L’età dell’oro è finita, nel distretto del gioiello o innovi o muori

Sembrava tutto facile, a Vicenza nel distretto dell’oro. L’oro costava poco, esportare pure, e le aziende crescevano. Poi il prezzo dell’oro si è impennato, le innovazioni di prodotto e di processo in molti casi non sono arrivate, e il distretto veneto si è ritrovato più piccolo. «Ce l’hanno fatt...

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10 Luglio Lug 2012 0700 10 luglio 2012 10 Luglio 2012 - 07:00
Messe Frankfurt

VICENZA – C’è stato un momento in cui tutto era semplice. Bastava mettersi in proprio, nel settore dell’oro, e i soldi arrivavano facili. Le aziende del “distretto orafo” – tra grandi e medie e piccole e micro – superavano quota 1.300 in quel triangolo del vicentino composto dal capoluogo, da Trissino e da Bassano. Anello dopo anello, collanina dopo collanina, si facevano i milioni, e i miliardi (di lire). Poi tutto è cambiato. Per la crisi. Anzi, no.
«Io crisi non la chiamo. L’ho chiamata così il primo mese. Poi ho capito che era una parola fuorviante. Un “resistiamo un pochino e il momentaccio passerà”. Un “aiutatemi adesso e poi tutto tornerà come prima”. Invece, niente sarà più come prima». A parlare è Pietro Francesco De Lotto, direttore generale della locale Confartigianato. Un’associazione che qui è una vera potenza, in una terra fitta d’imprenditori. La più grande associazione provinciale – dal lato datoriale – in Italia. Con 22mila soci (17.500 imprese e il resto pensionati), 27 sedi locali nel vicentino, 500 impiegati. «Ma quale “crisi”? Quale “resistere”…», insiste De Lotto, «Siamo di fronte a un cambiamento epocale di paradigmi produttivi, tecnologici, di mercato… Sono saltati tutti gli schemi. Hanno perso di senso concetti consolidati, come per esempio quello della “piccola-media impresa”… Io ho una brutta malattia… sono un economista… Adesso sappiamo che nel nostro sistema economico non esiste una formula sempre valida. Se no, tutto quello che è capitato qui, non sarebbe successo. Le sicurezze del passato sono perdute. Prima c’erano contingenze vissute come qualcosa di dato. La realtà ha contraddetto quelle intuizioni. Non si può idealizzare. Oppure si va per mode; per slogan. C’era il momento di “piccolo è bello”. Ora si dice che “il piccolo è finito”. Ma non è così. Non era vero prima e non è vero adesso. Tanto che qui hanno sofferto forse di più le grandi (ammesso che “grandi” sia un aggettivo che ha senso, vedendo quanto sono più grandi le “grandi” estere). È il momento di inventarsi qualcosa di nuovo. Di un cambiamento che deve essere anche psicologico e di mentalità».

Giuseppe Corrado ha 73 anni. La sua azienda – la Imo – l’ha fondata 44 fa. Ci lavorano anche i due figli: un maschio e una femmina. «Lui è ingegnere», racconta con orgoglio paterno, «lo avevano chiamato alla Bmw in Germania, ma ha preferito rimanere con me. Mi ha detto: “La Imo l’abbiamo fatta noi, è roba nostra. Preferisco star qua”. Commovente, no? Un orgoglio per un padre. A volte a mezzanotte mi chiamano i metronotte perché non è stato inserito l’allarme. È lui, ancora dentro, che lavora. E anch’io alle sette del mattino sono lì e alle sette della sera pure. Abbiamo dovuto ridimensionare. Nel momento di maggiore fulgore avevo 80 dipendenti. Adesso ne ho 25. E facciamo lavorare diversi laboratori esterni».
Corrado è stato rieletto in piena crisi presidente della Sezione orafa e argentiera di Confindustria Vicenza. «Il modello è finito», afferma senza mezzi termini. «Non dico che il settore orafo sparirà del tutto da Vicenza, ma sarà – ed è già – tutt’altra cosa rispetto al passato. Non tornerà più come prima. Si è riorganizzato su ordini di grandezza totalmente diversi. Quel passato non è più replicabile. Le quantità di un tempo ce le sogniamo. Qui si facevano prodotti semplici: bracciali larghi un centimentro, pendenti, collane larghe, catene. Il gusto è cambiato. Quelle cose là non vanno più. Nel giro di cinque anni c’è stata una fortissima riduzione del numero delle imprese. Da oltre 1.300 a meno di 500. Di cui, pienamente attive, direi non più di 250. E si è persa moltissima manodopera».

