“Io poeta dico che le parole dell’economia dovrebbero dare certezze”

«Mentre il linguaggio economico, commerciale è fondato sulla certezza della comunicazione, su messaggi il meno possibile soggetti a fraintendimenti, nei versi prevale l’incertezza del risultato» spiega a Linkiesta il poeta Pierluigi Cappello in scena in questi giorni al Mittelfest. Che ammonisce:...

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22 Luglio Lug 2012 1504 22 luglio 2012 22 Luglio 2012 - 15:04
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Tra l’attesa del poeta che posa su un tavolino un pacchetto di Winston rosse e l’inizio dei versi, la musica ritaglia uno spazio proprio. È l’affacciarsi di un dialogo fatto di improvvisazione e composizione di cinque metronomi sul fondale delle parole pronunciate prima alte, poi sussurrate per accogliere anche il fumo di una sigaretta e qualche sorso d’acqua. Luci calde e fredde si alternano riempiendo affreschi alle spalle di un coro. La sera del 16 luglio, all’interno della ventunesima edizione di Mittelfest, festival di prosa, musica e danza della Mitteleuropa, la chiesa di San Francesco a Cividale del Friuli apre all’incontro delle storie: Pierluigi Cappello, da 29 anni su una sedia a rotelle in seguito a un incidente, è al centro di una scena fortemente voluta dalla regista Francesca Archibugi. Dietro le quinte, l’attualità dolente di un’altra attesa, quella per la concessione del diritto alla Legge Bacchelli ancora in fase di approvazione definitiva.

E non è il terremoto del ’76 - con l’infanzia nei prefabbricati di un’Italia segnata ai margini di Chiusaforte, a un passo dalla Slovenia - a circoscrivere il silenzio del narratore di un prossimo film musicale senza sceneggiatura. Ma una nascita che fa «mettere la voce nelle parole, le parole nella musica» per lingua, ossa fragili e spirito indomito del poeta. Un’aria docile di pause libere, lo sguardo corrisposto da un ensemble di musicisti jazz riuniti sul palco perché, ricorda Cappello, «da sempre musica e poesia hanno aperto finestre l’una di fronte all’altra, in un legame di conoscenza che non finisce mai di esaurirsi. […] perché quando lo sguardo della poesia e quello della musica si toccano, salgono in alto insieme nell’aria e non tornano giù. E il loro abbraccio è di tutti».

«Le radici nell’aria» - lettura-concerto nata da un’idea di Francesca Archibugi, che ha scelto di affidare alla ripresa integrale di musica e parole la cornice del film che realizzerà su di te - trae il titolo dall’ultimo verso di una tua poesia, «Piove»: «… l’albero è capovolto, la radice nell’aria». Quale risposta può provenire ancora dalla poesia al rovesciamento della realtà ultimamente visibile solo in termini di crisi ed esubero?
La poesia apre la finestra sul mondo delle possibilità e, soprattutto in questo particolare momento storico, raccoglie uno stare all’opposizione. Per scrivere versi è determinante un particolare uso del tempo, la diluizione del gesto e dello sforzo. Le mie poesie nascono per successivi appunti dove l’incertezza è la regola. Mentre il linguaggio economico, commerciale è fondato sulla certezza della comunicazione, su messaggi il meno possibile soggetti a fraintendimenti, nei versi prevale l’incertezza del risultato. Quando inizio a scrivere una poesia non so nulla, posso perdermi per strada, esiste una straordinaria possibilità di dissipazione. In fondo si tratta di gratuità: non scrivo mai pensando a dei lettori, ma la mia prima preoccupazione è ridurre lo spazio tra quel brusio interiore - che è la nostra capacità linguistica inesausta non solo quando verbalizziamo, ma anche quando pensiamo - e la sua pronuncia. In quella intermittenza dove dispongo del mio continente e lo faccio affiorare, lo faccio nascere al mondo, lì c’è poesia. È il punto di sutura e la preoccupazione prima è proprio di avvicinare i due lembi di realtà. Negli anni Sessanta abbiamo vissuto l’esperienza della Neoavanguardia, la conquista di un linguaggio alternativo che si dava come altro rispetto a quello mediatico, costringendo i poeti a ridurre lo spazio della fruizione. 

Ma se l’esperienza in sé era sacrosanta, la sua prosecuzione nel tempo è stata motivo di difficoltà per il rapporto tra poeta e lettore. Quello che cerco di fare con i miei versi è accettare la sfida, utilizzare il linguaggio corrente, ma disponendolo sintatticamente e lessicalmente, quindi poeticamente. Se infatti da un lato la lingua è quello che è, dall’altro utilizzo delle intonazioni alte che vengono dalla tradizione letteraria e l’effetto straniante è il rapporto che si crea. Un’ossessione anche di Giorgio Caproni, «un accordo tra il fine e il popolare».

