La Fiom tedesca spiega a Camusso e Marchionne come si evita lo spread

«Una grande parte della nostra formula salariale è sempre la produttività, ma non è la stessa cosa in altre nazioni». Ragiona così Berthold Huber, capo dei metalmeccanici tedeschi. Che non lesina critiche a sindacati di altri paesi che hanno solo difeso chi un lavoro l'aveva già. Che spiega come ...

Huber E Frau Merkel
24 Luglio Lug 2012 0700 24 luglio 2012 24 Luglio 2012 - 07:00
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È considerato una delle figure più importanti del mondo industriale europeo, si vanta di avere letto tutto Adam Smith e considera il suo punto di forza il continuare a leggere e studiare, attività per la quale ha ridotto le ore di sonno. Certo per chi ragiona ancora in termini di conflitto permanente fra capitale e lavoro vedere che ad incensarlo sia il Financial Times fa subito arcare il ciglio. Ma per chi invece vuole capire cosa sia affrontare la modernità con la giusta cassetta degli attrezzi allora si consiglia l'intervista sul quotidiano della City a Berthold Huber, presidente dell'IG Metall, il potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi con circa 2,25 milioni di iscritti.  

La prima a leggerla dovrebbe essere Susanna Camusso, seguita da Maurizio Landini e poi a ruota da quegli industriali italiani che vedono nella Mitbestimmung - il sistema di codecisione fra sindacati e aziende - il fumo negli occhi mentre è lo stesso Huber a spiegare che «se dai diritti alla gente, quella si prende delle responsabilità ecco cosa ci ha insegnato la Mitbestimmung».  

Detto questo sentite come ragiona Berthold Huber: «Una grande parte della nostra formula salariale è sempre la produttività - e aggiunge la stoccata - non è la stessa cosa in altre nazioni». Parlando dei colleghi spagnoli, ma il discorso lo si potrebbe facilmente trasferire anche a quelli italiani, dice che da quelle parti il movimento sindacale è stato complice in un'eccessiva protezione di chi ha già un lavoro facendo pagare il prezzo ai giovani in cerca di prima occupazione, anche se «questo farà forse arrabbiare i sindacati spagnoli, ma è così». 

A chi gli replica che anche in Germania l'euro è stato un vantaggio per le aziende più che per Herr Muller, questo sindacalista 62enne che dice che la sua scuola di formazione principale è stato quando nel 1989 è andato a mettere in piedi l'IG Metall nei lander dell'ex Germania comunista («dove ho visto in faccia i disastri delle grandi utopie») può opporre l'aumento delle paghe del 4,3% ottenuto questa primavera. Il maggiore rialzo da vent'anni, descritto come una mossa per aumentare i consumi interni ma anche come un premio per la responsabilità sindacale. Responsabilità di cui è un esempio il discorso che fa sulla vertenza Opel («dobbiamo avere dei buoni prodotti e delle fabbriche produttive e dobbiamo quindi comprendere quali passi dobbiamo fare per arrivare lì»). Infine, proprio a propostito del conflitto lavoro-capitale, spiega che il fine è «superare questa contraddizione fondativa». Insomma la ragione per cui il nostro decennale rende in questo momento il 6,29%, quello spagnolo il 7,39% e quello tedesco l'1,17% non è che i mercati non capiscono, ma anzi, che capiscono fin troppo. 

Ecco il link: «A German union of dogma and pragmatism»

Twitter: @jacopobarigazzi

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