Occupati Orafo Vicenza

Fatturato Orafo Vicenza

«I pochi rimasti si sono riposizionati sulla bigiotteria, sull’argento, su merce a basso valore intrinseco. Oppure hanno cercato di specializzarsi verso l’alto, verso la gioielleria, che qui tradizionalmente non si faceva, a differenza di Valenza Po (in provincia di Alessandria), che infatti ha resistito meglio alla crisi. L’altro grande distretto orafo, Arezzo, che era molto più simile a noi come tipo di lavorazioni, è invece in grande affanno (dopo un 2011 negativo, anche il primo bimestre 2012 si è aperto con un nuovo balzo indietro: -6,7% nelle esportazioni, ndr). Qui a Vicenza, molti non ce l’hanno fatta perché non è facile reinventarsi dalla sera alla mattina, e si sono trovati davanti a un cambiamento epocale, a una cosa più grande di loro».

A segnare la svolta è stato l’esponenziale aumento del prezzo dell’oro negli ultimi dieci anni. Quanto la crescita sia stata prepotente può vedere in questo grafico:

Prezzo Oro

Ma a pesare nel disastro è stato anche un utilizzo un po’ troppo allegro del prestito d’uso, pratica – importata dagli Usa – che si era diffusa verso la fine degli anni Novanta. Le banche prestavano agli artigiani orafi il metallo prezioso a un tasso molto conveniente. L’oro veniva trasformato in monili vari. Una volta venduti e incassato, si estingueva il debito con la banca: il controvalore di mercato dei chili d’oro presi in prestito più l’interesse su base annua.

Dal 1999 al 2003 il prezzo dell’oro era piuttosto stabile, attorno ai 300 dollari all’oncia, e così molti imprenditori orafi iniziarono a utilizzare in maniera impropria quello strumento finanziario, per avere liquidità a tasso conveniente. Prendevano l’oro, ma invece di lavorarlo lo rivendevano su un mercato parallelo, creandosi istantaneamente una disponibilità finanziaria che veniva utilizzata per scopi non legati alla produzione orafa (e perciò con dinamiche di rientro completamente diverse). Ma quando il prezzo ha cominciato a esplodere, il debito in termini di restituzione della quota capitale è più che raddoppiato (anche considerando le dinamiche del cambio euro/dollaro), e ha messo in ginocchio aziende e imprenditori impossibilitati nella restituzione.
«Purtroppo l’oro non è la ghisa o l’acciaio», riprende Corrado, «attira un po’ di tutto, anche gente in cerca di speculazione facile. Alcune aziende hanno iniziato a non farcela più a restituire quanto dovuto; le banche hanno subito sofferenze importanti, il rapporto fiduciario è andato a farsi benedire e ora chi lavora nel nostro settore è meglio che non abbia bisogno di credito, perché gli istituti considerano l’orafo come uno da cui è meglio stare alla larga».

Non mancano, ancora adesso, brutti casi di cronaca. Proprio in questo inizio luglio la Guardia di Finanza di Vicenza ha scoperto un raffinato sistema di frode, e accertato (con un’indagine condotta oltre che in Italia in Russia, a Hong Kong e in Croazia) un’evasione di 70 milioni di euro ottenuta grazie alla vendita in nero di 33 quintali di oro che erano stati fatti credere falsamente esportati. Il giro coinvolgeva 15 persone (accusate ora di contrabbando, falso ideologico, appropriazione indebita e reati fiscali), sette rappresentanti doganali di note case di spedizioni di Vicenza e sei aziende orafe.

