La terza rivoluzione industriale fa un favore all’Italia

Come scrive il Financial Times, una nuova generazione di tecnologie per la manifattura digitale, in primis le stampanti 3D, potrebbe presto sostituirsi alle catene di montaggio tradizionali, mettendo in discussione la delocalizzazione e riportando a casa il lavoro. Ma il fordismo americano, scriv...

Catena Montaggio
20 Agosto Ago 2012 1434 20 agosto 2012 20 Agosto 2012 - 14:34
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Cresce l’interesse della stampa anglosassone per la rivoluzione industriale prossima ventura. Sul sito del Financial Times, Izabella Kaminska rilancia il tema delle nuove tecnologie della manifattura digitale riprendendo le tesi già proposte da Viveck Wadhua su Forbes: in breve, una nuova generazione di tecnologie per la manifattura digitale, in primis le stampanti 3D, potrebbe rapidamente sostituirsi alle catene di montaggio tradizionali mettendo in discussione l’idea stessa di delocalizzazione cui siamo da tempo rassegnati.

All’origine di questo cambiamento di paradigma vi sono ragioni diverse. La crescita del costo del lavoro in Cina, i tanti problemi nella gestione della proprietà industriale e una crescente pressione politica stanno spingendo molte aziende a ritornare negli Stati Uniti. Quello che davvero potrebbe fare la differenza è l’accelerazione nella diffusione delle nuove tecnologie per la produzione digitale. L’utilizzo intensivo di tecnologie per la manifattura additiva (le stampanti 3d), insieme a materiali di nuova generazione e a software sempre più sofisticati, potrebbe rendere davvero poco interessante utilizzare ancora manodopera a basso costo in Cina o in altri Paesi in via di sviluppo. Secondo la Kaminska, quando questi nuovi strumenti avranno raggiunto una loro maturità, nemmeno i più miseri salari in Africa renderanno interessante l’impego di forza lavoro a basso costo.

Il ragionamento ha la sua forza. Siamo davvero di fronte a una rivoluzione che rischia di mettere in discussione le logiche tradizionali della divisione del lavoro. Su un punto, però, è difficile concordare con molti osservatori anglosassoni, ovvero sulla loro fiducia che questa nuova generazione di tecnologie possa davvero rimpiazzare l’uomo nei processi produttivi. Ripensando a quanto è successo in Europa (e in Italia) negli anni Ottanta, è legittimo immaginare uno scenario diverso. Queste tecnologie sono certamente una grandissima opportunità, ma sono lungi dall’eliminare il contributo dell’uomo dai processi manifatturieri.

Farsi un’idea di cosa sarà davvero la produzione digitale non è poi così difficile. Basta andare a guardare da vicino, ad esempio, le tante aziende italiane che già oggi lavorano con successo nel campo della stampa 3D per la prototipazione rapida o per la produzione di componenti in serie limitata. Chi ne le ha visitate sa che più che a catene di montaggio stile Matrix queste realtà assomigliano a grandi laboratori artigianali di nuova generazione. Produrre con queste tecnologie richiede competenze tecnologie d’avanguardia, certo, ma anche un saper fare costruito sulla pratica, sulla conoscenza diretta dei materiali e sull’esperienza diretta dei limiti della tecnologia a disposizione.

Non è solo un problema di maturità degli strumenti a disposizione. La natura stessa di queste tecnologie spinge i committenti a chiedere varietà di lavorazioni, personalizzazioni e adattamenti che riducono al minimo la possibilità di sfruttare le tradizionali economie di scala (del resto sarebbe ridicolo immaginare di usare una stampante 3D per fare quello che è possibile ottenere con le tecnologie tradizionali). La qualità del risultato finale dipende dalla capacità di chi ci lavora di controllare interamente il processo produttivo con margini di autonomia e di relazione con il committente che la catena di montaggio ha reso superflui e antieconomici.

Se gli Stati Uniti non hanno intrapreso la via dell’automazione industriale (tema sviluppato dal FT) preferendo l’offshoring in Asia, non è stato semplicemente perché questa opzione consentiva di presentare ai mercati finanziari margini in crescita nel breve termine, ma soprattutto perché l’utilizzo di questi strumenti richiede da sempre una diversa cultura del lavoro distante anni luce da quel fordismo che gli americani hanno saputo esportare in giro per il mondo. Proprio questo ritorno a una dimensione “personale” dei processi produttivi legittima l’idea di Chris Anderson, editor di Wired, di una new economy manifatturiera attesta su una nuova generazione di maker in grado di sostituirsi ai tradizionali giganti della produzione industriale che abbiamo conosciuto in questi anni (e che la dinamica della delocalizzazione ha enormemente avvantaggiato negli ultimi vent’anni). I protagonisti della nuova rivoluzione industriale saranno insomma artigiani tecnologici in grado di mescolare una cultura del lavoro tradizionale in un paradigma tecnologico profondamente rinnovato.

Paradossalmente questa cultura del lavoro e dell’innovazione è ancora presente in diverse realtà italiane (imprese consolidate così come start up di giovani imprenditori), che nel corso degli ultimi quindici anni hanno imparato a competere con la sfida dell’euro ragionando su una mescola tutta italiana di saper fare tradizionale e nuove tecnologie. La meccanica italiana, in primis, ma anche l’abbigliamento, l’arredo e persino l’alimentare offrono decine di esempi di come potrebbe prendere forma la rivoluzione di cui parla Izabella Kaminska: più che di ascesa delle macchine (“The rise of the machines” è il titolo del suo post), sarebbe meglio parlare di una nuova cultura del lavoro e dell’innovazione.
 

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