Se sei nero, sei gheddafiano. Così il razzismo in Libia spopola intere città

Nella Libia liberata da Gheddafi rimangono gravi problemi di razzismo contro la popolazione nera, visto che neri erano molti mercenari di Gheddafi. A pagare ora sono intere città, come nel caso di Taorgha , svuotata di tutti i suoi abitanti. E come sempre dietro al razzismo si nascondono motivazi...

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4 Luglio Lug 2012 1100 04 luglio 2012 4 Luglio 2012 - 11:00
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Zanzur, Libia – Al di là del passaporto, il colore della pelle è un discrimine in Libia. La guerra ha liberato un forte pregiudizio razzista contro i neri, che negli anni passati era già stata rilevata da studi internazionali basati sulla percezione dei libici verso il milione e mezzo, forse due milioni, di africani residenti nel paese negli ultimi anni dell’era Gheddafi. In modo non così diverso da quanto avviene a casa nostra, per molti libici i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana rappresentavano una minaccia perché “rubavano” il lavoro, portavano malattie ed erano dediti alla delinquenza.

Con la guerra essere neri e gheddafiani è diventata un’equazione quasi scontata, a torto o a ragione: paradossalmente non ce la si prende solo con gli africani naturalizzati libici, ma anche con quei libici che sono tali da generazioni, pur avendo la pelle nera perché la loro storia familiare risale a migrazioni dall’Africa sub-sahariana. È eloquente la vicenda della città di Taorgha, nell’Est della Tripolitania a poche decine di kilometri da Msrata, la città martire e simbolo della rivolta libica.

La storia ha dell’incredibile: nelle settimane appena precedenti la liberazione di Tripoli, il 22 agosto 2011, un’intera città, Taorgha, è stata svuotata dei suoi oltre 40 mila abitanti. Chi è riuscito a mettersi in salvo dalle rappresaglie armate partite da Msrata, si è poi trovato costretto a cercare rifugio a centinaia, a volte migliaia di chilometri, dal proprio luogo d’origine. Circa 2 mila abitanti di Taorgha sono oggi ospitati all’interno dell’Accademia militare navale di Zanzur, a Ovest di Tripoli, dove sono arrivati a più riprese tra luglio e settembre 2011.
La spiegazione ufficiale è che gli abitanti di Taorgha si sarebbero resi colpevoli durante le settimane di assedio delle truppe di Gheddafi a Msrata di innumerevoli violenze, crimini e stupri ai danni della città ribelle per eccellenza nella Tripolitania gheddafiana.

L’esercito dell’ex rais aveva reso Taorgha il baricentro di una manovra di accerchiamento a Msrata, che faceva perno a Ovest sulla città di Sliten e a Sud sulle milizie Warfalla. Una volta che le milizie di Msrata ebbero la meglio sulle truppe di Gheddafi, gli abitanti di Taorgha fuggirono dalla città consapevoli dell’imminente rappresaglia.

È possibile che l’accusa mossa agli abitanti di Taorgha si giustifichi per il fatto che quasi ogni famiglia aveva almeno una persona arruolata nell’esercito, in una città dove molti moltissimi traevano di che vivere direttamente dal regime. O perché funzionari e impiegati o, viceversa, perchè costretti a cercare lavoro a Msrata, dove alcuni di Taorgha si trasferirono nel corso degli anni senza mai integrarsi fino in fondo. Questa sorta di dipendenza strutturale del tessuto economico di una città dall’altra potrebbe aver alimentato uno spirito di rivalsa contro Msrata di lavoratori e gente comune di Taorgha, accanto alle dinamiche propriamente militari. È d’altra parte altrettanto possibile che, secondo alcune testimonianze raccolte nel campo di Zanzur, sarebbero stati invece i “mercenari” di Gheddafi a compiere le violenze peggiori e non gli abitanti di Taorgha: «Si sarebbe trattato di un equivoco dovuto al colore della pelle». Non può infatti non colpire la pelle nera e i tratti dei profughi di Taorgha, che all’inizio dell’Ottocento era una stazione di sosta lungo le piste carovaniere trans-Sahariane e costituiva un fiorente mercato schiavista. Dopo l’abolizione della Tratta nella seconda metà dell’Ottocento molti ex schiavi liberati si fermarono nella città.

Secondo alcune voci che girano a Zanzur, a commettere le violenze sarebbero stati soldati di Gheddafi provenienti dal Sud del paese che per colore della pelle e cadenza linguistica possono essere scambiati per abitanti di Taorgha, dove in effetti si parla con un accento simile a quello di Sabba. Sia che gli abitanti di Taorgha abbiano avuto o non abbiano avuto una parte reale nelle violenze in Msrata, resta difficile giustificare per la nuova Libia che aspira alla democrazia la rappresaglia contro un’intera comunità di civili, donne e bambini compresi. È allora plausibile, come lamenta uno degli intervistati, che centri anche un altro fatto: gli abitanti di Taorgha sono padroni di ampi terreni lungo la costa, coltivati a palme da dattero, che ora sono in mano a quelli di Msrata. Sicuramente per tanti libici che vedono in Msrata la città simbolo della rivolta contro l’ex regime, le violenze e gli abusi che i neri, che fossero di Taorgha o meno, hanno commesso sono diventati una ragione sufficiente per diffidare una volta in più di chi ha la pelle troppo scura.

Uno degli intervistati nel campo di Zanzur racconta di come quelli di Taorgha siano «gli unici ad aver perso tutto», nello sconforto di non vedere approssimarsi una soluzione alla propria vicenda. Nonostante siano stati negoziati degli accordi tra i rappresentati degli esuli di Taorgha e le milizie di Msrata per il loro rientro in città, le condizioni di diffusa insicurezza nel paese non lo permettono. Secondo fonti confidenziali, alla notizia, vera o presunta, di un imminente ritorno a casa dei profughi, miliziani armati sarebbero entrati nel campo di Zanzur, uccidendo il 6 febbraio scorso dai 6 ai 15 profughi. Sicuramente l’incapacità di re-insediare i profughi dimostra una volta in più la debolezza delle autorità del governo di transizione nel rapporto con le milizie, che continuano a detenere un notevole potere militare e politico. Alla domanda se si sentisse ancora cittadino libico, nonostante (anche) per il colore della sua pelle gli fosse stato riservato un trattamento simile a quello dei mercenari africani, la persona intervistata è rimasta in silenzio. Ma la sua espressione infelice valeva più di tante parole.

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