Distretto Orafo Vicenza«Ma gli orafi non sono tutti dei manigoldi», ci tiene a precisare Corrado, «e forse questo momento buio che ha travolto il distretto alla fine farà una selezione positiva: quelli che resteranno saranno i più bravi. È finito il tempo in cui un po’ tutti potevano buttarsi e qualcosa portavano a casa. Ora ci vuole vero spirito imprenditoriale: voglia di sacrificio e disponibilità a rischiare. L’altra cosa che sta cambiando è a livello di mentalità. Prima tutti pensavamo di essere i migliori e che tutti gli altri fossero più fessi di noi. Non avremmo mai accettato di fare qualcosa assieme a un concorrente. Il distretto di fatto non è mai esistito Era solo vicinanza territoriale, ma quasi niente veniva fatto in modo organizzato, non erano pensabili azioni di sistema. Adesso c’è un po’ più solidarietà, perché quando ci si sente fragili si tende a stare più vicini, a farsi forza. Il nostro periodo d’oro – è proprio il caso di dirlo – è stato negli anni Novanta e fino al 2001. Poi siamo andati avanti bene fino al 2005-6. Dopo è stato un crollo. L’euro è stato un disastro. Lì è iniziato il nostro calvario. Poi, nel 2007 la gente ha cominciato a spaventarsi. Del resto, basta leggere i giornali e guardare la tv: sembra una marcia funebre. Prima di comprarsi la collana si è iniziato a pensare a pagarsi l’affitto. Ieri scendo all’aeroporto, accendo la radio e presentavano un libro sulla situazione economica (di Oscar Giannino, Pietro Monsurrò, Antonio Polito, Carlo Lottieri e altri, ndr). Titolo: Se andrà bene, andrà peggio. Ecco, il clima di fiducia che si sente in giro è questo. Vendiamo anche meno fedi… pure il matrimonio sembra passato di moda, con tutte queste convivenze… E il Made in Italy ha perso smalto. Non è lo Swiss Made. Loro hanno poche frontiere e ben protette. Da noi arriva di tutto, già prodotto in Cina con il marchio Made in Italy… Noi lavoriamo sia con l’Italia che con l’estero. Nel mercato domestico il problema è diventato farsi pagare. Sembra che il sistema più diffuso di pagamento sia diventato “niente subito e il resto mai”. Fuori dai confini sono più puntuali, ma lì abbiamo il grosso guaio dei dazi. I nuovi mercati che sarebbero più appetibili (Cina e India in primis) si proteggono con fortissime barriere doganali. I produttori cinesi trovano per entrare in Italia un dazio del 2,5%. Noi per esportare là lo troviamo del 50% e abbiamo pure costi di produzione più alti. Non c’è reciprocità. E nessuno ci appoggia per cercare di limare un po’ i dazi. Nessun governo ha fatto niente: né rosso, né verde né celeste. Sì, è proprio vero. Se andrà bene, andrà peggio».

