa popolare di preferire uno sconto a uno scontro.

3. Contribuzione “volontaria” a un fondo di stabilizzazione nazionale – Sull’esempio di alcuni armatori greci, si potrebbe costituire, su base più o meno volontaria, ma con un accesso incentivato, un fondo controllato dallo Stato che, invece di esigere un balzello via un trasferimento coatto dai conti correnti degli italiani, come si ventila da mesi, permetta a chiunque di contribuire al ripagamento del debito statale, favorendo in maniera più che proporzionale le categorie che in Italia hanno storicamente “pagato” quanto dovuto. Con l’unica differenza che il cittadino o la società che decida di supportare lo Stato potrebbe riceverne un beneficio non solo reputazionale, dato che ogni versamento dovrebbe essere visibile a tutti, nell’ammontare e nominativo, ma ci potrebbe essere un beneficio fiscale, come sconto sulle tabelle esattoriali da quando il Pil italiano tornerà a crescere (per esempio, beneficio fiscale commensurato alla cifra versata, in tre o cinque anni), ovvero una minore tassazione sul patrimonio specialmente per le categorie che come detto negli ultimi decenni hanno contribuito in maniera insufficiente rispetto a quanto hanno prodotto.

Su base ipotetica, ogni 100 euro (sulla base di una popolazione attiva di circa 25 milioni), questo fondo potrebbe raccogliere 2 miliardi e mezzo di euro. In alternativa, il fondo potrebbe essere usato per raccogliere titoli di stato, in lieu della liquidità, con un haircut non penalizzante. Di sicuro, questa misura non potrebbe essere strutturale, ma aiuterebbe a quantificare quanto i vari politici e opinion maker ci dicono da mesi, sul loro desiderio di dare un contributo al Paese. La redistribuzione del beneficio fiscale in più anni e soprattutto su categorie di contribuenti diversi in maniera progressiva verrebbe ammortizzata dalla crescita economica, usata come vincolo o trigger per il rimborso e in aggiunta sarebbe l’occasione per ristabilire anche in Italia una tanto attesa equità fiscale. Una specie di prestito di guerra.

Queste sono tre idee semplici, da raffinare, ma sono anche maniere con cui si possono utilizzare le dinamiche e i processi di mercato per creare opportunità, sveltire il processo di esazione dei crediti e rendere al popolo la sovranità non solo sulla questione politica, sul voto, ma anche sulla finanza del Paese in cui abitano. Gli italiani possono salvare l’Italia attraverso queste misure, ottendendone benefici di medio termine dai sacrifici di breve. Ognuno sulla base della sua capacità economica. Anche chi deve dei soldi, chi deve pagare le multe, sappia che la ‘salvezza’ della sicurezza economica di figli e nipoti passa anche da lì, da un concordato di pagamento, dal rischio misurato di comprare dei titoli di Stato o di partecipare al processo di rigenerazione del bilancio dello Stato.

In realtà, come abbiamo imparato negli anni recenti dalla Germania unita, o come, più recentemente dall’Irlanda e dall’Islanda (per tacer dei paesi nordici negli anni Novanta e il Regno Unito degli anni Ottanta), non esistono soluzioni brillanti che prescindano da un radicale cambiamento in malcostumi nazionali e da anni di sudore, fatica, onestà e intelligente uso di ogni risorsa nel quotidiano. Sebbene scritto all’indomani di un trionfo calcistico insperato, in cui è facile vedere metafore ardite (e grazie al rigore, i tedeschi stavano per raggiungerci, ricordiamocelo), lavoriamo, paghiamo le tasse e magari dimostriamo un po’ di amor proprio al di fuori degli stadi e dei cortei per le strade, denunciando sprechi e abusi, e gestendo il quotidiano come farebbe un apparentemente noioso e pedante tedesco.

Come so far and there's no going back
All this time you've been runnin for ya
Where we are where were going too

We'll organize a sort of revolution
Fink – A Sort of Revolution

*Cosimo Pacciani. Banchiere, 41 anni, fiorentino. Laurea a Firenze e Ph.D. in economia a Siena. Vive e lavora a Londra. Da otto anni è dirigente della gestione rischi di una maggiore banca anglosassone. Ha costretto Edgar Morin a giocare a calcetto in un'estate siciliana di studi, tanti anni fa. Ha recentemente pubblicato un e-book, La Politica Accidentale, che è una specie di manifesto della nuova politica dal basso - Twitter: @CosmayDamiano. Le opinioni espresse dall'autore dell'articolo sono strettamente personali. L'autore non rappresenta, per gli usi dell'articolo, alcuna posizione ufficiale di alcuna organizzazione o istituzione.

 

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