Fine dello Smeraldo, il teatro che non chiedeva soldi pubblici

Un teatro che chiude a Milano. Lo Smeraldo non ha resistito agli scavi nella piazza di fronte, lavori che diventano una barriera per il pubblico e gli sponsor. Ma anche alla concorrenza sleale di chi fa spettacoli nazionapopolari e riceve comunque finanziamenti pubblici per fare cultura. Un segno...

Smeraldo Chiude
15 Luglio Lug 2012 1700 15 luglio 2012 15 Luglio 2012 - 17:00

E adesso? «Non lo sappiamo». La risposta di Gianmario Longoni, ex patron del Teatro Smeraldo di Milano, è secca. Da quando il suo teatro ha chiuso «per sempre», il 30 giugno, l’umore non è buono. «Siamo arrabbiatissimi», ha detto a Linkiesta. I motivi sono tanti, e li racconta con fervore. «Pensavamo di poter riaprire in Bovisa, sotto un tendone, almeno per un periodo». E invece no, il comitato del parco Franco Verga, della zona, ha deciso di destinare l’area ad altro uso. «Ci siamo rivolti al Comune, ma l’aiuto non è arrivato in nessun modo: devo notare che la nuova giunta presenta più caratteri di continuità che di rottura rispetto a quella precedente», dice, e ricorda quanto poco fosse amato dal sindaco Moratti, per le questioni legate al teatro Lirico: «uno scontro durissimo contro le lungaggini e gli ostacoli della burocrazia, a volte folli, che mi hanno mandato fuori tempo massimo per l’appalto» e questo, all’epoca, aveva scatenato l’ira della giunta.

Gianmario Longoni è un veterano del mondo del teatro milanese e italiano. È stato gestore del teatro Ciak, del Nazionale e dello Smeraldo, di cui era anche proprietario insieme ad altri soci. Ora è direttore artistico del Sistina di Roma. Lo Smeraldo è il lascito di famiglia, antica e nobile della Brianza. Ma all’inizio era un cinema porno. «E per questo ero l’idolo dei miei compagni di classe», anche se si vergognava, e non per questioni moralistiche, quanto per lo spreco di un teatro così grande eppure sempre mezzo vuoto. Erano gli anni ottanta, quando comincia la stagione del teatro popolare, «cioè musical, spettacoli di comici, cantanti famosi», e la stagione del tutto esaurito. «Con il teatro popolare, inteso in questo modo, è facile fare i soldi: la gente viene a vedere Sting, e paga», e per questo «non ho mai chiesto aiuti allo Stato. Né a Comune, Regione, Provincia. Tutto con le mie gambe: perché io la vedo così. Con questi spettacoli, il ricavato c’è, ed è altissimo. Con il teatro colto, invece, no». Pirandello e Ionesco non sono un business, «però sono irrinunciabili. E allora è giusto che il pubblico lo finanzi. Io faccio cose che possono andare avanti da sole, e ho sempre deciso di non appoggiarmi alle istituzioni». Una posizione chiara: «un’attività imprenditoriale, onesta. Con i suoi successi e insuccessi, e soprattutto con la possibilità di prendersi il rischio. Io ho la stessa partita Iva da 28 anni», conclude.

Però, il teatro che ha ospitato Cats, il Fantasma dell’opera, Evita, David Bowie, Astor Piazzolla e Springsteen (per dirne alcuni) adesso chiude. «Ha già chiuso. È finita. Questa è stata una vicenda che ho tirato troppo per le lunghe anche io. Avrei dovuto mollare anni fa, me la sarei cavata con meno debiti da ripianare e meno sangue amaro. Adesso devo vendere le mura del teatro e sostenere tutti gli impegni, come la mia famiglia ha sempre fatto». Anni fa, quando ormai sembrava chiaro che il cantiere per i box di piazza XXV Aprile sarebbe durato molto più a lungo del previsto.

Aperto il 28 luglio del 2006, doveva finire, secondo le promesse, nel 2009, ed è stato completato solo il dieci luglio del 2012. Un cantiere che, autorizzato dall’ex sindaco Gabriele Albertini con il potere di commissario straordinario al traffico. «Una ferita per Milano», ha detto l’attuale sindaco Giuliano Pisapia, ma anche la causa della rovina di Longoni. «Con il cantiere, si è dimezzata la clientela degli spettacoli», spiega, «ma soprattutto, si sono dimezzati gli spettacoli». Gli sponsor sono fuggiti, perché non avevano più la stessa visibilità di prima. Gli artisti hanno cominciato a chiedere di più, o a rifiutarsi di venire. Il cartellone diminuiva. E infine, arriva la vera tegola: «Ho dovuto dire addio alle serate delle associazioni, ad esempio quelle dell’ordine dei commercialisti, o i convegni dell’ FNSI. Quelli sono i veri guadagni per un teatro: mi valgono almeno otto volte un concerto di Springsteen». E purtroppo, anche loro se ne sono andati via a causa del cantiere. «Mi ha rovinato. Avrei dovuto mollare prima, ma pur di resistere ho cominciato a fare i debiti». E, da lì la fine dello Smeraldo.

Una fine ingloriosa. Anche perché – la beffa – piazza XXV Aprile è stata ultimata pochi giorni dopo la chiusura del teatro. «In questo caso, nessuno dell’amministrazione mi ha aiutato». Ma cosa potevano fare? «Potevano aiutarmi a trovare un istituto bancario disposto a finanziarmi per qualche mese ancora. Oppure potevano spostare la metà di quanto danno ad altri teatri. Oppure, soltanto, bastava qualche parola. Un endorsement, un annuncio. Avrebbe fatto tanto». Invece, dalla giunta Pisapia, nulla.

«E pensare che io li ho sempre sostenuti. Stefano Boeri ha lanciato da qui la sua candidatura. Giuliano Pisapia, il suo incontro di medio termine lo ha organizzato allo Smeraldo». Ma perché rivolgersi a loro, se si è sempre stati indipendenti? «Lo sono ancora. Però questo fatto mi ha danneggiato: secondo la legge, non mi è stato riconosciuto nessun danno e, di conseguenza, nessun risarcimento, perché questo non è un teatro». In che senso? «Non avendo mai chiesto i fondi per lo spettacolo, o aiuti delle istituzioni, lo Smeraldo non è considerato, da loro, come un teatro. E allora non sono previsti risarcimenti». Nel suo mirino ci sono anche altri teatri della città, che pur ricevendo finanziamenti pubblici, hanno nel cartellone spettacoli di grande richiamo. «Non è un modo onesto di lavorare: hanno meno costi, perché gran parte glieli paga la comunità, e allora anche più facilità. Hanno fatto dumping nei miei confronti, concorrenza sleale». A pagare, però, «non sono solo io che chiudo, ma tutta la comunità», che ha un’offerta culturale più bassa proprio dai soggetti che, invece, proprio perché finanziati, dovrebbero sostenere progetti «che non portano profitti».

Ora le mura del teatro sono di proprietà a Oscar Farinetti e alla sua Eataly, che ne farà un centro di ristorazione. »«Ma questo doveva essere il distretto del teatro, non del cibo», dice con rammarico. Ma non molla. «Non ne ho voglia, anche se forse sarebbe il caso. Oramai la commistione tra cultura e spettacolo è sempre più forte, e danneggia entrambe». L’unica speranza, ora, «è ottenere la concessione per un nuovo Smeraldo». Sarebbe da fare proprio con la collaborazione di Farinetti, in zona Garibaldi, ancora da costruire. «Forse in Porta Nuova», sempre vicino, allora. E sperando che stavolta non ci siano nuovi cantieri. 

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