In bocca a politici e intellettuali, l’Europa sa sempre di aria fritta

Uno dei padri del vero europeismo, Ernesto Rossi, già nel 1955 denunciava la perdita di senso del concetto di Europa. E indicava una tendenza profonda delle nostre classi dirigenti: l’Europa, sulle loro bocche, sa sempre di “aria fritta”.

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29 Luglio Lug 2012 1223 29 luglio 2012 29 Luglio 2012 - 12:23
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Qualcuno in questi mesi con tono preoccupato, come si addice a colui che ha pensato molto, ha annunciato che forse l’Europa è a rischio. E qualcuno dopo le dichiarazioni di Mario Draghi di giovedì scorso ha tirato un sospiro di sollievo. Qualcun altro come Ida Magli continua a ritenere che l’Europa sia un “complotto” contro le “sane” identità nazionali.
L’Europa sale e scende con una velocità impressionante nel bagaglino delle parole dell’estate.

E’ il malumore dei mercati, il malessere degli individui, il senso del precario che avanza. Manca una politica. Soprattutto manca la chiara percezione della sfida.
Ernesto Rossi, uno che l’Europa la voleva per davvero, pensava che quel treno fosse già deragliato nel lontano 1955 e che tutto andasse riscritto modificando radicalmente il modo di pensare – e dunque il modo di vedere – prima ancora che quello di agire. Non propugnava nessun partito della rivoluzione né aveva intenzione di distribuire denaro a pioggia o posti di lavoro ad altri nuovi “mille”, come recitano i sogni e gli incubi che popolano il nostro presente.
E’ l’unica cosa che abbiamo saputo realizzare del ’68: la fantasia la potere. Il sonno, nel frattempo, continua. (db)

 

Ernesto Rossi, Gli europeisti della domenica e l’aria fritta della politica.

Gli “uomini pratici” che guardano ai fatti, e solo ai fatti, e si vantano di non dare alcun credito ai “teorici”, anche se i teorici spiegano che non conviene adoprare una schiumarola per scodellare il brodo, possono trovare nella esperienza del Francital – il presagio di quella che sarà la sorte del “rilancio europeo”.
In un articolo sul “Corriere della sera” de 1° gennaio 1949, Caro Sforza rivendicò a se stesso il merito di avere per primo lanciata l’idea dell’unione italo-francese, auspicando che la realizzazione, entro l’anno, di tale iniziativa “avrebbe finalmente significato, dopo secoli, l’inizio di un più ampio respiro per questa Italia, che tanto ha sofferto e soffre per una concezione autarchica e provinciale dei suoi problemi più vitali, per una non ancora completamente distrutta abitudine secentesca di dar più importanza alle ombre che alle robuste realtà”.
Passati sei anni, oggi nessuno ricorda più neppure che diamine fosse il Francital.
Come allora Sforza, come oggi Spaak e gli altri europeisti della sua specie vogliono darci ad intendere che le chiacchiere sulla Unione economica europea sono delle “robuste realtà”, in confronto alle “ombre”, alle “generose utopie” dei federalisti, i quali hanno sempre sostenuto e continuano a sostenere che non è possibile procedere alla unifica zio e del mercato europeo senza convocare una assemblea costituente, la quale abbia il compito di stabilire i particolari attributi delle sovranità nazionali da trasferirsi permanentemente allo Stato sovranazionale per risolvere i maggiori problemi economici e politici di interesse comune.

Per mio conto, io ho ormai perduto ogni speranza che si possa arrivare agli Stati Uniti d’Europa. Nessun uomo di governo, dopo la guerra, ha avuto l’intelligenza e il coraggio di levare questa bandiera, profittando delle grandi occasioni offerte dal crollo del nazi-fascismo, dagli aiuti del Piano Marshall e dalla paura dell’espansione sovietica.
Noi italiani avremmo facilmente riconosciuto in questa bandiera la bandiera del Risorgimento. Ma la nostra politica estera del’ultimo decennio è stata indirizzata esclusivamente ad ottenere delle ridicole soddisfazioni di prestigio (scambio di visite, partecipazioni a conferenze internazionali, restituzione delle colonie, ammissione all’ONU) od a cercare soluzioni nazionali a problemi che – come il problema dell’Istria e quello dell’Alto Adige – potevano ormai trovare una soluzione decente solo su scala continentale.
Anche per il nostro governo l’europeismo è sempre servito a fabbricare aria fritta. 

Ed ormai è troppo tardi. Ormai quella che, nell’immediato dopoguerra, era la lava fluida delle strutture politiche ed economiche, si è riconsolidata nei vecchi stampi degli Stati nazionali. Soltanto una nuova guerra potrebbe rimetterla in movimento. Ma un’altra guerra non significherebbe certo una nuova occasione per la unità dell’Europa; segnerebbe la definitiva distruzione della nostra civiltà.
Proprio perché abbiamo dovuto con grandissima pena, rinunciare a questa speranza, una cosa almeno noi federalisti desidereremmo: che i nostri uomini politici non ci rintronassero più le orecchie col “rilancio europeo”. Si mettano pure d’accordo, se lo credono, con i loro colleghi degli altri Paesi, su ulteriori sviluppi della CECA, che consentano di mettere più sicuramente a disposizione dei cartelli internazionali del ferro e del carbone i gendarmi, i magistrati e gli agenti delle imposte degli Stati nazionali; costituiscano pure, se lo credono, l’ Euratom, per far pagare ai contribuenti le ricerche e gli impianti per la produzione dell’energia atomica da passare poi ai gruppi monopolistici privati che già sfruttano i mercati nazionali; concludano pure, se lo credono, delle alleanze militari per dar l’illusione che gli eserciti nazionali possono servire a qualcosa, anche se non dispongono delle moderne armi di distruzione; ma non ci vengano ancora a raccontare che queste iniziative rappresentano dei passi verso l’unificazione europea.

Non vogliamo esser trattati come babbei che l’imbonitore convince a entrare nel baraccone delle meraviglie per ammirare le sirene del Mar dei Caraibi. La politica nazionalistica può, in confronto ai suoi particolari obbiettivi, risultare buona o cattiva; ma deve essere giudicata per quello che realmente è; non possiamo ammettere che venga camuffata come un avviamento alla realizzazione degli ideali per i quali abbiamo combattuto durante la Resistenza e per i quali sono morti uomini come Guglielmo Jervis, Leone Ginzburg ed Eugenio Colorni.

Da Ernesto Rossi, Aria Fritta, 1956, Laterza.

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