“Viva le preferenze”, ma quando c’era Craxi erano il male

Sorprende che oggi nel centrosinistra ci sia apparente consenso per la reintroduzione delle preferenze. Nessuno ricorda più che, quando Craxi invitò ad andare al mare disertando il referendum che avrebbe condotto alla preferenza unica, il Pds fu compatto: contro “le clientele e la competizione in...

Craxi
11 Luglio Lug 2012 0742 11 luglio 2012 11 Luglio 2012 - 07:42
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“L’opposizione alle preferenze nella legge elettorale rappresenta il punto di vista di singoli ancorché prestigiosi esponenti del Pd, ma non è la posizione del Pd, che finora si è espresso in assemblea soltanto sul doppio turno di collegio di tipo francese”. Le parole pronunciate dal parlamentare del Partito democratico Francesco Boccia rappresentano la prima (e unica) apertura ufficiale di un rappresentante di Largo del Nazareno all’ipotesi di reintrodurre un pilastro fondamentale del meccanismo di voto della prima Repubblica.

La battaglia per adottare le preferenze in un voto proporzionale costituisce da sempre la bandiera dell’Udc e di tutte le formazioni centriste intimamente legate al ricordo e all’esperienza della Democrazia cristiana e dei suoi alleati laico-socialisti, che sulla possibilità di ottenere suffragi per gruppi di candidati in grandi circoscrizioni costruirono la propria fortuna. La stessa campagna è stata intrapresa da diverse correnti e anime del Pdl e dell’universo conservatore, tutte profondamente ancorate alla memoria dei partiti storici che dominarono la scena pubblica dal 1946 al 1993, compreso quel Movimento sociale da cui provengono i parlamentari più impegnati a reintrodurre il voto di preferenza.

Da tempo, ormai, risuona il coro di tutti coloro che lo invocano come “la strada per restituire ai cittadini la piena sovranità democratica e la garanzia di scelta dei rappresentanti”, da Casini a Briguglio, da Meloni a Rampelli, da Cicchitto a Pisicchio. Ma la vera novità è in quella breccia aperta da Boccia nel muro che fino a questa mattina lo stato maggiore del Pd aveva eretto contro le preferenze.

Gli argomenti utilizzati da Anna Finocchiaro per motivare tale contrarietà trovano una solida giustificazione nella storia repubblicana, e appaiono coerenti con le decisioni assunte dal Partito democratico della sinistra all’inizio degli anni Novanta in tema di riforma elettorale. A partire dai due referendum che tra il 1991 e il 1993 mandarono definitivamente in archivio l’istituto delle preferenze, e del voto proporzionale di lista. La cui demolizione iniziò con la consultazione per abrogare le preferenze multiple, promossa da un gruppo di forze cattoliche e laiche capeggiate da Mario Segni.

L’iniziativa non avrebbe goduto di grande fortuna se a contrastarla non fosse stato Bettino Craxi, il quale all’epoca incarnava l’essenza del potere e catalizzava l’insofferenza e il rancore che covava da tempo contro gli arbìtri, le illegalità, la protervia e l’impunità dell’intera classe dirigente. Mali che trovavano alimento nell’istituto delle preferenze, grazie alle quali oligarchie partitiche e potentati locali cementati dal malaffare e dalla corruzione potevano facilmente controllare e orientare il voto dei cittadini verso cordate di candidati comuni. Esercitando un ferreo dominio sul territorio, grazie all’uso di enormi risorse finanziarie e alla pratica capillare del voto di scambio, intere correnti dei partiti di governo erano in grado di mobilitare famiglie, località e categorie professionali attorno alle combinazioni aritmetiche più varie, consolidando la propria rendita di potere. Agli elettori restava solo l’illusione di partecipare, alimentata dalla facoltà di esprimere una molteplicità di scelte.

L’allora segretario del Partito socialista, persuaso che quello in vigore costituisse il metodo più pluralistico e un valido argine al predominio dei boss locali, decise di giocare la carta della difesa a oltranza della legge esistente. Tuttavia non lo fece optando per una battaglia aperta a favore del No, bensì invitando l’opinione pubblica a disertare le urne e “ad andare al mare”. Un’esortazione superficiale e di sapore qualunquistico, che offrì agli eredi del Partito comunista l’occasione di una storica rivincita.

Gli esponenti del Bottegone erano reduci dalle sconfitte epocali sofferte per opera di Craxi al tempo della crisi degli Euromissili nel 1979, e in occasione del referendum sulla scala mobile perduto contro l’asse riformista costituito da Psi, Cisl e Uil nel 1985. Alla guida di Palazzo Chigi dal 1983 al 1987, il segretario socialista aveva peraltro acquisito un alone di modernità e di efficientismo, di ottimismo e intraprendenza, accreditandosi come interprete di una sinistra europea di governo lontana dai ritardi, dalle liturgie e dalle ambiguità dei dirigenti comunisti.

