Ma Monti è la soluzione o è parte del problema?

Per i mercati finanziari quel che conta non è la virtù degli Stati, ma la probabilità che i debiti vengano ripagati interamente allo loro scadenza, scrive per Linkiesta Luca Ricolfi. Ma se la decrescita del Pil spaventa i mercati finanziari aver fatto una manovra che provoca precisamente tale dec...

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23 Luglio Lug 2012 0700 23 luglio 2012 23 Luglio 2012 - 07:00
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Scritta da Marx ed Engels fra il 1845 e il 1846, ma pubblicato solo postuma nel 1932, l’Ideologia tedesca è una critica minuziosa del modo di ragionare dell’intelligentsia germanica di allora, tacciata di ingenuo idealismo.

Quella ricostruzione era un po’ semplicistica (e ultrapolemica), non v’è dubbio. E tuttavia è interessante che oggi, quasi due secoli dopo, l’Europa si trovi di nuovo a fare i conti con una variante dell’ideologia tedesca, questa volta sotto forma di un complesso di idee sulla crisi economica e i modi per uscirne. Idee che vengono attribuite alla cancelliera tedesca Angela Merkel, ma che in realtà sono condivise (o subite?) dalle autorità europee e, in Italia, sono sostanzialmente accettate dal governo tecnico guidato da Mario Monti.

Qual è il nucleo dell’ideologia tedesca oggi? Il nucleo dell’ideologia tedesca è la credenza che esista qualcosa come la “virtù fiscale” di un paese, e che – se funzionano a dovere – i mercati finanziari debbano premiare tale virtù. Al centro della virtù si trova un solo criterio fondamentale: il deficit pubblico previsto per un dato paese nell’anno in corso e in quelli immediatamente successivi. Se un paese si avvicina rapidamente al pareggio di bilancio è virtuoso, se ne resta lontano o vi si avvicina troppo lentamente è vizioso.

Di tale credenza esistono innumerevoli testimonianze, dirette e indirette. I leader europei passano una notevole quantità del loro tempo a lodare gli “sforzi” dei paesi che cercano di rimettere a posto i loro bilanci pubblici, talora arrivando a definire “impressionanti” i passi avanti fatti dai governi nel tentativo di risanare le finanze pubbliche. E un tempo altrettanto notevole lo dedicano a proclamarsi stupiti, contrariati, amareggiati, se non offesi, ogni qual volta le agenzie di rating o i mercati finanziari sembrano non apprezzare tanto sfoggio di virtù.

È questo, ad esempio, che è successo pochi giorni fa quando l’Italia è stata declassata da Moody’s, suscitando l’immediata e stizzita reazione del governo («siamo virtuosi e i mercati ci puniscono», è stato il grido di dolore dei ministri). Ed è questa la base teorica della proposta (tuttora in alto mare) di congegnare uno scudo anti-spread, capace di intervenire ogniqualvolta i mercati sbagliano le loro valutazioni e chiedono interessi troppo alti a un paese virtuoso, ossia ben avviato sulla strada del risanamento. Per non parlare dei recenti tentativi (Banca d’Italia e Confindustria) di dimostrare che i mercati sono in errore, e che se facessero bene i conti scoprirebbero che i nostri fondamentali non sono poi così malaccio e si accontenterebbero di uno spread 200 o 300 punti più basso.

Insomma, il nucleo dell’ideologia tedesca è la pretesa della politica di sapere quali siano i “fondamentali” economici di cui i mercati dovrebbero tenere conto, una pretesa da cui discende l’idea di correggere il giudizio dei mercati. E si noti che questa visione delle cose, che dà un’enorme importanza al deficit e vede i mercati finanziari come soggetti incapaci di riconoscere la virtù fiscale, non distingue la Merkel da Monti, ma li accomuna profondamente. È vero che nella Merkel c’è un di più di moralismo anti-cicale, cioè una volontà punitiva nei confronti dei Pigs, ma la teoria di base è la medesima: portare il bilancio pubblico in pareggio, costi quel che costi, e se i mercati non apprezzano gli sforzi di un paese-pierino, ossia di un paese che ha fatto tutti i “compiti a casa” che l’Europa gli ha assegnato, sostenere artificialmente il paese-pierino.

