Anonymus al fianco di Wikileaks contro Assad

Il mercato delle tecnologie fornite da aziende Occidentali ai regimi autoritari continua a riempire le cronache. Da una parte l'Occidente punta il dito contro le sanguinarie repressioni, dall'altra lascia che le imprese private vendano gli strumenti con cui le perseguono. Ipocrisia, impotenza del...

Basher Al Assadi
9 Luglio Lug 2012 1622 09 luglio 2012 9 Luglio 2012 - 16:22

Il mercato delle tecnologie fornite da aziende Occidentali ai regimi autoritari continua a riempire le cronache. E dividere gli esperti. L'ultimo esempio è venuto, ancora una volta, da WikiLeaks. E dai 'Syria Files' la cui pubblicazione è iniziata nei giorni scorsi. Nel 2008 Selex Elsag, del colosso italiano Finmeccanica, ha venduto al regime di Bashar al-Assad un sofisticato sistema per la gestione di comunicazioni radio anche criptate, e anche a potenziale uso militare. I contatti, come testimoniato dallo scambio di mail pubblicate dall'organizzazione di Julian Assange e dall'Espresso, si sono protratti anche dopo l'inizio della sanguinosa repressione dei ribelli da parte del dittatore, fino a febbraio 2012.

Cioè quando, secondo quanto spiega a Linkiesta l'avvocato ed esperto di cyber-sicurezza Stefano Mele, è molto probabile che i documenti siano stati prelevati con un attacco informatico dai sistemi informatici del governo siriano. Con un possibile legame tra un hacker saudita, firmatosi Salman Al-Anzi, e Anonymous. Il primo autore di un attacco il 3 febbraio; i secondi due giorni più tardi. «Le connessioni risiedono nella tipologia degli attacchi effettuati e nelle informazioni trafugate», spiega Mele, che ipotizza «con un discreto grado di certezza» un «mercato» delle informazioni ottenute dall'hacker saudita. L'acquirente? Secondo Mele, Anonymous. O anche, «un governo nemico della Siria che poi si sarebbe firmato come 'Anonymous' e le avrebbe utilizzate per violare a distanza di poche ore (48 per la precisione) altri sistemi del Governo siriano».

Uno scenario che trova conferme nella rivendicazione, di cui si è appreso solo in queste ore, dello sfuggente collettivo di hacktivisti di aver fornito i 2,4 milioni di mail appartenenti al regime siriano a WikiLeaks – il cui sistema di ricezione di documenti non è ancora funzionante. Proseguendo così la collaborazione inaugurata per le mail sottratte a Stratfor. «Ed è solo l'inizio», hanno scritto gli hacktivisti, «aspettatevi molte altre rivelazioni di questo tipo in futuro, mentre la partnership tra WikiLeaks e Anonymous continuerà a rafforzarsi e cambiare la storia umana».

Ma è tempo di cogliere il fenomeno nella sua complessità, andando oltre il caso singolo. Era stata proprio WikiLeaks, a dicembre dello scorso anno, a offrire con gli 'Spy Files' uno sguardo d'insieme su quello che è un vero e proprio mercato del controllo digitale. In cui a vendere sono oltre 160 aziende Occidentali (sotto accusa anche le italiane Area Spa e Hacking Team), e a comprare – troppo spesso – sono regimi autoritari che utilizzano quelle tecnologie per identificare, sorvegliare e punire i dissidenti. Tutto in incontri a porte chiuse, s'intende. Per un giro d'affari stimato di cinque miliardi di dollari.

Il problema è noto da anni: già nel 1995 l'organizzazione Privacy International, in un rapporto intitolato 'Big Brother Incorporated', parlava di oltre 80 aziende britanniche coinvolte. E denunciava: «Il supporto Occidentale per regimi inumani è largamente diffuso». La soluzione non è semplice, perché si tratta di tecnologie 'a doppio utilizzo' (dual use). Da un lato servono per compiere intercettazioni legali e stroncare la criminalità; dall'altro, nelle mani sbagliate, possono consentire di monitorare tutte le comunicazioni di un dissidente, inviare o alterare mail a sua insaputa, seguirne ogni spostamento.

Come fare in modo che l'esportazione di questi potenti strumenti di controllo dei cittadini si traduca nel primo, e non nel secondo utilizzo? E quali scenari ci attendono, in un momento storico in cui i principi fondanti di Internet sono messi in discussione e i governi di tutto il mondo premono, spesso trovando la porta delle aziende spalancata, per avere sempre maggiori poteri nella gestione dei nostri dati? È su questo che gli esperti si dividono.

Per molti – dall'Electronic Frontier Foundation alla Global Network Initiative - la risposta a entrambe le domande sta non solo in apposite norme, ma anche nello sviluppo di una «responsabilità d'impresa» sulla sorveglianza digitale. Qualcosa di analogo a quanto avvenuto per le tematiche inerenti i diritti dei lavoratori e il rispetto dell'ambiente nelle decadi appena trascorse: infondere più consapevolezza nei cittadini, così da creare uno svantaggio competitivo in termini di immagine per le aziende che non soddisfino certi requisiti, e ottenere una maggiore tutela di certi diritti. In questo caso, dei diritti umani dei dissidenti.

