Pd a pezzi su unioni gay e primarie. Bersani: «Basta beghe»

Scontro durante l’assemblea Pd su matrimoni gay e primarie. Per evitare fratture la presidenza decide di non mettere al voto gli ordini del giorno sui temi più controversi. Davanti alle polemiche Bersani sbotta: «L’Italia non è fatta delle nostre beghe». Alla fine si limitano i danni, ma il parti...

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14 Luglio Lug 2012 1615 14 luglio 2012 14 Luglio 2012 - 16:15
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ROMA – «Siamo il primo partito del Paese e dobbiamo dire all’Italia cosa vogliamo fare. Il Paese non è fatto delle nostre beghe». Il segretario del Pd Pierluigi Bersani alza la voce. Visibilmente infastidito sale sul palco e interrompe la lunga discussione che da alcuni minuti ha interrotto i lavori dell’Assemblea nazionale del partito. Nella sala delle Fontane all’Eur la riunione è quasi finita. Manca solo il voto sugli ordini del giorno. Ma l’Assemblea rischia di spaccarsi. Per alcuni istanti la confusione e le polemiche su matrimoni gay e primarie mettono in secondo piano l’obiettivo ultimo del Pd: la guida del Paese. E il segretario interviene, scuro in volto, per richiamare il partito all’ordine.

«Sentite un attimo - prende il microfono Bersani - nel momento in cui per la prima volta il Pd assume un impegno per la regolamentazione delle unioni omosessuali alcuni dicono “Me ne vado”. Eppure quando questo impegno non c’era non l’ho mai sentito dire». Ancora più duro il rimprovero sulle primarie. «Ho detto: non solo il segretario. Ho detto: primarie aperte. Ho detto: non mettiamo barriere. Ma la data non la decidiamo solo noi. Le primarie non le facciamo da soli». Si alzano gli applausi convinti dell’Assemblea. Le polemiche restano.

A far discutere è la scelta della presidenza di non mettere ai voti gli ordini del giorno sui temi più spinosi. È il caso di due documenti presentati per regolamentare i matrimoni omosessuali. Il primo porta la firma di Ivan Scalfarotto. Il secondo, presentato da Anna Paola Concia, è stato sottoscritto da una quarantina di firmatari (tra questi Barbara Pollastrini e Ignazio Marino). Un odg, quest’ultimo, che senza troppi giri di parole impegna il Pd «ad inserire nel suo programma elettorale, sulla scia di quanto fatto in Francia da Hollande, l’estensione dell’istituto del matrimonio civile alle coppie omosessuali, al fine di garantire il pari riconoscimento dei diritti e doveri e la piena equiparazione giuridica tra le coppie omosessuali e le coppie eterosessuali».

Niente da fare. Troppo alto il rischio di scontro interno. Troppo alto, forse, il timore di far naufragare l’accordo con l’Udc di Pierferdinando Casini. I due documenti non vengono messi ai voti. La vicepresidente Marina Sereni spiega all’Assemblea la controversa decisione. Pochi minuti prima i delegati hanno già approvato il documento "Per una nuova cultura dei diritti”, elaborato dopo un anno e mezzo di riunioni dal Comitato Diritti presieduto da Rosi Bindi. Un documento frutto della trattativa tra le diverse anime del partito. Che pur proponendo il «pieno riconoscimento giuridico e sociale delle unioni civili per coppie omosessuali e non», conferma esplicitamente il dettato costituzionale sulla famiglia «come società naturale fondata sul matrimonio». Già prima della votazione si vivono alcuni momenti di tensione. Sul palco sale Enrico Fusco, giovane delegato pugliese. «Quello che votiamo - spiega innervosito - è un documento arcaico, irrispettoso, offensivo per la dignità delle persone. È vergognoso. Anche Fini è più avanti di noi». Alla fine si trova un ulteriore accordo. Integrando il documento presentato dalla Bindi - approvato con 38 voti contrari - con il riconoscimento di «pari dignità legale e sociale» agli omosessuali.

Saltano gli ordini del giorno Concia e Scalfarotto. «Alla luce della votazione appena fatta - spiega Marina Sereni - la Presidenza considera i due documenti preclusi». Scoppia la polemica. Anna Paola Concia sale sul palco, chiede ai vertici del partito di procedere ugualmente alla votazione. «Il segretario ha detto che siamo un partito democratico». La segue Scalfarotto «Credo che il partito sia pronto per affrontare questi temi. Dovremmo essere orgogliosi di chiedere l’uguaglianza per tutti i cittadini». I dirigenti del Pd non cambiano idea. Gli ordini del giorno sono preclusi. La confusione è forte. Dalla platea piovono fischi, insulti, imprecazioni. Anna Paola Concia, vestito rosso fuoco, sbuffa visibilmente innervosita mentre cammina su e giù per la sala. Qualcuno straccia la tessera. Non tutti sono d’accordo con i firmatari. Qualche fila più indietro alzano la voce anche i delegati più vicini alle posizioni di Casini. «Questi vogliono solo i titoli dei giornali di domani» si infastidisce il deputato dei Cristiano sociali Mimmo Lucà. «Marino in ospedale» grida qualcun altro (il senatore Ignazio Marino è un medico, ndr).

È il momento dei tre ordini del giorno di Pippo Civati, Sandro Gozi e Salvatore Vassallo. Tre documenti che chiedono la fissazione di una data per le prossime primarie del centrosinistra. L’attuazione dello Statuto Pd in merito alla non ricandidabilità in Parlamento di chi ha già ricoperto l’incarico per tre mandati. L’individuazione di primarie anche per la scelta dei candidati deputati e senatori. Il primo ordine del giorno è precluso. «Abbiamo già votato la relazione del segretario, che delinea un percorso ben definito e si occupa anche delle primarie per la premiership» spiega Marina Sereni. «Non si vota nulla» grida un delegato in platea. «Voto, voto, voto» scandiscono altri. L’atmosfera si scalda, tanto che è costretto a intervenire Bersani.

Alla ripresa dei lavori un ordine del giorno della presidenza disinnesca anche i due documenti rimasti. Nell’odg messo ai voti si dà mandato alla direzione di regolamentare primarie per la selezione dei candidati a Camera e Senato. Non si parla più del limite di tre mandati parlamentari. Ma di «quindici anni di mandato parlamentare» (garantendo, di fatto, tutti coloro che erano in Parlamento durante l’ultimo governo Prodi, durato solo due anni).

«Qual è la natura di questa Assemblea? Perché la parte deliberativa è sempre così povera?» chiede Salvatore Vassallo dal palco. L’obiettivo di evitare votazioni su materie particolarmente controverse è chiaro. «La risposta è molto semplice - conclude la Bindi - in tutte le assemblee la presidenza si incarica di fare una sintesi. L’abbiamo fatta e questo preclude tutto il resto». I lavori si chiudono, i delegati tornano a casa. L’assenza di un voto su matrimoni gay e primarie salva il partito da un’aspra polemica interna. Eppure, paradossalmente, lascia agli occhi del Paese un movimento ancora più diviso. E per questo più vicino a un nuovo governo di larghe intese. Da questa sera i sostenitori di un Monti bis sono più sereni. 

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