Lotta di tasse, nuove idee per una giustizia fiscale

Per la prima volta, l’evasione fiscale è la vera grande emergenza del Paese. Guerre sugli scontrini e tifo da stadio per le operazioni della Finanza. Stanno aprendo gli occhi su una “ingiustizia fiscale” senza pari al mondo? Una situazione insostenibile, da cui nasce il rischio, nei prossimi anni...

Delzio Tasse
19 Luglio Lug 2012 1200 19 luglio 2012 19 Luglio 2012 - 12:00
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Di solito vince il bene. I protagonisti positivi, i buoni sentimenti, i comportamenti nobili ed esemplari. L’intero cinema occidentale – con rare e pregiate eccezioni – ha sempre considerato l’happy end come il modo migliore per accompagnare il cervello della gente all’uscita delle sale cinematografiche. Ma da cinefilo appassionato, sono sempre stato colpito dal fatto che rispetto a questa «regola universale» esista in Italia una clamorosa eccezione. Qual è l’unico valore fondante della convivenza civile che il nostro cinema non ha mai celebrato? Esaltando, spesso, addirittura il suo opposto? Invito il lettore (benevolo e paziente) a riflettere...

La risposta esatta è: l’onestà fiscale. Salvo rarissime eccezioni (come la celebre pellicola di Totò e Aldo Fabrizi, I tartassati del 1959), nel cinema made in Italy l’onestà fiscale non è mai stata un valore modello da esaltare nelle narrazioni. E pagare le tasse non è mai stato considerato sinonimo di bene e di giusto. Per scoprire il perché, forse basta rileggere quanto scriveva Piero Gobetti in un articolo su «La Rivoluzione Liberale» del 1922: «In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe alla vita statale [...]. Il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta».

Il cinema popolare, dunque, è stato, ed è oggi, la cartina di tornasole di una avversione collettiva all’idea che le tasse siano il doveroso contributo del cittadino al benessere comune. Potremmo dire che lo stesso cinema è stato causa ed effetto – o semplicemente fotografia – di questa istintiva furbizia da evasione fiscale che si è impadronita degli italiani e non li ha più abbandonati. I registi e gli sceneggiatori che hanno fatto la cultura popolare italiana sono sempre stati più realisti della realtà: dai «Cinepanettoni» alle commedie all’italiana, l’italiano brillante, vincente, sexy è spesso un evasore fiscale. È furbo, figo e inarrivabile, è un campione di libertà e di creatività (anche) perché riesce a sottrarre al fisco le sue ricchezze. In questo straordinario rovesciamento «sociale» della mappa dei valori, evadere e farla franca è di ventato uno status symbol: un elemento di orgoglio da esibire con gli amici al bar, un’arma di simpatia e di seduzione per conquistare donne a gogo e vantarsene in giro.

Non c’è da stupirsi, quindi, se ritroviamo una delle migliori «traduzioni» odierne della riflessione gobettiana nei dialoghi fulminanti di Cetto La Qualunque: «Non ho mai pagato le tasse e me ne vanto. Le tasse sono come la droga, le paghi una volta e poi entri nel tunnel!» afferma spavaldo Antonio Albanese nel film record d’incassi Qualunquemente, vestendo i tragici e realissimi panni di una macchietta del potere locale nel crepuscolo dell’era berlusconiana. La capacità di fregare l’erario è uno dei tratti salienti, in particolare, dell’identità del self made man: per il piccolo imprenditore di successo, per il professionista affermato, per il ricco commerciante non pagare le tasse non è affatto un disvalore, ma un tratto della personalità che viene ammirato molto più che biasimato, invidiato molto più che compatito.

Come in Matrimonio a Parigi di Claudio Risi, ennesima (e un po’ stantia) versione della commedia all’italiana che ha animato le sale nell’inverno 2011, il cui protagonista è un «trionfale» evasore fiscale totale interpretato da Massimo Boldi. O come in Buona giornata di Carlo Vanzina della primavera 2012, divertissement «usa e getta» che schiera una specie di «nazionale» della comicità italiana per rappresentare il peggio dell’Italietta furba e carica di vizi: uno dei protagonisti di questo affresco decadente è un imprenditore romano (interpretato da Maurizio Mattioli) che si chiede perché mai – oltre a lavorare e dare lavoro a molta gente – debba perfino avere rapporti con il fisco... «Vedi un po’ che mo’ devo pagà le tasse. Con me non passano!» dichiara fieramente, pensando agli uomini dell’Agenzia delle Entrate che gli erano alle calcagna.

Queste due commedie sono soltanto gli ultimi episodi di una triste litania pluridecennale fatta di film, fiction e sceneggiature vanziniane (dei Vanzina o dei loro numerosi emuli), nei quali il piccolo imprenditore o il libero professionista che si vantano di non «conoscere» il fisco sono le intramontabili star di commedie sul peggio dell’Italietta furba e arraffona. E oggi la distinzione tra realtà e commedia è diventata così labile, l’intreccio tra vita e fantasia autorale così inestricabile da imporre un interrogativo surreale: le macchiette da Hotel Posta di Cortina cha animano gli anni più fervidi della commedia all’italiana prendono spunto dalla realtà, o è la realtà che imita le commedie (e spesso supera ogni fantasia)? Perché sembra tratto proprio da una sceneggiatura dei Vanzina il caso – salito agli onori (si fa per dire) delle cronache nel novembre 2011 – di un industrialotto residente a Rogno, in provincia di Bergamo, che aveva intestato tutte le sue at tività a un prestanome residente in Kenya e si vantava di non aver presentato neanche una denuncia dei redditi negli ultimi 20 anni. Prima d’essere arrestato questo simpatico signore, evasore totale per il fisco, faceva ogni giorno il giro degli uffici postali della zona – alla guida della sua Porsche Cayenne – prelevando in contanti somme tra i 5 mila e i 25 mila euro... Un personaggio del genere è un delinquente da punire o un campione di abilità da proporre nell’ennesimo sequel di Vacanze di Natale?