«Sono arrivato in questo particolare settore nel gennaio 2009. Venivo dall’abbigliamento ed ero stato consulente aziendale per la Andersen. Ebbene, ho trovato un mondo fermo, ancorato a una visione del mondo passata, che non esiste più». Parla Davide Merigliano, 50 anni, direttore generale della Muraro Lorenzo Spa. Azienda che, come spiega con orgoglio, «ha 120 addetti e non ha dovuto fare nemmeno un’ora di cassa integrazione, anche se sarebbe stato comodo». Attorno a sé ha visto sparire quasi di botto un distretto di concorrenti del settore orafo. «Qua hanno fatto tanti soldi con pochissima fatica. Le cose giravano, la gente poteva spendere e spandere e comprava oro senza andare troppo per il sottile. Quando la macchina si è inceppata, quelli che – come la nostra azienda – hanno capito che bisognava investire – e pesantemente – sul brand e sulla comunicazione, si sono salvate; le altre hanno chiuso bottega. Per troppi anni qua si è andati avanti con la politica del chissenefrega, poi tutti i nodi sono venuti al pettine. Piaceva lavorare a porte chiuse, fare un po’ di nero… Risultato? Il settore si è sputtanato. Sia con le banche che con la politica ora è difficile presentarsi come operatori dell’oro. Ti ridono subito in faccia. Adesso bisogna andare verso il prodotto di marca, e verso la tracciabilità della filiera. Noi siamo stati tra i primi a certificarci Made in Italy. È il terzo marchio più conosciuto al mondo dopo Visa e Coca-Cola, ma noi sembriamo fregarcene. Anche la nostra Fiera, una delle principali del settore, non ha mai valorizzato il Made in Vicenza e il Made in Italy. Per loro l’importante era solo portar dentro il numero maggiore di aziende del mondo che prendessero in affitto gli stand».
«Anche sulla questione dei dazi non è solo colpa della politica», prosegue. «Certo, la cosa si potrebbe risolvere col negoziato. E speriamo di avere governi credibili in grado di farsi ascoltare. Ma per risolvere la questione ci sarebbero anche altri mezzi. Facciamo il caso del Brasile. Lì c’è H. Stern, un grande produttore, diciamo la Fiat del gioiello. Si è fatta difendere dalla politica ed è stato imposto un dazio altissimo, oltre il 60%. Però il Cile, che ha un dazio alto, consente, se si va lì a fare l’ultima fase della lavorazione, di importare a dazio zero. E da lì si accede senza dazio anche in Brasile. Non è elusione. È studiare una efficiente piattaforma distributiva verso mercati nuovi, dove c’è esuberanza economica. Ma noi, per esempio, con 40 milioni di fatturato  (di cui 5 all’estero) qui a Vicenza siamo “grandi”, ma di fronte al mercato globale siamo una caccarella. In queste operazioni dobbiamo essere coordinati. Sono percorsi che meritano aggregazione. Ma in Italia, e in questo distretto così mal ridotto ancor di più, non siamo mai capaci di aggregarci, nemmeno davanti a un mercato che ha regole folli e che permette alla Cina di avere libero accesso qua, mentre noi là non entriamo, tra dazi e controlli in dogana. A volte ho l’impressione che i nostri gioiellieri, a forza di stare chiusi a chiave (e non si sa se perché hanno più paura della Guardia di Finanza o delle rapine), non si siano nemmeno accorti che il mondo fuori stava cambiando».

Oro VicenzaLa Basilica palladiana di Vicenza. Anche la tradizione dell’oro si perderebbe nella storia, con la Fraglia dell’oro, una corporazione che contava 150 artigiani nel ’300. Ma gli orafi di oggi, con le loro fabbrichette, sono scettici sulla continuità della tradizione

Vicenza non ci sta a subire passivamente questa ricognizione del disastro. Il tessuto di imprese mostra segni di vitalità e capacità di innovare. È stata inventata qua l’etichetta per vestiti a lettura facilitata (per non vedenti o ipovedenti) che ha vinto il prestigioso premio Design for All. Gli ultimi due anni il riconoscimento se lo erano aggiudicati due giganti come Autogrill e BTicino. Stavolta una piccola azienda vicentina di 4 persone. E Vicenza è una delle prime città europee quanto a innovazione nell’uso della motorizzazione elettrica (complice la presenza in zona della Fiamm e di tutto il suo indotto di batterie e accumulatori). Il centro storico è chiuso alle auto non elettriche e, per la consegna merci, è stato creato un hub e una società, la Veloce, che fa l’ultimo miglio (il Comune di Vicenza detiene il 55%; il resto lo hanno le associazioni di categoria: Industriali, Apindustria, Artigiani, Cna, Commercianti). E ci sono segni di controtendenza. Tornano a far produrre qui marchi dell’abbigliamento, nel settore pelletteria – cinturini e borse – Vuitton, Gucci, Dior… Vicenza resta la prima provincia del Veneto e la quinta in tutta Italia per le esportazioni. Ma nel settore orafo i segnali confortanti sono molti meno…