Fu allora che con indiscutibile tempismo il vertice del Pds, guidato da Achille Occhetto e dai “colonnelli” che con lui avevano promosso la svolta della Bolognina, scatenarono un’offensiva contro l’opzione astensionista del Psi, bollata come “rozza espressione di populismo che fa leva sulla disaffezione popolare per perpetuare la propria centralità e la politica dei due forni”. All’introduzione della preferenza unica i rappresentanti e i militanti di Botteghe Oscure attribuivano la capacità di rompere l’immobilismo del Caf, il patto di potere stretto fra Craxi, Andreotti e Forlani. L’affluenza alle urne superò il 60 per cento e l’abrogazione delle preferenze multiple passò con oltre il 90 per cento dei suffragi. Quel passaggio segnò l’inizio del declino del leader socialista, che avrebbe subito un’accelerazione tragica e irreversibile per effetto delle inchieste di Mani Pulite.

Le ragioni che avevano spinto il Bottegone ad aderire all’iniziativa referendaria non si erano esaurite con la vittoria ottenuta contro Bettino. Fu nella consultazione popolare del 18 e 19 aprile 1993 che gli eredi del Pci portarono a compimento un salto di qualità nella propria impostazione culturale. Reciso il legame con una visione assembleare e consensuale della democrazia, abbandonato l’orientamento a favore del proporzionale e del voto di lista, che avevano qualificato la loro storia politica fin dal 1921 e connotato le scelte dei “fratelli socialisti” dalla fine dell’Ottocento, Occhetto e compagni avevano sposato la bandiera della democrazia competitiva liberale in cui sono i cittadini con il voto a decidere la maggioranza parlamentare e il governo. Aspirando a divenire protagonisti di una dinamica bipolare anche grazie alla fine della Guerra fredda e del fattore K, gli esponenti del Pds sposarono le ragioni del meccanismo maggioritario con collegio uninominale, sia pure nella versione a doppio turno di stampo francese. E per questo motivo ingaggiarono una lotta aperta e serrata contro l’assegnazione proporzionale dei seggi, “che si limitava a fotografare i rapporti di forza sottraendo agli elettori la facoltà di determinare l’orientamento politico del paese e perpetuando il potere delle oligarchie partitiche sul destino dei governi”.

Ma l’altro bersaglio di Botteghe Oscure, individuato come pietra angolare della vecchia politica e come concausa del malcostume pubblico, era proprio il voto di preferenza. Condannato da Piero Fassino e Walter Veltroni come “un fattore di competizione perversa e malsana tra candidati della stessa formazione, di lacerazione e indebolimento di un partito nel confronto con gli autentici avversari”. Combattuto da Fabio Mussi e Pietro Folena come “un formidabile incentivo all’incremento delle spese elettorali, al proliferare delle pratiche clientelari, del malaffare e della corruzione, del voto di scambio e degli inquinamenti malavitosi”, come “la garanzia del predominio delle organizzazioni criminali sulla società e sulle istituzioni”.

Riflessioni e critiche che trovavano puntuale conferma nelle cronache politiche e giudiziarie di quegli anni, e nell’indagine storiografica sulle vicende elettorali che avevano accompagnato fin dal 1948 la vicenda repubblicana e la vita interna dei partiti italiani. Soprattutto delle forze “occidentali”, le cui correnti, con i rispettivi “signori delle tessere”, erano riuscite ad affermarsi grazie al gioco perverso delle preferenze. Al contrario, il collegio uninominale con voto maggioritario veniva elogiato come un modello di limpidezza e di moralità politica, grazie al quale gli elettori sono in grado di conoscere in profondità i candidati in una contrapposizione dialettica, e possono costruire un rapporto di piena responsabilità, fiducia e controllo verso l’unico rappresentante di un territorio. Le dimensioni ristrette del quale impediscono il lievitare dei costi e consentono il dispiegarsi di una logica “sportiva”, in cui alla fine emerge con chiarezza un vincitore.

Le argomentazioni difese dai rappresentanti del Pds e dagli animatori della consultazione popolare del 1993 vennero plebiscitate con l’83 per cento dei Sì. Un risultato inequivocabile, confermato in un’altra tornata referendaria dell’aprile 1999 e in tutte le rilevazioni demoscopiche sul tema. Suscita stupore che Francesco Boccia, nel confermare l’apertura del Pd all’adozione delle preferenze, si dica sicuro che “la base appoggerebbe con convinzione la scelta”. 

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