“O lo spread scende o le aziende lasceranno l’Italia”

Lo dice Davide Serra, fondatore di Algebris. E su Draghi: «Potrebbe tentare di stampare moneta».

Serra
25 Luglio Lug 2012 0827 25 luglio 2012 25 Luglio 2012 - 08:27
Messe Frankfurt

Prosegue l’infinita crisi dell’eurozona con il dramma finanziario della Spagna, che per bocca dei suoi ministri ammette il salvataggio sovrano della Bce, mentre l’Italia paga scenari di instabilità legati ad un probabile voto anticipato ad ottobre con differenziali sui titoli di Stato ormai insostenibili. È una lenta agonia quella che sta vivendo l’euro, con l’aggiunta di previsioni macroeconomiche che ipotizzano i prossimi due anni di profonda recessione.

«Il futuro a breve della moneta unica si gioca tutto nella triangolazione Berlino-Atene-Madrid. Se la Grecia rispetta gli accordi presi con la Troika arriveranno le tranche di aiuti promessi, altrimenti per i tedeschi la Grecia è spacciata. Lo ha detto chiaramente il leader liberale dell’Fdp Guido Westerwelle: la Grecia è fuori dall’euro se non rispetta i patti di bilancio. Il problema è che i greci hanno il brutto vizio di “rosicchiare” a proprio vantaggio le condizioni degli accordi presi» osserva Davide Serra, fondatore di Algebris Investments, boutique di asset management specializzata in investimenti alternativi.

A questo punto sorge il dubbio: non è che qualche Stato europeo vuole spingere i reietti fuori dall’euro, vedere che effetto fa sui mercati e tornare alla propria moneta? 
«Se la Grecia esce dall’euro un attimo dopo si scatena il panico nei mercati finanziari internazionali. Fino al 12 settembre l’euro non ha ancora nessun giubbotto antiproiettile, fino a quando la Corte costituzionale tedesca non si pronuncerà sul Meccanismo di stabilità europeo Esm e sul fiscal compact».

Che idea si è fatto di questo immobilismo europeo? La Germania vuole davvero condurre il processo di integrazione europea verso un binario morto?
«È un dato di fatto che l’Europa non sta più in piedi dal punto di vista economico e politico. È un’eurozona fatta su misura per gli Stati forti come la Germania: guadagna 1 trilione di euro di pil con l’export in Europa, e lo fa con un una valuta forte come l’euro. Il vero tema è la capacità degli Stati periferici di resistere in questa unione monetaria. La Grecia, al di là del suo malaffare nei conti pubblici, non è competitiva, così come il Portogallo. La Spagna sta soffocando sotto la bolla del real estate, che si è propagata sfruttando i bassi tassi di interesse. E arriviamo all’Italia: un Paese che fino alla prima metà degli anni Novanta veleggiava con un rapporto debito/pil al 125 per cento. Con problemi strutturali mai risolti».

D’accordo che l’euro è nato “federando” economie, sistemi fiscali e debiti pubblici molto differenti, ma a volte si scorge quantomeno una regia in questo attacco all’eurozona. Quali sono gli ambienti finanziari internazionali che non credono più nella moneta unica? 
«Rovescio la domanda: perché non c’è nessuna grande multinazionale globale che oggi è disposta ad investire in Europa? Semplice, nessuno sa cosa succederà tra cinque o dieci anni, e in parte questo è uno dei motivi che spinge alcuni spread a livelli altissimi. Pensate a quello che potrebbe succedere se salta la cinghia di trasmissione dell’euro e si ritorna alle valute locali».

L’uscita della Grecia è forse già preventivata, con la Bce che in un primo momento potrebbe rimediare stampando moneta e comprando titoli di Stato. Secondo lei c’è già chi disegna un futuro senza l’euro?
«La moneta è indispensabile per far vivere un sistema economico. Il crash dell’euro prevede due o anche tre mesi di blocco del sistema finanziario. L’economia europea vale circa 15 trilioni di euro all’anno. Un blocco di un mese equivale a circa 1,3 trilioni di euro di danni. Tre mesi equivalgono a circa 2/3 trilioni di euro di danni. L’euro è nato come progetto politico ed economico. Quello economico è già saltato. Con l’esplosione degli spread sui bund in sostanza il mercato comune è saltato già due anni fa. Sono solo gli investitori domestici che comprano debito».

Abbandonare l’euro avrebbe costi enormi ma la moneta unica si sta rivelando difficilmente sostenibile nel lungo periodo, perché partecipata da paesi con tassi di crescita e produttività troppo distanti. Come se lo immagina lo scenario politico e finanziario di un’economia europea che ritorna alle valute nazionali?
«Già adesso le aziende italiane riescono a malapena a sopravvivere. Lo spread Italia-Germania a 450 basis point significa che le aziende e le famiglie si indebitano al 4/5 per cento sopra la Germania. In un anno l’Italia perde il 15 per cento di competitività. O lo spread si abbassa o le aziende delocalizzeranno per non morire». 

La Bce ha tagliato i tassi di 25 punti base portandoli a 0,75. In molti invocano politiche monetarie non “ortodosse” per fronteggiare una crisi epocale. Cosa e quanto può spingersi a fare il governatore Mario Draghi? 
«La Bce ha operato bene per ciò che concerne la liquidità data al sistema bancario. Il problema è che per statuto la Banca centrale europea è “lender of last resort” solo per le banche e non per gli Stati. Così non può funzionare, ma d’altro canto finchè non ci sarà una rappresentanza politica dell’Unione Europea, l’Unione non potrà stampare moneta e tassare i cittadini europei. Vale il principio di “no taxation without representation”. Se la casa brucia, tuttavia penso che Mario Draghi potrebbe anche tentare di stampare moneta…Certo che uscire dall’euro sarebbe una tassa devastante, che per gli italiani si tradurrebbe anche in una nuova tassa energetica a favore di russi e arabi».

 

 

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