Se ne sono andati (anche il guru che ha inventato il self-help)

Da un alto funzionario cinese, dedicato alla propaganda, come Ding Guangen, sfortunato promotore della velocità altissima del suo paese, e giudicato inadatto a causa degli incidenti dei treni, fino a Stephen Richards Covey, l’inventore delle regole per l’indipendenza, il self help come libri e bu...

Love Painting
29 Luglio Lug 2012 1700 29 luglio 2012 29 Luglio 2012 - 17:00
...

Ding Guangen

(settembre 1929 – 22 luglio 2012)

Alto funzionario del Partito comunista cinese, nell’ultimo trentennio. Specializzato, con esili risultati, nella propaganda. Umiliato, e poi messo ai lati, dall’eccesso di andatura dei treni della Repubblica popolare, e, in senso lato, dallo stato delle ferrovie statali. Già sopravvissuto alla rivoluzione culturale, e quindi con carriera emersa ai fianchi di Deng Hsiaoping: l’uomo del balzo capitalistico ad alta velocità, e della strage fulminea di liberi cittadini sulla Piazza della Pace celeste, a Pechino (3-4 giugno 1989).

I ritmi della Cina contemporanea sono un problema mondiale e una stabile sorpresa, anche nel rallentamento degli ultimi tempi. E questo tutti lo sanno. Quello che può distrarre, perché ci si è abituati, riguarda la natura della propaganda del Partito comunista, cioè dello Stato: resta decrepita, oltre che censoria. Ci si può anche rimettere la pelle in vari modi, dandole troppo corda. Nella sua vecchiaia, non riesce più neanche a spronare, mettendo, invece, in fila una schiera di bugie. Eppure, anche a un ministro della Propaganda così razionalmente ammaestrato, può sfuggire una cosa consustanziale alla vita: l’imprevisto, l’incidente, il caso che sconvolge il programma.

Nei tardi anni Ottanta – poco prima del massacro sulla Tiananmen – il quasi sessantenne Ding è inciampato su una serie di casi, tutti uguali, ma, in fondo, immaginabili, limitatamente casuali: centinaia di morti ammazzati in una serie di crash dei cosiddetti “treni proiettile”. Nel 1988 – dopo anni di specializzazione come controllore ufficiale dei “news media” – Ding era diventato ministro delle Ferrovie.

In un Paese che avrebbe steso – fra il 2000 e il 2010 – circa 10 mila chilometri di binari ad alta velocità, e 35 mila chilometri di autostrade a sei corsie (questa cifre sono riportate, in rete, da un articolo completo di Vita Lo Russo). Una spesa di duemila miliardi di euro, esclusi i costi per i lavori in corso di centinaia di aeroporti (è sempre Lo Russo a dare questi conti). Nel gennaio del 1988, fra le montagne della Cina meridionale, il deragliamento di un treno spedito ai limiti dell’onnipotenza uccideva 90 persone e ne lasciava gravemente ferite 66. In quel solo mese, era il sesto, e il più mortifero, incidente di viaggio, “normale su binari”.

Secondo il protocollo stabilizzato dell’autocritica – secondo cui gli alti programmatori dello sviluppo non ci rimettono la testa, ma il titolare del dicastero si becca tutte le conseguenze dell’accidente – il Partito spediva Ding in loco a scusarsi pubblicamente, invitandolo poi a tornare – molto velocemente – a Pechino, per rassegnare le dimissioni. Anzi per essere rimosso, con accuse di negligenza, scarso coordinamento, inadeguatezza professionale, danni all’immagine dello Stato, eccetera. Secondo, poi, l’abitudine cinese delle retrocessioni non draconiane (cioè passibili di rinascita politica), il fortunato Ding si vedeva assegnare – dal 1992, e dal “nuovo” chairman Jiang Zemin – un incarico dei tempi passati: ministro della Propaganda, con compiti di stretto controllo sulla stampa, sui social network, sulle arti.