È davvero difficile dare una risposta razionale, se si guarda alla considerazione sociale che circonda vite funamboli che di questo tipo. Diventa ancor più difficile, se si guarda all’altra metà del campo da gioco: dove sono i «buoni»? Co me reagiscono al dilagare di comportamenti semplicemente inaccettabili? L’atteggiamento medio dei contribuenti onesti è sorprendente. Sono timidi, silenti e remissivi. Spesso noiosi. Quasi sempre perdenti. Ti aspetteresti in loro l’orgoglio del crociato senza macchia e senza peccato, trovi spesso lo sguar do basso del soldato che non è riuscito a scampare alla naja.

A guardar meglio, in Italia i contribuenti onesti sembrano appartenere a una «razza» antropologicamente diversa. Non girano ebbri di sé su potenti e rumorosi suv, ma attraversano la città pensosi su pesanti station wagon. Non trascorrono i loro weekend invernali in avventurosi tour alla ricerca del posto barca migliore per il loro yacht battente bandiera panamense, ma si sentono già in colpa se si concedono il lusso di provare la millefoglie della nuova pasticceria a cento metri da casa. La loro pelle non è colorata da turni settimanali di lampade, ma dalle ben più pudiche chiazze di sole regalate dalla passeggiata domenicale al parco. Sostanzialmente ignorati dalla letteratura, dal cinema e dalle fiction tv, sono i pilastri fiscali di uno Stato che li dà per scontati e di una società che li sbeffeggia e li considera sostanzialmente «sfi gati». E allora sembrano quasi vergognarsi: di pagare tutto, sempre e comunque, senza provare neanche l’ebbrezza di evadere per un anno il canone Rai.

«L’onestà è una virtù degli uomini da poco» dice all’avvocato Ambrosoli la più stretta collaboratrice di Michele Sindona nel film Un eroe borghese. Felicissima espressione (sul piano artistico) della vittoria d’una singolare gerarchia di valori, che si è insinuata nelle viscere più profonde della società italiana dell’era repubblicana: conquistando inesora bilmente menti, cuori e voti, rovesciando principi e sanzioni sociali di un’intera comunità nazionale. A tal punto da spin gere il più volte presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a dichiarare pubblicamente che

se c’è uno Stato che chiede un terzo di quanto guadagni, allora la tassazione ti appare una cosa giusta. Ma se ti chiede il 5060% di ciò che guadagni, come accade per le imprese, ti sembra una cosa indebita e ti senti anche un po’ giustificato a mettere in atto procedure di elusione e a volte anche di evasione.

O da indurre un importante think tank a difendere a spada tratta una delle star più popolari dello sport come Valentino Rossi dall’accusa (accertata) di evasione fiscale, affermando che «è assurdo che uno dei più grandi talenti sportivi del nostro Paese venga trattato dal fisco come una pecora da tosare».

È necessario, dunque, essere «eroi borghesi» per decidere di pagare regolarmente le tasse? E fare dell’onestà fiscale la propria bandiera vuol dire condannarsi all’isolamento sociale? Sarebbe troppo facile abbandonarsi alla sociologia da bar dello sport, pensando che gli italiani siano «geneticamente» un popolo di individualisti privi di senso dello Stato, che il fisco per loro sarà sempre un nemico da combattere e che gli spot televisivi di fine 2011 dedicati all’evasore «parassita umano» abbiano lo stesso effetto del Libro Cuore su un serial killer. Se è vero, come scriveva Corrado Alvaro, che «la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile», non possiamo permetterci certo il lusso di liquidare gli italiani come un popolo di irredimibili evasori.

Anche perché la velocità dell’evoluzione sociale è oggi molto più alta che in passato e può dar vita a veri e propri «salti» generazionali. L’ho scoperto – con stupore che rasen tava l’incredulità – quando ho avuto la possibilità di leggere un’analisi riservata di mtv sulla generazione dei millennials: per la prima volta dopo molti anni, il valore fondamentale di riferimento dei ragazzi italiani da 18 a 25 anni è l’onestà. I «nativi digitali» hanno fame e sete di verità, di autenticità, di correttezza e trasparenza: cercano e praticano sia a livello individuale che nei rapporti umani l’onestà, che rappresenta la vera chiave d’accesso al loro mondo. Probabilmente perché hanno maturato fin da piccoli un’esperienza «intuitiva» di questo tipo: sono la prima generazione che si è formata nel mondo anarchico, destrutturato e privo di qualsiasi gerarchia di Internet, nel quale sono stati chiamati in ogni istante di navigazione a distinguere tra vero e falso, tra scoperte au tentiche e terribili bufale.

C’è un’oasi di valori, dunque, che sta nascendo nel deser to sociale italiano. E che lascia intravedere un grande para dosso: se la generazione dei quarantenni fallirà nel tentativo (come direbbe Lord Baden Powell) di lasciare ai nostri figli «questo mondo un po’ migliore di quanto non l’abbiamo trovato», potrebbero essere loro a riscattarci. Ma solo se nei prossimi anni non lasceremo soli (con le loro genuine virtù) i nostri millennials, potremo coltivare la speranza di un’ Italia che somigli più a loro che ai nostri decadenti Cinepanettoni. 

© 2012 – Rubbettino Editore 

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