Ma che l'approccio funzioni è materia di discussione. Come dimostrato dalle contrastanti risposte raccolte in un rapporto appena pubblicato dal centro Pew Internet & American Life Project, dal titolo Corporate responsibility: How far will tech firms go in helping repressive regimes? I ricercatori del Pew, Janna Quitney Anderson e Lee Rainie, hanno chiesto a 1.021 tra esperti, accademici e altri portatori di interessi nell'ambito delle regole di gestione della Rete di valutare due scenari per il 2020. Un primo in cui le imprese tecnologiche con sede in un Paese democratico rispetteranno un insieme di norme definito come R2P, Responsibility to protect (responsabilità di proteggere), a vantaggio dei cittadini minacciati dal controllo governativo. E non potranno assecondare le volontà repressive dei regimi senza subire «danni significativi» sul mercato. Nel secondo, al contrario, le stesse aziende trarranno benefici economici dalla collaborazione coi dittatori. Al punto di dover «minimizzare la loro utilità come strumenti per organizzare il dissenso politico» per non inimicarseli, e compromettere gli affari.

Le risposte sono state miste: il 51% ha scelto il primo scenario, il 39% il secondo. Ma è significativa la precisazione: per molti degli ottimisti la scelta è stata dettata da una «loro speranza, più che da una predizione». Anzi, il futuro a tinte fosche è ritenuto più probabile anche da buona parte di quelli che hanno scelto di sperare. Più interessanti delle percentuali, tuttavia, sono stati gli argomenti sollevati a commento degli scenari proposti. Gli ottimisti hanno sottolineato come la pressione congiunta di norme, mercati e hacker disposti ad aiutare i dissidenti riusciranno, nel lungo termine, a contrastare efficacemente i regimi. Senza contare che la censura in Rete, nel solco della famosa frase dell'attivista John Gilmore, è considerata da alcuni solo un ostacolo da aggirare, e sempre aggirabile.

Le buone notizie, tuttavia, finiscono presto. La ricercatrice di Microsoft, danah boyd, fa sfoggio di un sano cinismo: «La maggior parte delle aziende dirà pubblicamente di stare facendo tutto il possibile per proteggere i cittadini quando invece starà facendo infinite concessioni e prendendo decisioni politiche che finiranno per danneggiarli». Altri, come la direttrice del Media Psychology Research Center della Fielding Graduate University, Pamela Rutledge, ritengono che il mondo continuerà a essere regolato in modo diverso in luoghi diversi, e che le aziende dovranno adeguarsi. Tenendo a mente che «dobbiamo controllare la nostra tendenza al solipsismo e al colonialismo morale». C'è chi sostiene che i regimi autoritari creeranno – l'Iran è in prima linea – delle proprie reti locali, isole del tutto sconnesse dalla terraferma dell'Internet globale. E chi ricorda che il trend verso l'aumento della censura – anche nelle democrazie – non muterà «a meno che non si verifichi qualche cambiamento politico drammatico che spinga le persone a rivoltarsi». Come contro SOPA/PIPA e, più di recente, ACTA.

Simon Gottschalk, docente di Sociologia all'Università di Nevada-Las Vegas, sfodera il più semplice e attraente degli argomenti economici. Siccome le aziende cercano di massimizzare il profitto, anche a costo di sacrificare i diritti umani per riuscirci, «decideranno di fare dei passi verso la protezione dei dissidenti solo se i benefici supereranno i costi». Ma la preoccupazione più realistica è che, se anche aziende isolate decidessero di implementare forme cautelative nei confronti degli utenti (per esempio implementando un approccio del tipo 'Conosci il tuo cliente', mettendo in chiaro che si tratta di regimi autoritari), sarebbero immediatamente rimpiazzate da concorrenti con meno scrupoli, magari cinesi o indiani. Per questo la richiesta delle associazioni per il libero web è di esercitare pressioni e agire a livello globale. E per questo il loro successo appare tanto arduo e lontano nel tempo.

Realizzare strumenti legislativi o di responsabilità sociale, insomma, potrebbe non bastare. I prossimi decenni, scrive nella sua risposta un interpellato che ha preferito restare anonimo, «ci sarà un'esplosione di saggi accademici sulla responsabilità d'impresa. Tante lezioni, congressi, atti. Ci saranno dichiarazioni e compromessi». Ma «da ultimo arriverà un nuovo Patriot Act e spazzerà via tutto nel nome della sicurezza nazionale». Uno scenario realistico, perché coglie l'essenza del problema: l'origine degli strumenti di controllo digitale nello 'Stato di sorveglianza' instaurato nelle democrazie occidentali a fini antiterroristici dopo l'11 settembre. Ma non impossibile da scongiurare. Il primo passo è «sorvegliare l'industria della sorveglianza», come va ripetendo da tempo lo studioso bielorusso Evgeny Morozov. Le inchieste di Bloomberg, del Wall Street Journal e i documenti pubblicati da WikiLeaks hanno squarciato il velo di omertà e portato l'argomento all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale. Ora resta da capire quale sia la direzione migliore da intraprendere per scongiurare che, nel 2020, gli esperti siano ancora divisi su come impedire che le aziende possano lucrare alle spese dei diritti umani dei cittadini.

 

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