Niente soldi dallo Stato? Chicago prova a farcela da sola

Per salvare una città dai debiti, visto che lo Stato non ha soldi, occorre fare da sé. Lo ha deciso Rahm Emanuel, sindaco di Chicago, che non vuole aumentare il debito già alto della Windy city. Per ora, il progetto presentato riguarda la ristrutturazione di alcuni edifici per il risparmio energe...

Chicago Skyline
31 Luglio Lug 2012 1900 31 luglio 2012 31 Luglio 2012 - 19:00
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CHICAGO – Se il Comune o il governo non ce la fanno a sostenere il costo degli investimenti bisogna aprire al privato, non c’è altra scelta. Così la pensa il sindaco di Chicago ed ex capo del personale della Casa Bianca, Rahm Emanuel che ha recentemente deciso di non poter più aspettare l’intervento di Washington alle prese con le sue grane di bilancio per rinnovare le infrastrutture cittadine. Allo stesso tempo Emanuel non può e non vuole emettere bond e aumentare il debito di una città che ha già cumulato un disavanzo di 7.3 miliardi di dollari, quasi tremila dollari per abitante.

Non solo la città di Chicago ma anche tutta l’America – che notoriamente investe pochissimo nelle sue infrastrutture – si trova oggi di fronte a un vero e proprio dilemma. Da un lato, secondo i calcoli pubblicati recentemente dall’American Society of Civil Engineers nel 2010 i costi sopportati dall’intera economia Usa a causa di strade, aeroporti, ponti e porti fatiscenti sono ammontati a ben 130 miliardi di dollari e in prospettiva, considerando il decennio 2011-2020, equivarranno ad un onere di ben 10,600 euro per famiglia. Dall’altro, nonostante le ripetute intenzioni di Obama di creare una banca federale per le infrastrutture, forte di dieci miliardi di dollari di capitalizzazione, l’idea è da mesi in stallo perché combattuta tenacemente da un Congresso e un Senato dove i repubblicani fanno ostruzionismo su tutte le proposte che incrementano il debito federale. Il risultato: un nulla di fatto che pesa come un macigno sull’economia e su cui il sindaco della Windy City vuole intervenire con questo innovativo progetto di partnership tra pubblico e privato.

Lo scorso marzo Emanuel ha annunciato che i progetti per rinnovare Chicago avranno un costo di circa 1,7 miliardi di dollari. Di questi il Comune ne metterà soltanto 2,5 milioni, cifra che serve a coprire i costi amministrativi e di gestione del futuro Chicago Infrastructure Trust (Cit). Il resto (quindi la grandissima maggioranza del capitale) sarà messo a disposizione da gruppi privati che in cambio di un ritorno economico (e sopratutto d’immagine) si adopereranno a coprire i costi iniziali dell’investimento. Per il momento l’ambizioso sindaco può contare sul colosso australiano Macquarie Infrastructure and Real Assets, sulla società assicurativa Ullico e su giganti bancari del calibro di Citibank e JPMorgan. Come funzionerà? Alla presentazione del progetto Emanuel ha fornito un solo esempio. Vediamolo.

A oggi il Comune ha bisogno di rinnovare i propri edifici e renderli efficienti dal punto di vista energetico per un costo totale calcolato intorno ai 225 milioni di dollari. Secondo i calcoli di Alex Holt, direttrice del budget cittadino, questi nuovi investimenti faranno risparmiare alla città circa venti milioni di dollari all’anno. Dunque, in poco più di undici anni, gli investitori saranno ripagati del loro prestito; ancora qualche mese e potranno ottenere anche gli interessi sul prestito, il tutto per giungere ad una di quelle situazione che gli americani chiamano “win-win”, ovvero nelle quali entrambe le parti ne escono vincitrici.

Sembra la soluzione perfetta ma qualcuno a Chicago già storce il naso, in ricordo dell’iniziativa dell’ex sindaco della città, Richard Daley che, nel 2009, con una mossa a sorpresa volta a tappare i buchi di bilancio, concesse in affitto per 75 anni la gestione dei 36 mila parchimetri della città in cambio di 1,2 miliardi di dollari. In pochi mesi i prezzi dei parcheggi sono quasi raddoppiati e sotto la pressione dei cittadini sempre più indignati l’allora assessore ai trasporti ha dovuto ammettere che l’accordo è stato affrettato e non interamente pensato in tutti i suoi dettagli. 

A Chicago molti hanno paura che lo scenario si ripeta, ma Emanuel ha assicurato che la gestione dell’infrastruttura cittadina rimarrà saldamente in mano al comune e che i rappresentanti dei vari municipi (noti come elderman) dovranno vagliare ogni decisione che riguarda l’utilizzo di beni o capitali della città. Oggi il sindaco ha nominato i membri del board of trustess – un mix di ex uomini del grosso business americano (provenienti sopratutto da Boeing), un sindacalista e uomini legati all’Amministrazione cittadina – con il compito di iniziare i lavori per sbloccare la storica diffidenza tra pubblico e privato e creare una collaborazione in grado di dare ossigeno alla città. 

Resta il fatto che a parte l’esempio fornito da Emanuel lo scorso marzo non si hanno ulteriori dettagli su nuovi progetti. Ma l’idea ha fatto parlare di sé e molti sindaci americani guardano all’ex capo del personale di Obama con grande attenzione sopratutto per capire se l’esperimento potrà essere replicato nella propria città. Anche in Italia qualcuno comincia ad aprirsi all’idea. Domenica scorsa al convegno del Big Bang organizzato dal Sindaco di Firenze Matteo Renzi, l’assessore della rossa Livorno, Mauro Grassi, ha detto: «Nell’urbanistica occorre aprire ai privati, senza avere paura e stando attendi alle speculazioni. I Comuni altrimenti non ce la possono fare». L’idea è buona e, visto lo stato delle nostre finanze pubbliche, quasi una strada obbligata. 

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