La cocaina non tira più, le Farc si danno al petrolio

L’efferato gruppo di guerriglieri colombiano ormai da anni ha poco a niente a che spartire con rivendicazioni di impegno politico o ideale. Il suo business sono i sequestri e, soprattutto, la cocaina. Ma la dura lotta condotta in questi anni dal governo di Bogotá, con tanto di distruzione di etta...

Farc
15 Luglio Lug 2012 1830 15 luglio 2012 15 Luglio 2012 - 18:30
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C’era una volta un gruppo guerrigliero con un côté di impegno e carico ideale, un forte seguito tra i campesinos e un leader discusso ma carismatico con un nickname da fumetto. Era il ’64 l’anno in cui nacquero le Farc, il Che avrebbe fatto di lì a poco il celebre discorso alle Nazioni Unite e mezza America Latina sognava di seguire l’esempio di Cuba. Da allora, però, sono passati cinquant’anni. Cambiano le persone, e figuriamoci un’organizzazione guerrigliera in uno scenario come la Colombia: quarta economia latinoamericana e prima nella produzione di cocaina. Paese di marqueziane, simboliche farfalle gialle e grattacieli dei gruppi finanziari, foresta tropicale e paramilitari.

Da movimento guerrigliero, le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia sono diventate un’organizzazione terrorista per l’Unione europea e per gli Stati Uniti. Sparito il côté romantico a mano a mano che i sequestri con cui si finanziavano diventavano sempre più lunghi e inumani e che loro stessi si trasformavano – morto Escobar e disciolti i cartelli – nei principali produttori di cocaina del Paese, insieme al nemico storico Auc, la Autodefensas Unidas de Colombia, i paramilitari o paracos, adesso formalmente smantellati.

In ogni caso, da qualche mese le Farc hanno smesso di sequestrare (o almeno lo hanno annunciato, smentendosi quasi immediatamente) e si sono dati al petrolio. Nel senso che assaltano i pozzi e le infrastrutture, a volte sequestrano chi ci lavora e altre volte, semplicemente, li fanno fuori. Cominciati nel 2010, gli attacchi sono aumentati a un ritmo tale (121 lo scorso anno contro torri de energía, oleodotti e camion da trasporto), che nei primi due mesi di quest’anno si sono estratti 45.000 barili in meno al giorno. «L’obiettivo della Colombia è un milione di barili al mese», ha dichiarato il ministro delle Miniere e dell’Energia, Mauricio Cárdenas Santamaría. «Ma data la situazione stiamo avanzando a passo lento». Tanto che, nel maggio di quest’anno, la produzione è calata del due per cento rispetto al mese precedente. Va detto che questo è un momento aureo per le compagnie petrolifere in Colombia, Farc a parte: gli investimenti stranieri nel settore hanno superato i 13.000 milioni di dollari nel 2011 ed è probabile che aumentino nel 2012.

Dunque. L’ultimo attacco è del 7 luglio, un attentato dinamitardo contro un pozzo a Puerto Caicedo in cui sono morti cinque contrattisti della statale Ecopetrol. «A questi banditi risponderemo con tutta la forza che sarà necessaria», aveva detto in una occasione simile il presidente della Repubblica Juan Manuel Santos, ma nonostante siano stati creati appositi battaglioni mineros-energéticos e si siano rafforzate le squadre di protezione alle 130 imprese che operano nel Paese, i guerriglieri (o sovversivi nel linguaggio di molti media) non accennano a desistere. Tra le ragioni della nuova strategia ci sarebbe il fatto che le Farc stanno perdendo le loro fonti di approvviggionamento (prima fra tutte le coltivazioni di coca, in parte distrutte dalle offensive militari) e l’assalto alle centrali petrolifere sono la premessa per praticare una sorta di pizzo. La maggior parte delle infrastrutture si trovano nei luoghi più sperduti del Paese, dove operano attualmente le Farc, in cui queste ultime hanno ovviamente buon gioco. Per quanti battaglioni possa dislocare l’esercito, è praticamente impossibile controllare un territorio smisurato e difficole da percorrere, che la guerriglia conosce come le sue tasche. Sta di fatto che il consenso di Juan Manuel Santos è precipitato al 48 per cento nelle ultime settimane, e dire che era un presidente amato. Ma la fiducia in un capo di Stato, in Colombia, si misura in larga parte con il grado di sicurezza che riesce a dare al Paese, e la ripresa della guerriglia, che appariva semi-smentellata dopo gli otto anni di lotta senza quartiere dell’ex presidente Alvaro Uribe, lo ha fatto scendere nella credibilità generale. Proprio Uribe, d’altronde, l’uomo duro, è adesso il maggior detrattore di Santos, che accusa di essersi rilassato, lasciando alle Farc la possibilità di riprendersi. In realtà, la ruggine tra i due, un tempo amiconi, si deve al fatto che l’attuale presidente ha fatto mettere sotto accusa per corruzione alcuni uomini di Uribe, ma questa è un’altra storia.