La differenza fra Merkel e Monti, in fondo, è solo che la cancelliera tedesca vorrebbe che i paesi che hanno bisogno di esser aiutati, sostenuti o salvati fossero obbligati a chiederlo esplicitamente, nonché ad accettare un commissariamento più o meno blando, mentre il nostro premier – come il premier spagnolo – comprensibilmente preferisce la filosofia di Denim, o dell’uomo “che non deve chiedere mai”.
Tutto questo è perfettamente logico, perché rientra negli interessi nazionali dei nostri Stati. L’interesse dell’Italia è di non diventare una provincia della “Grande Germania”, come ora viene chiamata la costellazione dei paesi virtuosi del Nord. La Merkel, a sua volta, ha tutto l’interesse a tirare la corda finché può, perché euro debole e spread alle stelle significano più esportazioni, zero interessi sul debito pubblico tedesco, molto più potere della Germania in Europa.

Quel che colpisce, tuttavia, è l’adesione massiccia dei media e dell’establishment economico all’ideologia tedesca, ossia a una visione moralistico-idealistica del funzionamento dei mercati. Pensare che esista una virtù fiscale, che essa possa essere definita dalla burocrazia politica di Bruxelles, e che mercati ben funzionati dovrebbero premiare tale virtù, è una credenza così ingenua che si stenta a capire come abbia fatto a divenire così diffusa.

La realtà, ahimé, è molto più prosaica. I mercati, in momenti particolari e per brevi periodi, possono anche muoversi secondo logiche irrazionali (panico) o iper-razionali (speculative), ma nel medio periodo operano secondo una visione del rischio che è tutt’altro che priva di logica, o di ancoramento ai fondamentali. Il vero problema è che il calcolo dei mercati non si svolge secondo gli stessi parametri con cui l’ideologia tedesca definisce la virtù fiscale. Per i mercati finanziari quel che conta non è la virtù degli Stati, ma la probabilità che i debiti vengano ripagati interamente allo loro scadenza. E tale probabilità dipende poco dal deficit corrente, molto dall’entità del debito pubblico detenuto da investitori esteri, moltissimo dalle prospettive di crescita. È per questo che i paesi più puniti dai mercati non sono quelli con i deficit più alti, bensì quelli con crescita negativa.

L’Italia, purtroppo, fa parte di questo secondo gruppo, insieme a Grecia, Spagna e Portogallo. E se ne fa parte lo deve certo agli errori del passato, alla congiuntura internazionale, all’incertezza delle autorità europee, alle rigidità della Merkel. Ma non si può escludere che lo debba anche al modo in cui il governo tecnico ha interpretato i “compiti a casa” dell’Europa. Perché se la decrescita del Pil spaventa i mercati finanziari, aver fatto una manovra che – per raddrizzare il deficit – provoca precisamente tale decrescita, potrebbe essere stato un errore fatale. È possibile, in altre parole, che quel che è successo negli ultimi due mesi sui mercati finanziari sia successo non solo nonostante Monti (sicuramente più capace e credibile di Berlusconi), ma anche a causa di Monti, ossia grazie a una manovra che – comprimendo il reddito disponibile e aumentando gli oneri che gravano sui produttori – ha sensibilmente aggravato la recessione, e per questa via ha reso più vulnerabili le nostre finanze pubbliche.

Non sarà né bello né edificante, ma la realtà effettuale è che i mercati non ragionano come i tecnocrati europei, né si curano delle loro definizioni della virtù. I mercati non aderisono all’ideologia tedesca, né sono ossessionati dal deficit quanto pare esserlo Angela Merkel. I mercati, semmai, paiono ragionare secondo il motto di Margaret Thatcher, la più anti-europea fra i grandi leader del continente: “I want my money back”.

 

Nota. Chi volesse rendersi conto dal vivo di come funziona l’ideologia tedesca può, ad esempio, leggere l’intervista rilasciata dieci giorni fa al Corriere della Sera da Peter Bofinger, uno dei “cinque saggi” economisti della cancelliera Angela Merkel (“Roma ha ragione, serve uno scudo europeo contro la speculazione”, 13-7-2012). 

 

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