Il Papa in Libano: “Ben venga, se sostiene la voglia di democrazia”

Mentre la piazza islamica si infiamma di nuovo, il Papa arriva oggi a Beirut. Abbiamo parlato di questo delicato viaggio con Ali Fadlallah, guida spirituale di Hezbollah, e con Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita espulso dalla Siria dopo 30 anni di attività. Fadlallah dice a Linkiesta che il Papa è b...

Benedetto Xvi
14 Settembre Set 2012 0630 14 settembre 2012 14 Settembre 2012 - 06:30
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BEIRUT - Il Papa arriva oggi a in città. Dove una delle figure chiave è il Said sciita di Beirut Ali Fadlallah, discendente alla lontana nientemeno che di Mohammed il profeta e figlio di Mohammed il Gran Ayatollah, ideologo della“resistenza” anti-israeliana in Libano scomparso nel 2010. Oggi Fadlallah è considerato la guida spirituale di Hezbollah, e per incontrarlo è necessario passare una serie di controlli al metaldetector nella sua moschea-bunker ad Haret Hreyk, sobborgo di Beirut roccaforte del partito che, nel Paese dei Cedri, controlla un vero stato sotterraneo. Dopo avergli fatto qualche domanda, abbiamo parlato della visita del Papa anche con Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita espulso dalla Siria a giugno 2012 dopo un soggiorno di 30 anni, a causa della sua posizione (caso unico nel clero siriano, almeno dichiaratamente) anti-regime. Vi proponiamo qua di seguito le due interviste. 

Said, il Papa è il benvenuto in Libano?
È il benvenuto, nella misura in cui la sua visita riuscirà ad avviare un dialogo efficace tra le parti che sono in grado di decidere effettivamente della situazione attuale. In questo particolare momento, ci si può aspettare conseguenze molto positive da tale dialogo. Ma il Papa deve guardarsi da coloro che, in Libano e non solo, hanno tutto l'interesse a che il dialogo non progredisca e si incagli nell'equivoco, nel malinteso. 

Cosa intende per “dialogo efficace”?
Non basta sottolineare in astratto i punti in comune tra le nostre religioni. Non vogliamo fermarci allo scambio di complimenti: il dialogo va esteso al piano politico. E sarà un dialogo efficace solo se vi parteciperanno i rappresentanti di quelle forze politiche che contano davvero oggi in Libano e in Siria. 

Ma in Libano è ancora possibile, oggi, un dialogo pacifico tra quelle forze politiche? 
Il Libano è e rimane il Paese della tolleranza confessionale e culturale. Allo stesso tempo, è innegabile che un dialogo costruttivo è quanto mai necessario, oggi, anche e soprattutto in Libano, e avrebbe sicuramente conseguenze positive sul resto della regione. 

Eppure, con gli scontri a Tripoli del mese scorso tra Sunniti e Alawiti, il Paese è sembrato di nuovo sull'orlo di una guerra civile.
Questo pericolo non esiste: le potenze internazionali, che sono la vera causa di tutti i conflitti in Medioriente, in questo momento sono concentrate sulla Siria. E in Libano, vede, nessuno ne vuole sapere di una nuova guerra. La gente ha visto abbastanza sangue dagli anni '80 fino al 2006... Ma c'è sempre chi è pronto a sfruttare le differenze religiose per creare problemi politici. 

Certo, il fatto che Hezbollah mantenga un esercito “privato” superiore, per uomini e armamenti, a quello regolare non aiuta ad alleviare la tensione
L'esercito di Hezbollah, nonostante quello che si dice, non interferisce con la vita democratica in Libano. Non si è schierato negli scontri recenti di Tripoli, e il suo obiettivo, anzi, è proprio quello di difendere la democrazia in Libano. Lo stesso scopo dell’esercito regolare. 

Ma che bisogno c'è, se l'obiettivo è comune, di una forza armata esclusivamente composta da sciiti?
L'esercito regolare al momento non è preparato per resistere a una possibile offensiva israeliana. Da un giorno all'altro, gli israeliani sono pronti ad invadere i nostri confini. Lo ha ammesso di recente lo stesso Nethanyahu. Nonostante questo, crediamo che l'esercito regolare debba essere la principale difesa del popolo libanese, e speriamo che un giorno diventi l'unico. 

Riguardo il conflitto in Siria: ad agosto l’Esl, l'esercito libero siriano, i ribelli, ha rapito 11 pellegrini sciiti libanesi accusandoli di essere al servizio del regime. Fino a che punto Hezbollah e la sua comunità sono coinvolti nella guerra
I fedeli sciiti rapiti non avevano niente a che fare con il regime, punto primo. Ossia: come tutta la comunità sciita, sono sostenitori del regime, ma non in senso concreto. Quanto a Hezbollah, il sostegno del partito al regime (un sostegno puramente morale e politico, al contrario di quanto dicono certi media), è un fatto dovuto, in quanto il regime è sotto attacco proprio per il sostegno che ha dato alla nostra “resistenza”.

Secondo lei, dunque, l’attacco al regime non ha niente a che vedere con la causa della libertà e della democrazia?
Le iniziali richieste pacifiche del popolo siriano erano e sono in parte condivisibili. Ma la guerra a questo stadio non è frutto della volontà popolare: fa parte dello scontro tra le potenze sunnite alleate di Israele e dell'occidente contro l'asse della “resistenza”. A farne le spese è proprio il popolo siriano: per questo auspichiamo una soluzione quanto più rapida.