A differenza del suo predecessore, Santos ha ammesso l’esistenza di un conflitto armato in Colombia. Aspira a una pace che faccia respirare il Paese, dopo tanti anni di violenza, ma ciascuna delle parti mette sul tavolo condizioni che l’altra considera inaccettabili. Soltanto se le Farc deporranno le armi si potrà parlare di processo di pace, ha detto Santos, ma quelli rispondono picche. La faccenda degli accordi di pace è d’altronde una storia infinita e finora frustrante, fatta di finti tentativi e intransigenze dall’una e dall’altra parte. L’ultimo serio risale al 1999, quando l’allora presidente conservatore Andres Pastrana offrì alle Farc un territorio grande due volte il Salvador come terreno per i dialoghi di pace, ma quelli lo trasformarono in una base operativa per assalti e sequestri. Finì che l’Esercito bombardò la zona (e non solo le Farc), nel febbraio del 2002, e da allora i rapporti si guastarono per sempre. Per dare un’idea di come vanno le cose, laggiù: il nuovo supercapo delle Farc, dal fantasioso nome di battaglia Timochenko, ha scritto qualche mese fa una lettera a Santos in cui gli propone di sedersi a un tavolo e mettere in discussione, davanti al Paese, i disastri ambientali, gli investimenti privati e la deregulation.

Cinquantatré anni e una taglia di 2 milioni e mezzo di dollari, Timochenko (alias di Rodrigo Londoño Echeverri detto, anche, Timoleón Jiménez), rappresenta l’ala più radicale delle Farc e ha preso il posto dell’ex leader Alfonso Cano, alias Guillermo León Sáenz Vargas, ucciso in uno scontro a 63 anni nel novembre dell’anno scorso. Considerato l’ideologo del movimento ed espressione dell’ala politica, che perse peso dopo i frustrati accordi di pace, è stato un personaggio interessante: di classe medio alta e buoni studi di antropologia che lasciò a metà strada quando incontrò Marulanda e le Farc, fu lui a fondare, nel 2002, il Movimiento Bolivariano por la Nueva Colombia e a cercare, a suo tempo, la strada del negoziato. La sua morte è stata un brutto colpo per l’organizzazione, ma già da qualche anno l’emorragia di capi e capecillas era brutale. Prima era morto il Negro Acacio, abbattuto dalle bombe dell’esercito, un tipo carismatico il cui incarico era raccattare soldi per le Farc, nonché procurare la base di coca ai cartelli della droga colombiani e messicani. Nel marzo 2008 era toccato in Ecuador al portavoce Raúl Reyes e subito dopo a Iván Ríos, un rampante in versione guerrigliera cosi poco amato dai suoi uomini che uno di loro non solo lo aveva fatto fuori per incassare la taglia me ne aveva portato la mano, stecchita e maleodorante, a uno sbalordito capitano dell’VIII Brigata dell’esercito. Alla fine dello stesso mese morì, di semplice infarto, il capo e fondatore Tirofijo e qualche anno dopo il Mono Jojoy, alias Jorge Briceno, l’ex capo militare, il cattivo: abbattuto da un attacco aereo. A Timochenko manca il carisma di molti di loro, ma dicono sia inclemente e determinato come pochi.  

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