Israele sa che dopo Assad sarà peggio, ma può guadagnarci lo stesso

Israele sa che in Siria si colloca il confine della “Guerra Fredda del Medio Oriente”, quella dello scontro interconfessionale tra sunniti e sciiti. Con la Russia che difende l'Iran e gli sciiti, mentre la Turchia ambisce a fare da faro per i sunniti. Ma se Assad cade non vuol dire Mosca perde e ...

Confine1
24 Luglio Lug 2012 1550 24 luglio 2012 24 Luglio 2012 - 15:50
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Israele sa bene che Assad sta per cadere. Lo ha dichiarato apertamente il capo dell’intelligence, Aviv Kochavi: il dittatore «non sopravvivrà alla rivolta, anche se guadagnerà tempo». Israele sa anche che il conflitto siriano è una guerra molto pericolosa per la stabilità di tutto il quadrante: è un ipercubo di interessi di grandi e medie potenze, e la rimozione del regime avrà conseguenze ancora difficili da calcolare. Eppure, Israele sembra preoccuparsi poco di ciò che avviene oltre al suo confine nordorientale. Al più, dalle colline del Golan si affacciano turisti da Tel Aviv e Gerusalemme, con i binocoli, a osservare la vita nelle città siriane di confine. È un atteggiamento di ineluttabilità che contraddistingue anche il punto di vista del governo di Bibi Netanyahu.

Eppure, di motivi per cui preoccuparsi ce ne sarebbero numerosi. In Siria si colloca il confine della “Guerra Fredda del Medio Oriente”, in cui al posto della cortina di ferro c’è lo scontro interconfessionale tra sunniti e sciiti. La Russia sostiene l’Iran (e i suoi piani nucleari), e con esso il collegamento con la fascia sciita, che dall’Iraq attraversa Damasco, in Siria, fino al Libano meridionale, con Hizbollah a far pressione su Israele. Da parte sunnita, la Turchia coltiva ambizioni si supremazia neo-ottomana, e insieme a Qatar e Arabia Saudita sta armando la “Free Syrian Army”, che recentemente è entrata nelle maggiori città siriane, Damasco e Aleppo. Istanbul cerca di portare dalla propria parte la popolazione sunnita, per proporsi come tramite culturale ed economico con l’occidente, e soprattutto come alfiere contro Israele – da qui la bislacca idea di sostenere il piano “Flotilla”, dovuta più al marketing e all’interesse politico turco, che a vere motivazioni umanitarie.

Spicca in tutto questo la straordinaria incertezza degli Stati Uniti, che davvero non sanno come gestire la crisi. Non possono opporsi alla Russia per ragioni geostrategiche – in particolare la necessità di chiudere il conflitto afghano. Non possono sostenere la Turchia per non intaccare le relazioni con Israele. Per il resto, tra Washington e Gerusalemme, la linea telefonica che collega le scrivanie di Bibi e Barack non è proprio caldissima.

Anche i paragoni storici non sono dalla parte d’Israele. L’ordine nel Medio Oriente si è avuto sempre in presenza di una vera potenza egemone che fosse in grado di ordinare interessi e spartizioni. Ogni volta che questo ordine è venuto meno, il caos si è trasformato in conflitto. È successo nel corso della crisi di Suez del 1956, che ha rappresentato il passaggio di potere regionale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. È successo nuovamente nel corso della Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando i russi stavano cercando di prendere il sopravvento (recentemente si è anche scoperto che Mosca avrebbe “facilitato” l’esplosione del conflitto tramite attività d’intelligence). Si è ripetuto nel 1973, con il conflitto dello Yom Kippur, quando gli Stati Uniti avevano perso parte del controllo sullo Scià iraniano, e contemporaneamente era emersa la nuova personalità degli stati petroliferi sunniti. 

Per quanto riguarda i prossimi anni, la premessa è che, per gli israeliani, se Assad cade «ne viene su uno ancora peggio», secondo quanto riporta un analista di un noto think tank di Gerusalemme, incontrato un paio di settimane fa. A questo punto, gli scenari sono principalmente due. Per quanto riguarda il primo, “ad absurdum”, Assad rimane. A questo punto si demarcano ancora di più le linee di conflitto tra sunniti e sciiti, e la Siria precipita in una perniciosa guerra civile, pressoché permanente. I russi sono contenti che Assad sia rimasto lì, ma sarebbe tenuto sotto scacco dalle forze sunnite. Per questo, il collegamento della “fascia sciita” avrebbe problemi, con grande soddisfazione degli israeliani.

Nella seconda ipotesi, Assad cade. Hizbollah ha dimostrato di non gradire, e ha organizzato l’infame attacco contro l’autobus di turisti israeliani in Bulgaria. Per il resto, la Russia sarebbe tagliata fuori dal collegamento con il Libano meridionale. A questo punto, ci dovrebbe essere il “via libera” per la Turchia. Ma siamo così sicuri? Assolutamente no: non è detto che la Turchia trionfi. Il punto è che, a osservare il risultato delle rivolte arabe nei Paesi sunniti, sembra proprio che il localismo stia trionfando sul “panislamismo”. I Fratelli Mussulmani, nella versione edulcorata che ha vinto al Cairo, sono un successo tutto locale – nella vicina Libia hanno perso. Localissimi sono anche i governi di Tunisia, Marocco, Algeria, Giordania. Su chi dovrebbe allora far leva Istanbul per il suo “neo-ottomanesimo”? Rimangono i Paesi sunniti produttori di petrolio. Insomma, se volete suscitare grandi risate nei bar di Riyad, consigliamo di proporre l’idea che l’Arabia Saudita debba andare al traino dei turchi.

Perché i sunniti petroliferi, al di là di tante storie, sanno bene che Israele in chiave anti-sciita è molto più efficace dei turchi. Sanno bene che la guerra attuale lascerà una cicatrice sciita-sunnita in cui l’unica proxy possibile è ebraica. Sanno bene che se gli iraniani si fanno troppo aggressivi verso il mondo sunnita, vista la nuova assenza di un Iraq forte, rimane solo Israele. Per gli israeliani, insomma, si aprono diverse opportunità, anche senza il sostegno americano. 

L’unica incognita da considerare è quella russa, visto che Mosca in qualsiasi scenario avrebbe da perdere. La Russia è furiosa: ci ha rimesso in tutti i conflitti mediorientali a partire dal 1991. Si potrebbe vendicare continuando a sostenere il programma nucleare degli iraniani. Israele lo sa, e prosegue con ordini di sottomarini tedeschi della classe Dolphin (casa ThyssenKrupp), in grado di lanciare testate nucleari a lunga gittata da 200 kg. Servono per la capacità di “second-strike” in caso di attacco nucleare sul suolo israeliano. Garantiscono così quella “mutual assured destruction” che per tanti anni ha evitato l’esplosione di conflitti militari su ampia scala, tra Russia e Stati Uniti. La Guerra Fredda del Medio Oriente, anche qui, ricorda quella di tanti anni fa.

 

 

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