Il cinema, in particolare: il New York Times riporta una pittoresco invito di Ding a produrre «film patriottici, per contrastare la pericolosa “spiritual pollution” dell’industria del cinema. Nella Cina inquinata, a ritmi velocissimi, dalla maratona del primato capitalistico, usare il termine “pollution” riferito alle arti, è interessante. E resta interessante anche la ragione per cui Ding Guangen non sia tramontato mestamente, dopo gli incidenti ferroviari a ripetizione: sembra che fosse il compagno preferito di Deng, in lentissime partite di bridge. 

 

Stephen Richards Covey

(24 ottobre 1932 – 16 luglio 2012)

Cittadino americano, di Salt Lake City, Utah, definito, in particolare, “educator and motivational speaker”. Era alto, massiccio, e molto contemporaneo anche nell’aspetto fisico: una specie di manager, vestito con completi da “executive”, con la testa rasata, marmorea. Un mormone di successo, con moglie devota – Sandra – e felice residenza a Provo, Idaho, animata da nove figli e 52 nipoti. È morto, a 79 anni, in ospedale.

Morte da sportivo: un incidente, mentre pedalava in bicicletta, su una strada sterrata a circa 45 miglia a sud est di Salt Lake City, la celebre capitale mormona. Nonostante tutte le sue specificità (il mormonismo accanito, un volontarismo da stereotipo americano, una serie di astuti, e convinti, best-seller che lo hanno reso più che affluente, gli studi ad Harvard, e poi una cattedra e corsi di “leadership” alla Utah State University), un tipo che oggi si può incontrare dappertutto, anche in metropolitana: quella testa sforbiciata fino all’ultimo capello della corona, quei vestiti color canna di fucile, quelle cravatte azzurrine o gialle, soprattutto quell’espressione sfinita dal pensiero e dall’inevitabilità del traguardo sempre raggiungibile, e spesso ottenuto. 

In questo modo, per esempio: «La nostra estrema libertà, come individui, risiede nello spazio che si forma fra quello che ci capita e il modo da noi scelto per reagire. Non abbiamo un gran che di controllo su molti elementi della vita, ma controlliamo realmente tre cose: i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni». Ecco cosa ha pensato, di base, Stephen Covey. Alla faccia di quello che succede, nella vita, e ogni secondo, a milioni di esseri umani: pensieri, parole, e azioni spesso incontrollabili, che sfuggono alla nostra libertà “come individui”. Perché Covey parla e scrive di “libertà”, e, più nello specifico, di “self help”.

Debitamente condizionato a un numero preciso di “abitudini”: sette. Codificate nel suo più celebre libro: The Seven Habits of Highly Effective People (1989), più di 20 milioni di copie vendute, con traduzione in 38 lingue. Covey scrive e insegna come quelle sette abitudini sorelle manifestino «una progressione dalla dipendenza all’interdipendenza, attraverso l’indipendenza».

E da questa base è partito con un po’ di libri, dove quella filosofia si precisa subito, dai titoli: il più autosvelante si chiama The Leader in Me, del 2008, ma quattro anni prima aveva scoperto un’ottava abitudine strutturante, dandole un programma, e trasformandola in un altro libro da milioni di copie: The 8th Habit: From Effectivness to Greatness. Jean-Philippe Bouchard – manager francese, proprietario di Giverny Capital, e tifoso sfegatato di Covey – ha ricordato il maestro come un apologeta della «proattività», mentre un’altra fonte parigina, un giornale più equilibrato, lo ha ricordato come «un guru della gestione».

Ma anche un guru – ed è l’ultimo dato biografico – incerto, e astuto, sul tema della libertà di amarsi, essendo dello stesso sesso: a Honolulu, Hawaii, gli isolani hanno memorizzato l’accanita campagna di Covey per far cancellare dalle leggi di quello Stato la libertà di matrimonio omosessuale, ma Greg Link, un altro fan di Covey, ha ricordato come il maestro avesse riscritto, nel 1998, la sua proposta proibizionista facendo appello alla non discriminazione «based on sexual orientation».

Precisando così: «We value diversity. It’s what we teach». Alla fine, una persona, e un personaggio, molto contemporanei. Resta da immaginare quanti, e quali saranno i posteri pronti a regolarsi su quel “Leader in me”, e sulle abitudini connesse. Sette, otto, dieci, infinite… Tante quanti saranno i guru “della gestione” postcontemporanea.  

Potrebbe interessarti anche