Mafia, la solitudine di chi la combatte nelle parole di Sciascia

Nel gennaio 2011, il pentito Rosario Naimo ha raccontato come fu preso e ucciso Mauro De Mauro (e soprattutto dove si trova il suo corpo) , il giornalista del quotidiano L’Ora di Palermo. È possibile che a venti anni dalla morte di Paolo Borsellino, molti parlino della solitudine come la condizio...

Sciascia
18 Luglio Lug 2012 0809 18 luglio 2012 18 Luglio 2012 - 08:09
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Quarant’anni dopo, nel gennaio 2011, il pentito Rosario Naimo, “l’ater ego di Riina in America” come l’hanno sempre chiamato gli altri pentiti, ha raccontato come fu preso e ucciso Mauro De Mauro (e soprattutto dove si trova il suo corpo), il giornalista del quotidiano L’Ora di Palermo. Era il 16 settembre 1970. De Mauro, si disse allora, pagò perché con la sue inchieste giornalistiche aveva iniziato ad alzare il velo sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni, morto per un “incidente aereo” il 27 ottobre 1962 e sulle possibili connessioni tra la mafia e il il tentato golpe Borghese (dicembre 1970).

A quell’episodio si riferiscono le considerazioni di Leonardo Sciascia in Nero su neroÈ possibile che in questi giorni, a venti anni dalla morte di Paolo Borsellino, molti parlino della solitudine come la condizione in cui le vittime eccellenti di mafia diventano appunto vittime? Mauro De Mauro era il primo di una lista che abbiamo imparato a leggere in questi anni e la cui misura sta anche nelle parole di chi assiste e non si aspetta niente, perché così è la vita. Certo la solitudine pesò, come molte altre volte sarebbe avvenuto. Ma anche molto altro. E forse è con questo altro che occorrerebbe misurarsi. Ecco le poche parole, ma chiare, di Sciascia.

 «Che è la vita!».
 «Sappiamo che ci siamo svegliati stamattina, ma non sappiano che ci capiterà prima che scuri».
«Qui siamo». E potremmo cioè da un momento all’altro non esserci.
In questi giorni, a Palermo, per strada, in autobus, dal barbiere, si colgono di queste esclamazioni, di queste sentenze. Ma v’ingannereste di grosso, a credere che siano pronunciate in compianto di qualcuno che è morto d’infarto o è stato investito in automobile: il tipico compianto in cui il siciliano non il morto compiange ma se stesso precariamente vivo. Stavolta si tratta di un clamoroso fatto di cronaca: un giornalista rapito mentre sta per rincasare, in pieno centro, alle nove di sera.

Qualcuno, arditamente, entra nel merito: «È stato un fesso».
Con ardimento anche più grande un tale, in autobus, domanda al suo vicino: «Secondo lei, è ancora vivo?».
«Ancora vivo? Ma lei scherza!».
La risposta è quella che l’interrogante si aspettava.

 

 

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