«A me non piace dire “Qua è finita”. No: qua si ricomincia». Franco Pozzebon, 54 anni da compiere, è presidente provinciale vicentino e regionale veneto della categoria Metalli preziosi di Confartigianato, e ha dal 1982 un’azienda del settore (ora lavora l’argento) con 9 addetti, la Superficiquattro. «Bisogna lavorare sulla cultura individualista. Perché da una parte è stata la nostra forza e ha permesso, per gemmazione dalle grande aziende, la nascita di una miriade di imprese (tutti ex operai che si mettevano in proprio), dall’altra è stata la nostra debolezza. Chi si è salvato finora è perché è stato più elastico di mentalità. Qua si faceva un po’ di innovazione di prodotto, ma non c’era mai stata innovazione di processo. Invece, per sopravvivere, il processo lo si è dovuto invertire. Qua il padrone aveva un’idea, realizzava il prodotto e poi via: vediamo a chi piace e vendiamolo all’ingrosso. Ora ci vuole il design, servono le analisi di mercato. Perché va il prodotto fashion; il catenazzo non va più… Invece, al rialzo spaventoso del costo dell’oro tanti hanno reagito solo andando ad alleggerire il prodotto, con maggiori trafilature».

«Oggi», spiega ancora, «il mercato si è molto frammentato. Le grandi serialità non vanno più. Il sistema dei grossisiti è entrato in crisi. I numeri unici sono troppo cari, ma si va comunque in direzione delle basse serialità, che danno problemi di remunerazione, se non ci si alza dal basico e si va verso il valore aggiunto del design e del marchio. Una volta si portava la catena a maglia grossa per far vedere che si era benestanti. Oggi c’è l’iPad o si preferiscono i bagni termali in una bella spa. E la pubblicità delle grandi marche parla di “gioiello” anche quando gioiello non è, perché non ci sono pietre preziose. Qua invece siamo deboli nella comunicazione e abbiamo pochi brand. Le piccole aziende erano abituate a un lavoro standardizzato, a basso o bassissimo valore aggiunto, che è stato distrutto dalla concorrenza turca, prima ancora che arrivassero cinesi o indiani. Anche perché le aziende metalmeccaniche hanno portato il know-how tecnologico in giro per il mondo (e loro la crisi non l’hanno subita, vendendo macchine uguali a quelle che qui sono ferme ai Paesi in via di espansione economica). Il piccolo organizzato può essere bello, ma bisogna studiare nuove forme di aggregazione, più efficienti dei modelli di rete di adesso. La Regione Veneto ci sta lavorando su, ma prima di fine anno il progetto non vedrà la luce. Intanto qua si stanno perdendo le competenze. Il lavoro non è più considerato appetibile e non ci sono sufficienti iscritti nelle scuole di oreficeria. Il rischio è che presto manchino professionalità. Quelle più antiche – tipo le lustraresse – che, come amanti tradite dalle aziende, quando perdono il lavoro cambiano settore. E quelle rivolte al domani, come i giovani capaci di innovare e molto più bravi di noi nell’uso del computer e dei software più aggiornati per la lavorazione a controllo numerico (anche se ci sono casi virtuosi, come la Chrysos, che ha assunto venti giovani in due anni). Qua troppo a lungo ci si è accontentati dei soldi facili, guardando all’oggi. Invece resterà solo chi è strabico. Chiamiamolo strabismo virtuoso. Un occhio pensa al presente, ma uno, il più attento, tende al futuro».

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