Smettiamo di desiderare la parità dei sessi, non la avremo mai

Anne-Marie Slaughter, super professoressa di Princeton ed ex consigliera di Obama, qualche settimana ha spiegato i motivi per cui si è dimessa dall’incarico alla Casa Bianca e ha dichiarato che «le donne non possono avere tutto». Questo non vuol dire che siano inferiori, né superiori. Semplicemen...

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17 Luglio Lug 2012 1332 17 luglio 2012 17 Luglio 2012 - 13:32
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In America imperversa il dibattito, qui da noi non ancora. O meglio, il Corriere.it, nel blog La 27sima ora, ha ripreso la sua dichiarazione di outing, L’Internazionale le ha dedicato la copertina, Beppe Severgnini oggi torna sull’argomento sulle pagine del Corriere della Sera, ma nessuna donna che occupi posizioni di vertice in Italia ha ancora detto la sua. Parliamo di Anne-Marie Slaughter, super professoressa di Princeton ed ex consigliera di Obama, e del lunghissimo coming out di qualche settimana fa in cui, spiegando i motivi per cui si è dimessa dall’incarico alla Casa Bianca, ha dichiarato che «le donne non possono avere tutto». 

Dopo due anni in cui la sua settimana lavorativa cominciava alle 4.20 del lunedì mattina «quando mi alzavo per prendere il treno delle 5.30 da Trenton a Washington» e finiva il venerdì sera tardi «con il viaggio di ritorno», e in cui non ha mai lasciato l’ufficio prima dell’orario di chiusura dei negozi - «ciò voleva dire che tutto il resto, dal lavasecco alla parrucchiera agli acquisti natalizi, era rimandato al fine settimana, tra le attività sportive dei ragazzi, le lezioni di musica, i pranzi in famiglia e le chiamate in teleconferenza» - Anne Marie ha deciso di mollare l’incarico per stare vicina al figlio adolescente brufoloso e in crisi, e di tornare a essere solo professoressa. Non solo, Anne-Marie ha deciso di svelare al mondo intero la più grande falsità che sia stata mai coniata per far sentire in colpa le donne che non sono riuscite ad occupare posizioni di vertice nella società: «Farcela nel lavoro e nella famiglia dipende, più di ogni altra cosa, dalla caparbietà personale».

Leggere le parole della Slaughter e leggerle dall’Italia fa male. Fa male se hai sempre pensato che con la volontà e la caparbietà si possa fare tutto. Fa male se hai dei figli piccoli a “ostacolarti” il cammino professionale. Fa male se vivi in un Paese come l’Italia, distante anni luce dalla libera e ricca America, un Paese, il nostro, in cui ormai non sono più neppure le reti di sostegno regionali a rappresentare il problema o la salvezza, perché la differenza la fanno soltanto i soldi. Perché se sei facoltosa, potrai permetterti scuole private, attività ricreative, babysitter, pulmino di accompagnamento a scuola e alle attività sportive. Mentre, se non lo sei, sarai costretta a barcamenarti tra lavoro, casa e famiglia, finendo sempre per perdere (tempo, lavoro e credibilità) e, soprattutto, sentendo sempre in bocca il sapore della sconfitta. Il rimorso e il senso di colpa ti vengono anche se sei facoltosa, invece.

Se a dichiarare l’impossibilità, per le donne, di avere tutto, è una leader, una che parla quotidianamente con Obama e Illary Clinton, una che ha tutto, potere, soldi, proseliti, un marito adorabile, una testa meravigliosa e anche un bell’aspetto, la cosa è grave. Se la stessa persona che lo dice vive in America, il paradiso della libertà, viene voglia di piangere. Se poi a leggere sono donne che si trovano al Sud del mondo, dove sono spesso relegate in casa per costume e abitudine, dal pianto si passa all’orrore. Se non esistessero, in Italia, donne tenaci e caparbie che si ostinano a riflettere e a stimolare il dibattito, dichiarazioni simili spingerebbero direttamente nel baratro la maggior parte delle donne tricolori.

Anne-Marie racconta la sua esperienza con abbondanza di particolari, elogiando il marito, che per anni si «è dedicato ai compiti, imparato a memoria il copione della recita scolastica, preparato la pietanza tipica per la festa dei sapori, fatto il tifo alle partite di baseball». Anne-Marie è stata aiutata dal suo uomo, sempre, in tutto. Eppure, il suo verdetto finale è che per una donna è impossibile farcela, di certo nel lungo periodo.

E non ha senso citare, a smentita delle sue parole, il caso di Marissa Mayer, che nelle ultime ore è stata nominata, a 37 anni e incinta di un bambino che nascerà a ottobre, amministratore delegato di Yahoo dopo essere stata una delle massime dirigenti di Google. Anne-Marie Slaughter parla di lungo periodo. E Marissa partorirà a ottobre. Il discorso e il grido di vittoria – anche evitando di considerarla un’eccezione – sono decisamente prematuri. Ha ragione Beppe Severgnini quando dice che noi donne dovremmo rivedere i nostri ideali e i nostri modelli. Perché non ha senso rincorrere un modello di carriera e di vita maschile che non potrà mai essere nostro, a meno che non accettiamo di rappresentare solo un’eccezione, di vivere senza famiglia, senza figli e di ritrovarci magari a sessant’anni senza nessuno accanto.

