Al Senato si discute di lobby maschiliste e quote trans

In Parlamento va in scena un dibattito «surreale». È giusto riservare alle donne il 50 per cento dei seggi al Senato? Tema sacrosanto (l’Italia è uno dei Paesi più arretrati in materia) ma per qualcuno fuori contesto. Ed è scontro. C’è chi accusa gli uomini di fare lobby  e chi presenta studi sul...

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18 Luglio Lug 2012 1530 18 luglio 2012 18 Luglio 2012 - 15:30

Il senatore dell’Udc Gianpiero D’Alia prende la parola verso le 11.30. A Palazzo Madama il dibattito, a tratti particolarmente acceso, è in corso da almeno due ore. Il parlamentare centrista sembra cogliere perfettamente il senso della vicenda: «Partiamo dal presupposto che quello che stiamo facendo è obiettivamente surreale: stiamo discutendo di una riforma che non vedrà la luce. In sostanza, stiamo facendo un dibattito che sinceramente ci saremmo potuti risparmiare, utilizzando questo tempo e l’Aula del Senato per varare provvedimenti molto più utili e urgenti per il Paese».

Non c’è crisi finanziaria che tenga. Al Senato i partiti si danno battaglia sul principio della parità di genere nella rappresentanza elettiva. È giusto riservare alle donne metà dei seggi di Palazzo Madama? Una discussione in linea di principio legittima. Ma fiabesca nei tempi e nei modi. Anche perché molti sembrano aver dimenticato che l’attuale legge elettorale vieta ai cittadini di scegliere non solo il sesso, ma la stessa identità dei propri parlamentari. Intanto i partiti si scontrano, tra accuse di maschilismo, di lobby monosex e presunti studi scientifici sulla superiorità mentale delle donne. I radicali si astengono. Se è necessario tutelare la parità di genere, allora perché non riservare un terzo dei seggi anche ai transessuali? Proposta che a rigor di diritto non fa una piega.

A sollevare la questione è Giuliana Carlino. La senatrice dell’Idv presenta un emendamento all’articolo 3 del ddl sulle riforme costituzionali - quello del semipresidenzialismo e della riduzione dei parlamentari - teso a «garantire la parità di genere nella rappresentanza elettiva». Di fatto si propone di riservare 125 dei 250 seggi di Palazzo Madama, così ridotti dalla riforma, a candidati di sesso femminile. Un tema tutt’altro che secondario. Statistiche alla mano, in tema di partecipazione femminile alla vita politica l’Italia è attualmente al dodicesimo posto su tredici paesi membri del Consiglio d’Europa. Il progetto di riforma divide il Senato. Il Partito democratico appoggia da subito l’emendamento. Lega e Udc si schierano contro. Il Popolo della libertà si spacca.

Il fronte dei contrari alla parità di genere è compatto. Seppur variegato. Le giustificazioni per bocciare l’emendamento Carlino sono tante. Qualcuno tira fuori gli accordi presi in commissione. «Abbiamo stabilito di limitare il nostro lavoro ad alcuni articoli della Costituzione affinché questo provvedimento non si allargasse ad altri concetti» chiarisce il Pdl Gabriele Boscetto. Qualcun altro cerca conferme nel panorama internazionale: «Né negli Stati Uniti, né in Francia, né in Inghilterra, dove si fa politica e democrazia sul serio, si è mai visto che per il Parlamento e per il Senato vi sia una sorta di lottizzazione per cui gli elettori sono obbligati a votare un uomo o una donna in termini numerici» argomenta Carlo Giovanardi. Per l’ex ministro Roberto Calderoli la norma finirebbe per violare la Costituzione stessa. «L’articolo 48 dice che il voto è personale, uguale e libero. Se si introduce un concetto del genere, il voto non è più libero, ma è obbligato secondo determinati binari». Francesco Rutelli solleva un altro dubbio. Perché introdurre la parità di genere solo al Senato? Non sarebbe più corretto modificare in questo senso anche la Camera dei deputati (ma anche la Presidenza della Repubblica, la Corte Costituzionale, la magistratura…)? «È assurdo - spiega - Chiedo scusa, ma si tratta di un intervento privo di senso».