La proposta di far incontrare la tua poesia - fortemente legata alla terra, al Friuli e alle «memorie lunghe di chi ha poco da raccontare» - con il jazz e le voci di un coro, dunque con quell’improvvisazione connaturata anche alla pratica teatrale, può restituire in maniera forse più imperfetta e insieme collettiva il rito individuale dei versi?
Il jazz ha diversi aspetti simili alla poesia, a cominciare dal fatto che per un poeta è fondamentale il lapsus, perché lì è la sua voce più profonda. Per un jazzista è lo stesso, è riconoscere che anche dall’errore può nascere qualcosa di fertile. Da sempre sono convinto che le mie poesie vadano stropicciate. Non sono geloso dei miei versi, anzi, vanno per il mondo indipendentemente da me ed è bene che si sporchino per le strade, che ognuno li interpreti come gli pare. Anche perché si tratta di un processo che libera libertà, che fa diventare coautori della poesia nel momento in cui viene letta o interpretata. Un lavoro dove esiste la voce che dice «io» e, come per miracolo, attraverso il dialogo, si fa «io collettivo». Ma non si tratta di imperfezione, piuttosto di un’immagine fatta di un gesto, un sasso e uno stagno. La poesia è il gesto primo, l’unico perfetto, il gesto dell’arte, e il suo entrare nel mondo ne è la parabola. Ciò che suscita, le onde che apre nello stagno sono la risonanza libera nei lettori. 

È solo la condensazione nel gesto della scrittura che conta. Non mi stanco mai di ripetere che per fare un poeta ci vogliono moltissime cose, una è lo studio accanito dei testi della tradizione e, ancora più importante della prossimità coi grandi autori, il saper dimenticare. Vale a dire, fare in modo che questa storia si condensi in un gesto naturale, che produca una natura di seconda intenzione. E credo sia l’ambizione di qualsiasi poeta: la storia che diventa natura, quella tensione presente nello sguardo sin da bambini e che più tardi si gioca nell’assecondare l’istante. Non esiste un momento in cui riconoscere la direzione giusta se non quando gli appunti presi si chiamano l’un l’altro, e il loro chiamarsi non è responsabilità di chi scrive perché è come se la lingua avesse un’intelligenza propria.

Nel 1968 Pasolini scriveva il «Manifesto per un nuovo teatro» dove l’aspetto rituale compariva fianco a fianco con il richiamo all’ascolto per comprendere meglio le parole. In quali manifestazioni, secondo te, è essenziale far rivivere questa urgenza opposta al «teatro della chiacchiera»?
Si tratta di un’urgenza che investe l’intera società italiana. Negli ultimi venti, trent’anni abbiamo assistito a un’erosione dall’interno del valore delle parole e ci sono stati momenti davvero inquietanti, soprattutto nel mondo politico, momenti in cui le parole perdevano completamente di significato. Penso che la facoltà di poter dire e smentire subito dopo, di usare parole senza proprietà sia sempre un danno alla società. E se in Pasolini l’urgenza era circoscritta al mondo dell’arte, ora è dilagante, con un epicentro nel linguaggio politico.

Il tema poetico a te caro del «rammemorare», dello spazio bianco e astratto che intreccia individui e luoghi come cardini dello scrivere, può incarnare un’eredità futura e un bagaglio, quasi un ultimo sbarco della parola?
La parola «rammemorare», che io uso anche in forma sostantivata, ha un significato attivo di proiezione nel futuro. Ha un’attinenza da un lato con la memoria, dall’altro con la tradizione, ma non vista in maniera passiva, come qualcosa di fermo, fisso e immutabile. Dentro la parola «tradizione» c’è la parola «tradimento», non si dà tradizione se non si rompe con essa, e già questo sgombra il campo da tanti equivoci. In più, tutto ciò che è «rammemorato» è presente e ha lo stesso titolo di esistenza delle cose che si vedono. C’è una traccia precisa in ognuno di noi di questa attività e sta nel nostro sguardo. Ogni volta che ci portiamo appresso il nostro sguardo siamo come tanti Enea che portano sulle spalle gli Anchise, c’è in noi lo sguardo degli altri e anche questo è un fatto collettivo. La tradizione va intesa in senso dinamico, come un dire attraverso il tempo.

Quest’anno sei tra i giurati del Premio Viareggio-Repaci, premio che hai vinto nel 2010 con la raccolta «Mandate a dire all’imperatore». Cosa fa sì che la scrittura, intesa in senso più pieno e da te espresso come atto d’amore e irruzione continua nel quotidiano, sia prima di tutto sguardo forte di una dialettica non convenzionale?
Fare il giurato è un altro atto d’amore, una sospensione che implica il deporre se stessi, le proprie convinzioni e strutture linguistiche per aprirsi e accoglierne altre. Serve a riconoscere lo slancio di originalità presente in un’opera che però può non coincidere con le proprie visioni e ossessioni. E, riguardo alla poesia, i primi elementi che risaltano sono le scelte lessicali, le dislocazioni sintattiche e, soprattutto, il rapporto tra il bianco della pagina e il pieno della scrittura. Anche se dire pieno è un’inesattezza, perché le parole sono propulsori di silenzio e, viceversa, il bianco è propulsore delle parole in un rapporto reciproco e dinamico. In prosa, invece, al di là di una cura della scrittura, mi piacerebbe ritrovare delle storie potenti raccontate a piena gola.

LE RADICI NELL’ARIA

da un’idea di Francesca Archibugi
versi e voce di Pierluigi Cappello
musiche di Battista Lena eseguite da Battista Lena, chitarra; Gabriele Mirabassi, clarinetto; Fulvio Sigurtà, tromba; Enzo Pietropaoli, contrabbasso; Stefano Tamborrino, batteria
con il Coro del Friuli Venezia Giulia
composizione scenica Francesca Archibugi
esclusiva produzione Mittelfest 2012 in collaborazione con Tucker Film 2012
Le poesie di Pierluigi Cappello sono pubblicate da Crocetti Editore 

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