Troppo spesso crediamo che la realizzazione sul lavoro passi per orari maschili, agende maschili, viaggi maschili e carriere maschili che sono assolutamente incompatibili con la famiglia, i figli e la casa, a meno di non sacrificarsi totalmente, di un sacrificio eccessivo, che non può essere chiesto ad alcun essere umano, e che si chiama “eroismo”. Agli uomini si chiede di essere bravi, a noi donne di essere eroiche. Solo che, quando lo siamo, e mettiamo da parte la famiglia per dedicarci interamente al lavoro ad alti livelli, passiamo per egoiste, mentre se un uomo sacrifica la sua famiglia per il lavoro è uno generoso. Severgnini ha ragione da vendere. E ha ragione anche nel dire che dovremmo smettere di rifiutare appellativi femminili come “dottoressa”, “professoressa”, “ambasciatrice”, “presidentessa” e simili e rivendicare l’uso, anche per noi, dei qualificativi maschili. È sciocco, sbagliato, ci priva della nostra identità, della nostra bellezza, della nostra diversità. Se, da donne, siamo riuscite ad affermarci in diplomazia, per esempio, obblighiamo tutti a chiamarci “ambasciatrici” così da ricordare al mondo cosa siamo: femmine. E “nonostante ciò”, vincenti.

Il femminismo ci ha condotte a essere dure e granitiche, ma anche terribilmente lontane dalla realtà. È vero che abbiamo guadagnato il diritto all’aborto, il diritto di voto e altre conquiste civili e democratiche che rappresentano soltanto l’ABC, ma siamo rimaste ferme al passo sul concetto fondamentale: noi non siamo come gli uomini. E non vuol dire che siamo inferiori, né superiori. Siamo diverse. Ed è sulla diversità che dovremmo basare le nostre battaglie. Rivendichiamola, la diversità. Chiediamo un mondo fatto su misura per noi. Delle strutture di sostegno, orari più umani, meno competizione, che non ci sia chiesto nessuno sforzo aggiuntivo né sacrificio, come se dovessimo essere punite per il solo fatto di essere nate donne.

Smettiamo di desiderare la parità, non l’avremo mai, non come l’hanno chiesta le donne nate negli anni '50 e '60. Noi, oggi quarantenni o trentenni, nate negli anni '70 e '80, ci ritroviamo mamme nel nuovo millennio. Erano altri tempi, quelli, oggi combattiamo altre battaglie. E facciamolo con l’aiuto dei nostri mariti e compagni, se possibile, che trarranno giovamento dalla nostra minore frustrazione, dall’apporto economico raddoppiato, dal sorriso nell’accoglierli la sera, quando, al ritorno dal lavoro, capiremo meglio le loro ansie, le angosce, le difficoltà, perché le avremo vissute anche noi, perché saremo serene, ci sentiremo utili, appagate, realizzate, nonostante e accanto alla famiglia. E i nostri mariti e compagni comprenderanno le nostre. Ma facciamolo prima di tutto noi.

Non appelliamoci agli uomini per combattere battaglie che possono e devono essere solo nostre perché solo noi le conosciamo negli angoli più reconditi e in tutte le loro difficoltà. Abbiamo lasciato per secoli che ci ingabbiassero nei sensi di colpa, abbiamo permesso che si spacciassero per conquiste straordinarie delle banalità di vita vissuta che dovrebbero essere garantite a tutte, abbiamo lasciato che politici uomini vincessero campagne elettorali sbandierando un diritto alla famiglia e al lavoro relegato solo nelle quote rosa, a nostro danno. La battaglia non deve essere condotta dagli uomini per noi, o comunque non solo da loro. Dev’essere prima di tutto nostra.

Smettiamola di definirci “donne con le palle” se solo riusciamo a portare la pagnotta a casa e a lavorare duro e sodo. Iniziamo a considerarci solo donne, femmine, belle, fiere, giocose, sorridenti, sensibili fino al midollo, piene di sangue e forza naturale. Lo dice anche Anne-Marie Slaughter: «Smettiamo di accettare il comportamento maschile e le scelte maschili come norma ideale cui aderire. Dobbiamo insistere per cambiare le politiche sociali e modificare le nostre carriere in modo da soddisfare anche le nostre esigenze». È vero che, come dice lei, non mancano gli uomini che appoggiano la nostra causa, ma gli alleati veri cerchiamoli tra le donne, in mezzo a quelle che troppo spesso remano contro. Perché sanno che è quasi impossibile riuscire. E, se ci sono riuscite, mortificano le altre per sentirsi superiori. Donne contro donne. Perché il sacrificio è troppo alto e loro pretendono venga riconosciuto il prezzo che hanno pagato, che non è da tutte né per tutte. È vero, certo. Ma finché non saremo davvero tutte unite sarà sempre peggio. E ci troveremo a invidiare sempre più la solidarietà maschile. Ed è su quella che si basa il mondo. Soprattutto quello in cui viviamo anche noi.
 

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