Progetto 119: ecco la fabbrica cinese dei campioni di nuoto

Pochi, quasi nessuno, parla del misterioso Progetto 119. Un segreto piano cinese di allenamento dedicato soprattutto ad alcuni atleti con un obiettivo preciso: vincere ori alle Olimpiadi. Un training ad alta quota, in ogni tipo di struttura possibile, una preparazione meticolosa, fin da quando l'...

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31 Luglio Lug 2012 1441 31 luglio 2012 31 Luglio 2012 - 14:41

PECHINO - La Cina è spesso un mistero ai nostri occhi. Alcuni dei suoi meandri sociali appaiono così tanto nascosti, che vengono fuori solo a giochi e conti fatti. È il caso del misterioso Progetto 119. Un segreto piano di allenamento dedicato soprattutto ad alcuni atleti con un obiettivo preciso: vincere ori alle Olimpiadi. Un training ad alta quota, in ogni tipo di struttura possibile, una preparazione meticolosa, fin da quando l'atleta è un ragazzino ancora acerbo. Ye Shiwen – la sedicenne cinese che a Londra avrebbe nuotato più veloce dei suoi collghi maschi - è figlia di questo progetto di cui oggi si parla, appena, perfino in Cina. Da noi, nessuno si è preso la briga di capire i motivi di un exploit del genere: meglio fidarsi dei tecnici americani e mettere un po' di sospetto alle vittorie altrui.

Naturalmente nessuno può giurarci o mettere la mano sul fuoco, anzi una ragazza del team di Ye proprio a ridosso delle Olimpiadi è stato trovata positiva a un controllo. Il rischio di doping – del resto - è sempre presente e nessuno nega che in certi “ambienti” sportivi nel corso del tempo se ne sia fatto un uso smodato. Le velate accuse lanciate da alcuni statunitensi – e riprese dai media nazionali anche italiani - nei confronti di Ye Shiwen, in realtà racchiudono alcune considerazioni, tra le quali l'esistenza di un progetto fino al 2002 negato perfino dal Governo.

È un piano misterioso che, stando alle poche informazioni sul web cinese, non era a conoscenza del pubblico fino al 2004, Olimpiadi di Atene. Si chiama “Project 119” un programma segreto di allenamenti concentrati soprattutto su nuoto e atletica con un obiettivo ben preciso: sfoderare ori e record a ripetizione. Il nome deriva dal fatto che quel programma aveva già consentito la conquista di ben 119 medaglie d'oro (tra l'altro – come osservano alcuni netizen - in Cina il 119 è il numero telefonico per gli allarmi dell'incendio).

Il governo ufficialmente non ha mai riconosciuto questo programma, ma da tempo la sua esistenza corre sul filo del web e tra le bocche degli addetti ai lavori. Come detto in precedenza, è solo dal 2004 che il progetto è conosciuto.

Project 119 si basa su alcune caratteristiche: da parte sua la Cina ha già un team da tempo molto forte unita a una capacità di competere molto alta. Ad esso si aggiungono logistica, trattamenti medici che assicurano la salvaguardia delle prestazioni, secondo quanto specificato da un giornalista sportivo cinese.
Quando si parla di nuoto cinese, non si può non parlare del tecnico che si nasconde dietro al segreto del Progetto 119: il suo nome è Dennis Cotterell, stranoto tecnico australiano.

Dal 2007 in Cina è cominciato un “movimento di occidentalizzazione” in grande scala per il nuoto, cominciato proprio con Cotterell. La consueta scuola cinese, alla “sovietica”, così, si è tramutata in una macchina sforna campioni, grazie anche alle competenze e alle più moderne tecniche di allenamento prodotte dall'Occidente. Tanto che oltre al training in Yunnan, hanno anche effettuato 70 giorni di preparazione proprio in Australia, motivo che dovrebbe eliminare, a detta dei cinesi, le dicerie sull'uso di doping da parte dei suoi atleti.

Ye potrebbe quindi essere una novella Liu Zige, vincitrice a sorpresa dell'oro nei 200 farfalla a Pechino. Anche lei era un prodotto del “Project 119” che utilizza risorse illimitate e una formazione incessante. Nel 2004 Liu – a soli 15 anni - venne presa nella provincia del Liaoning e portata a Shanghai. Dopo un anno era già la stella della squadra di Shanghai. Quando vincerà a Pechino confesserà di non vedere i suoi genitori da anni, di non avere né un telefono cellulare né un computer.

Tutto il contrario di Li Na, stella del tennis cinese che l'anno scorso trionfò a Parigi: lei non ha mai ringraziato il suo Paese per i suoi successi, anzi: la sua carriera ha cominciato a virare verso una piega vittoriosa solo quando ha abbandonato il sistema cinese, per costruirsene uno indipendente. La Cina che piaccia o meno è anche questa: un miscuglio, un forte senso di competizione e una determinazione quasi violenta, nelle sue affermazioni agonistiche.

 

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