Chicago, il giornale doveva farlo un software ma erano filippini sottopagati

Journatic è un service che, almeno in teoria, forniva le notizie di cronaca locale al Chicago Tribune, attraverso un algoritmo ben congegnato. I giornalisti, in questo modo, avrebbero potuto dedicarsi a storie più succulente. Peccato, però, che i pezzi su Chicago venivano scritti da giovani filip...

Robot
31 Luglio Lug 2012 1632 31 luglio 2012 31 Luglio 2012 - 16:32
...

Per i pochi che ancora non si fossero accorti di quanto sia profonda la crisi (di mezzi ma soprattutto di identità) dell’editoria di inizio millennio, è arrivato a rendere definitivamente chiare le cose lo scandalo Journatic. Si tratta di un service, come ce ne sono tanti. Fornisce contenuti a clienti e testate varie. In particolare, fino a pochi giorni fa, il suo cliente di punta era il Chicago Tribune, in nome e per conto del quale seguiva le notizie per i fogli di cronaca locale (un circuito di 90 siti cittadini e 22 edizioni cartacee settimanali), curando notizie come le vittorie sportive delle squadre scolastiche, le riunioni cittadine, le comunicazioni dei lavori in corso e brevi casi di cronaca nera.

Le notizie venivano cercate e selezionate da un algoritmo ben congegnato in grado di fare un primo lavoro di redazione e poi la stesura dei pezzi era affidata a alcuni dipendenti di Journatic. Si trattava di un esempio, un po’ spregiudicato ma economicamente funzionale, di giornalismo senza giornalisti. Molti, in teoria, i vantaggi: il Chicago Tribune avrebbe continuato pubblicare i suoi fogli di cronaca locale, a un costo sensibilmente ridotto; i giornalisti professionisti, almeno stando a quanto dichiarato dal ceo di Journamatic, Brian Timpone, «avrebbero avuto più tempo e risorse per occuparsi di cose più importanti, invece che di notiziari di routine» e Journatic avrebbe permesso a giovani e volonterosi giornalisti di crescere e imparare. In teoria.

In pratica le cose sono andate un po’ diversamente: il Chicago Tribune non ha deciso di impiegare i suoi cronisti per altre più succulente storie, ma semplicemente ha preferito lasciarli a casa e le storie prodotte in serie da Journatic, alla prova dei fatti, si sono rivelate meno affidabili del previsto. Dopo aver scoperto (aiutato dal programma This American Life che ha dedicato a Journatic un servizio di 23 minuti) che alcuni pezzi pubblicati erano copiati, altri riportavano virgolettati che erano copia di un'altra copia e che in molti casi (pare più di 350) le firme in calce ai pezzi erano fasulle, il presidente del gruppo del Chicago Tribune, Vince Casanova, ha rescisso il contratto. Non senza
un certo ben ostentato sdegno.

Non solo. È emerso anche che Journatic assegnava la scrittura dei suoi pezzi a giovani asiatici chiusi in alcuni ‘notizifici’ che con Chicago e i suoi sobborghi avevano ben poco a che fare, dal momento che si trovavano nelle Filippine e che venivano retribuiti tra i due e i quattro dollari a pezzo (in base al tempo richiesto dalla stesura: dieci o venti minuti). La reazione allo scandalo è stata fragorosa: il direttore del settore news di Journatic, Michael Fourcher, si è dimesso per divergenze etiche con il suo ceo Timpone. Journatic ha perso rapidamente buona parte delle sue commesse e si è ritrovato al centro di un ciclone mediatico tale da dover offrire, con una comunicazione riservata, soldi ai suoi dipendenti a condizione che rifiutassero di parlare con i «giornalisti che stanno ficcando il naso qui intorno».

Nonostante la gravità dei fatti denunciati e il polverone che si è sollevato, è probabile che il caso Journatic segnerà uno spartiacque nel giornalismo, soprattutto per aver dimostrato, piaccia o no, e comunque con molti limiti, che un giornalismo senza giornalisti può esistere. Se solo i redattori di Journatic fossero stati un po’ più accorti e non si fossero fatti ‘beccare’ a copiare, molto probabilmente i lettori dei dintorni di Chicago starebbero ancora leggendo articoli scritti nelle Filippine e nessuno si sarebbe accorto di niente. Se non del fatto che, strano, nessuno conosceva di persona quei cronisti tanto bene informati.

Piaccia o no, comunque, la strada potrebbe essere questa e il giornalismo potrebbe presto diventare un lavoro come tutti gli altri: delocalizzabile, automatizzato e, di conseguenza, fatto non lì dove serve ma lì dove la manodopera costa meno. Un patto col diavolo che potrebbe consentire ai giornali di restare in vita, anche a prezzo di morire dentro. «Sarebbe bello - ha commentato Business Week in un articolo molto critico sulla vicenda – se i giornali potessero permettersi il lusso di continuare a finanziare piccoli uffici locali in ogni piccola città, con cronisti che conoscano le persone e le loro storie e siano presenti a ogni riunione cittadina. Sarebbe bello ma non è economicamente sostenibile».

 

Potrebbe interessarti anche