Quale soluzione? Una soluzione solo politica?
Anzitutto politica. I partiti dell'opposizione siriana in esilio che hanno influenza sul campo dovrebbero creare le condizioni per un dialogo all'interno del paese. Finché il dialogo sarà solo fra i religiosi, non cambierà granché. Il conflitto non nasce dalla religione: la religione è solo utilizzata dalle varie parti per creare tensioni. Anche quella cristiana. Qui molti, ad esempio, dipingono i cristiani come una forza filo-occidentale. Invece secondo noi sono parte integrante della regione e vogliamo che lo diventino sempre di più. Qualsiasi cosa succeda in Libano o in Siria, si ripercuoterà sui cristiani non meno che sui musulmani, sunniti e sciiti. 

Difficile trovare qualcuno che parta da posizioni più distanti, rispetto a quelle del Said, di Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita espulso dalla Siria a giugno 2012 dopo un soggiorno di 30 anni, a causa della sua posizione (caso unico nel clero siriano, almeno dichiaratamente) anti-regime. Ora, dopo 8 giorni di digiuno per la missione papale in Libano, lo abbiamo raggiunto via telefono a Parigi (dove ha avuto un colloquio con il ministro degli esteri Fabius) nel mezzo di un consesso dell’opposizione siriana in esilio.

Alla domanda «cosa ci si aspetta dalla visita del pontefice a Beirut», la cornetta inizia a girare tra una trentina di esuli drusi, cristiani, sunniti: «La visita del papa in Libano significa un appoggio del Vaticano al regime». «Prima che ci fossa la dittatura Baath in Siria i cristiani erano il 15%, adesso non arrivano al 5%». «Quella del regime di difendere i cristiani è una pretesa insensata». «Perché il papa non visita i rifugiati siriani in Libano?». Una ragazza di Damasco: «Molti cristiani sono stati militarizzati dal regime per combattere contro i ribelli. Invece su incoraggiamento del Vaticano, potrebbero giocare un ruolo di mediazione con gli alawiti, con le dovute garanzie internazionali».

E ancora: «Il papa dovrebbe parlare con il patriarca maronita di Homs e chiedergli perché, all’epoca delle prima manifestazioni pacifiche, ha subito detto che i cristiani erano in pericolo». «Il papa dovrebbe aiutare i responsabili cristiani in Siria che sono ricattati dal regime e hanno bisogno dell’appoggio esterno del Vaticano per testimoniare in favore dei diritti umani». In generale, torna a dire Dall’Oglio, c’è molto pessimismo riguardo la visita del pontefice.

Lei condivide questo pessimismo, padre?
Diciamo che la paura dei siriani di essere ancora una volta presi in giro dalla comunità internazionale è certamente fondata. L’ultimo Angelus papale non ricordava le rivendicazioni dei popoli mediorientali, le ultime dichiarazioni vanno purtroppo nel senso di una pacificazione senza condizioni. Rischiamo di assistere a un grande passo indietro del Vaticano.

Nel Sinodo per il Medioriente del 2010 i cristiani venivano “chiamati a partecipare al rinnovamento della società”. Lo hanno fatto, in Siria?
Il Sinodo del 2010 è stato la stella del mattino della primavera araba, con un’idea di partecipazione civile che va nettamente nel senso della democratizzazione. Molti cristiani egiziani, giordani, siriani si sono impegnati nella trasformazione civile dei loro Paesi. 

Però nella comunità cristiana in Siria il suo esempio di opposizione al regime non è stato molto seguito.
A molti è stato impedito. Io sono stato ringraziato personalmente da molti sacerdoti che mi hanno detto «noi non ci possiamo esprimere perché siamo sotto pressione», «tu ti sei espresso a nostro nome». Ma è vero che le persone indottrinate dal regime costituiscono una maggioranza numerica tra i cristiani.

Le paure di questa maggioranza per il post-Assad secondo lei sono ingiustificate?
Il pericolo per i cristiani esiste ed è aggravato di giorno in giorno dall’indifferenza della comunità internazionale. La mancata partecipazione al conflitto dei Paesi occidentali crea le condizioni per una deriva estremista incontrollabile. C’è il rischio che la situazione degeneri come in Somalia e in Afghanistan. 

Il conflitto religioso sunniti-sciiti si sta estremizzando anche fuori dalla Siria, per esempio in Libano: alcuni temono per la visita del papa. 
Bisogna evitare le generalizzazioni. Il blocco sciita è molto meno omogeneo di quello che si può immaginare. Ci sono molti sciiti e molti iraniani a favore della rivoluzione siriana. In Libano, non tutti gli sciiti sono con Hezbollah. La primavera araba ha cambiato tanti dati, anche all’interno della società libanese. Al Cairo, nella riunione dell’opposizione che si è tenuta la settimana scorsa, c’era un buon numero di sciiti libanesi che hanno partecipato al dialogo. Che ci siano alawiti e drusi nella galassia della rivoluzione siriana lo sanno tutti. 

Quindi secondo lei la contrapposizione tra i due blocchi è superabile?
Lo è sulla base del forte desiderio di pace condiviso da parte di tutti i siriani, secondo i differenti mondi simbolici, le appartenenze religiose e politiche. Tutti convergono nella volontà di costruire un Paese pluralista, una democrazia civile, non necessariamente laica. Questo richiede però grande impegno e assistenza da parte della comunità internazionale e della società civile globale. Senza intervento dell’Onu, come ho ripetuto diverse volte, l’unica prospettiva per la Siria sono massacri etnici. Io sono stufo di annunciare da mesi le fosse comuni, e poi quando ci sono le fosse comuni ci si meraviglia. Nessuno ha il diritto di meravigliarsi.

Siamo stati avvisati. Se non altro, da padre Dall’Oglio. 

 

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