I cervelli in fuga: “Tornare in Italia? No grazie”

«No, grazie. Non voglio tornare in Italia. A meno che non ci siano le condizioni: ad esempio stipendi normali per farmi costruire una famiglia». «Lavoro in Brasile. Nei paesi Bric c’è molta più meritocrazia che in Italia, e la selezione è migliore per tutti»… I giovani di Confindustria hanno orga...

Imprenditori Estero
3 Luglio Lug 2012 1745 03 luglio 2012 3 Luglio 2012 - 17:45
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Messe Frankfurt

PARMA – Sognando la flexicurity, c’è chi ha già fatto la valigia. E in collegamento via Skype dalla Francia e dal Brasile manda tanti saluti al viceministro Michel Martone, al presidente dei giovani di Confindustria Jacopo Morelli e al resto della platea di “Italia 2012: il Paese che vorrei” (imprenditori, politici e sindacalisti under 40 riuniti a Parma in convegno). Un saluto, quello degli emigrati d’oro, che suona così: «Noi rimaniamo dove siamo, auguri a tutti voi…».
Sicché, mentre in Italia le speranze sono appese ai condizionali dei dibattiti, le storie di chi ce l’ha fatta, all’estero, finiscono con sicurezze e giudizi netti. «No, non voglio ritornare in Italia. A meno che non ci siano le condizioni: stipendi normali per farmi costruire una famiglia, spazio per le donne nel lavoro ma niente quote rosa. La riforma del lavoro? Un copia e incolla di ciò che fanno nel resto d’Europa da anni». A parlare è Morena Bernardini, romana di 29 anni con una laurea in Ingegneria aerospaziale. Vive a Parigi dove si occupa di strategie e sviluppo marketing per l’Eads Astrium, colosso europeo nel settore aeorospaziale. Anche lei ci ha provato, in Italia. Ma ha ricevuto solo proposte di stage mal retribuiti e allora ha «tagliato la corda». Ancora: Gianluca Pettiti, direttamente dal Brasile, ha 34 anni ed è amministratore delegato per l’America latina della Life Technologies, multinazionale leader nel mercato Biotech. Sempre via Skype parla alla platea confindustriale: «Nei paesi Bric c’è molta più meritocrazia che in Italia, e la selezione è migliore per tutti».

Voci da mondi lontani arrivate a ridosso della diffusione dei dati Istat sulla disoccupazione giovanile. La lancetta segna il 36%. E, come se non bastasse, anche Cesare Prandelli, ct della Nazionale, ha voluto dire la propria: «Il nostro non è un Paese per giovani».
Più passano i minuti e più il convegno organizzato dai Giovani imprenditori di Parma e dell’Emilia-Romagna e dal Comitato Education e Lavoro nazionale diventa un grido di dolore. Siamo sempre lì: come si fa a uscire dal tunnel? Il toscanissimo Jacopo Morelli, presidente dei giovani confindustriali, apre le braccia e si dà forza: «Di fronte a una situazione così drammatica occorre reagire. Come? Con correttivi sulla riforma del mercato del lavoro, dall’estensione degli ammortizzatori sociali alla riduzione dei vincoli per la flessibilità in entrata fino all’emanazione di direttive chiare sui licenziamenti». Siccome è necessario stimolare la domanda interna, per il numero uno dei giovani di Confindustria, bisogna «detassare i salari di produttività e abbattere il cuneo contributivo per le start up in modo che possano offrire nuovi posti di lavoro. Il governo deve avere più coraggio, come è stato per le pensioni».

Michel Martone, braccio destro del ministro del Lavoro Elsa Fornero, passato alla ribalta per l’invettiva sugli sfigati che non si laureano in tempo, nonostante tutto pensa positivo: «Finita l’era del debito, inizierà quella del merito. La nostra economia sta tenendo, a confronto di qulle di Spagna e Grecia. Serve una nuova reazione come fu negli anni Settanta con la moda e il terziario avanzato. Cosa dico ai giovani? Di amare il lavoro, anche quello manuale, ugualmente nobile. In Italia, d’altronde, i laureati sono pochi e ci mettono tanto tempo a finire gli studi…».
Martone è circondato. Nell’aria c’è una forte critica alla riforma del Lavoro. Morelli è esplicito. Il deputato Pd Matteo Colaninno, è più morbido. «In Italia chiudono trenta aziende al giorno, dobbiamo riuscire a coniugare flessibilità e sicurezza. Servono sgravi fiscali per chi ricapitalizza la propria azienda». La ricetta la danno un po’ tutti. Simone Baldelli, deputato del Pdl: «Detassiamo i premi di produzione. È una proposta per l’esecutivo che rimetterà le mani sulla riforma, riforma che abbiamo votato, voglio sottolinearlo, per un semplice spirito di responsabilità». «La nostra è una generazione sprecata – aggiunge Ilaria Lari, responsabile delle politiche giovanili della Cgil – e si continua a perdere tempo tra mille contratti precari e zero tutele. La mia proposta per rialzarci? Tassare i grandi patrimoni».

Un’affermazione che non va proprio tanto giù ai giovani industriali di Parma, ora alle prese con l’incognita Cinque stelle in Comune. Ma questi sono particolari. Laura Comi, classe 1983, è la più giovane parlamentare europea del Ppe, si collega anche essa via Skype ed è telegrafica nell’esposizione come un tweet: «Allineare le nostre competenze con quelle europee, a partire dalla formazione. Tutelare – dice l’esponente del Pdl – per primi gli imprenditori perché i tempi di crisi se saltano loro è finita per tutti». Si cercano modelli vincenti. E se la super ingegnera o il top manager sono mosche bianche sconosciute al grande pubblico, Martone ragiona: «I media devono cambiare i riferimenti, basta con i calciatori e le veline. Penso piuttosto ai volontari al lavoro nei territori terremotati». Ma anche i volontari, ministro, fanno parte di quel 36% di giovani disoccupati.

 

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