Tutte storie. La senatrice Pd Vittoria Franco denuncia pubblicamente il tentativo di inquinare il voto della lobby maschile. «È chiaro che qui c’è un patto fra uomini per escludere le donne - alza la voce la parlamentare - Alcuni di voi vogliono liste monosex, perché hanno fatto un patto politico tra loro, questa è la verità, per escludere le donne, anche quelle in gamba, che sono molto più brave di voi in politica e nelle istituzioni». Insomma, le donne sono meglio degli uomini. Una baruffa da scuola elementare? Tutt’altro. A riprova della tesi interviene la senatrice pidiellina Maria Elisabetta Alberti Casellati. «Il presidente della Repubblica - ricorda la berlusconiana - ha detto che quando ci sono donne nei consigli di amministrazione i risultati sono migliori. Ultimamente c’è stata anche un’indagine che stabilisce che il quoziente intellettivo delle donne è superiore a quello degli uomini». L’Aula del Senato di sponda maschile schiuma rabbia. Si levano commenti infastiditi. «Colleghi - risponde la senatrice Alberti Casellati - non è una considerazione che ho fatto io. È una ricerca scientifica che stabilisce il principio per cui le donne hanno un quoziente intellettivo più elevato».

Il clima si scalda. Vola anche qualche insulto. L’atmosfera non ferma il coraggioso pidiellino Raffaele Lauro, deciso a votare in favore dell’emendamento contro le indicazioni del suo partito. «Signor presidente - anticipa prendendo la parola - mi permetto di suggerirle fin d’ora di sospendere la seduta, perché penso che il mio intervento procurerà molti clamori». Poi si rivolge ai suoi con tono di sfida: «Badate bene, cari colleghi di gruppo, che io ho parlato di fronte ad assemblee infuocate e minacciose. Non mi lascerò certo intimidire dai vostri mugugni».

Il tema ovviamente è dibattuto. Coinvolge, divide. Per un motivo o per l’altro. «Personalmente mi sono interessato al problema - ammette candidamente l’ex An Domenico Nania - anche perché, statisticamente, in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America le donne votano a destra». Nessun approccio superficiale all’argomento, per carità. «Le donne non sono un problema, ma una risorsa» chiarisce poco dopo il senatore. Adriana Poli Bortone ha un approccio più fatalista: «Sono stufa si sentir dire da 50 anni a questa parte che il 52 per cento dell’elettorato passivo è composto da donne, mentre appena il 10 per cento del Parlamento è composto da donne. Si vede che le donne non vogliono votare per le donne…».

Le questioni sul tavolo sono diverse. Metà seggi per gli uomini e metà per le donne rischiano di sottorappresentare un terzo genere: i transessuali. A sollevare il tema è il radicale Marco Perduca. «La scienza e la sociologia - spiega - ci dicono che non è così semplice definire l’identità di genere». Resta da risolvere un altro aspetto. Legato alla certezza che una volta eletto a Palazzo Madama un parlamentare non decida di cambiare sesso, finendo per creare un vulnus nel delicato equilibrio democratico. «Nel momento in cui si venisse nominati o eletti - si chiede Perduca - si dovrebbe sottoscrivere una dichiarazione di appartenenza a un determinato genere, con il divieto di cambiarlo?».

Tante chiacchiere per niente. Dopo due ore di discussione l’emendamento Idv non passa. Votano contro 155 senatori, a favore 108. Si astengono in 23. La capogruppo del Pd Anna Finocchiaro lamenta «l’occasione persa». Il collega del gruppo Misto Piergiorgio Stiffoni non proprio. «La discussione sulla parità di genere in riferimento al risultato elettorale - commenta a caldo - è il chiaro sintomo che non c’è limite all’imbecillità legislativa». 

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