Niente panettoni Galup per Natale, l’azienda di Pinerolo spegne i forni

Lunedì i forni della Galup, la piccola fabbrica di Pinerolo (Torino) che 90 anni fa inventò il panettone “basso” ricoperto di glassa alle nocciole, si spegneranno forse per sempre. L'azienda ha firmato l’accordo con i sindacati che prevede la messa in mobilità dei 12 dipendenti e lo stop alla pro...

Galup
28 Settembre Set 2012 0643 28 settembre 2012 28 Settembre 2012 - 06:43
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Lunedì i forni della Galup, la piccola fabbrica di Pinerolo (Torino) che 90 anni fa inventò il panettone “basso” ricoperto di glassa alle nocciole, si spegneranno forse per sempre. Ieri l’azienda, in liquidazione dai primi di settembre, ha firmato l’accordo con i sindacati che prevede la messa in mobilità dei 12 dipendenti e lo stop alla produzione a partire dal 1 ottobre. E a Natale gli scaffali dei negozi rischiano di rimanere orfani del dolce farcito con le nocciole delle Langhe, che negli anni Ottanta conquistò gli italiani grazie ai fortunati spot televisivi del comico piemontese Macario.

Un altro pezzo di storia che se ne va, in un territorio che dall’industria metalmeccanica (si pensi alla Indesit in partenza per la Polonia) a quella alimentare (ieri la Streglio ha subìto l’ennesimo cambio di proprietà), sta perdendo la propria vocazione produttiva, senza averne trovata una nuova. Ora, in un mercato crollato la scorsa stagione dell’11 per cento per volumi di vendite (dati Nielsen Market Track), la crisi non ha risparmiato neppure i panettoni e i pandori della Galup. 

Peccato perché quella della fabbrica di Pinerolo era una gran bella storia imprenditoriale. Nata come panetteria nel 1922, su iniziativa di Pietro Ferrua, che aveva aperto il suo forno dai mattoni rossi nel centro storico della cittadina, a 40 chilometri da Torino, la Galup si era trasformata in fabbrica nel 1948, quando “Monsù” Ferrua aveva deciso di fare il grande passo, mettendo in piedi un piccolo stabilimento industriale. Grande conoscitore del panettone, aveva avuto la felice intuizione di inventarsene una versione tutta piemontese: un dolce basso e largo, ricoperto da una glassa alle nocciole, che faceva concorrenza al panettone “di Milano”. Il nome “Galup” (che in dialetto significa “goloso”) però lo si deve alla moglie Regina, nonna dell’attuale proprietaria. Era rimasta colpita dalla frase di un amico che, assaggiandolo, aveva detto: «A l’è propri galup». L’appellativo rimase e fu un successo. Il boom iniziò negli anni Settanta, quando la distribuzione del panettone torinese raggiunse scala nazionale. Ma il grande pubblico fu conquistato grazie agli spot in tv del Carosello, con il comico piemontese Macario impegnato a decantare le virtù della «parte alta del panettone». Negli anni ’80 la Galup era tra le prime aziende dolciarie italiane per notorietà del marchio.

Sfornava, raccontano le cronache dell’epoca, 30mila panettoni al giorno ed esportava in Europa e negli Stati Uniti. I dipendenti fissi erano 60, più gli stagionali. Poi le cose sono cambiate. Sono arrivate la concorrenza, la grande distribuzione, e la Galup ha iniziato a perdere quote di mercato. Ha finito per caratterizzarsi, ammette lo stesso Business Plan 2009 – 2014 che avrebbe dovuto rilanciarla, come «azienda artigianale» per volumi di affari, con «un posizionamento del prodotto ibrido» (immagine di marchio artigianale con prezzo industriale)», che ha determinato un peggioramento della redditività (nel 2005-2006 il ricavo medio dei prodotti lievitati Galup è di 4 euro al chilo). Nel 2009, si legge ancora nel piano, l’occupazione dell’impianto è pari al 30% della capacità produttiva. «L’azienda – ricorda inoltre Enrico Tron della Cisl di Pinerolo, che quel piano lo firmò – ha investito poco in innovazione e oggi i macchinari risultano obsoleti».

Ecco che la crisi si fa finanziaria. I bilanci degli ultimi 4 anni chiudono tutti in perdita, tra i 700 e i 400 mila euro. Ogni volta le cugine Regina e Fausta Ferrua, a capo dell’azienda, mettono mano al portafogli con aumenti di capitale, l’ultimo per 300 mila euro; ma la spirale non si arresta. L’azienda chiede al Comune di Pinerolo di approvare una modifica della destinazione d’uso dell’area occupata dallo stabilimento, con l’obiettivo di renderne almeno una parte edificabile e trasferire la produzione in un impianto più piccolo. L’amministrazione comunale accoglie la richiesta, ma pone come vincolo che la produzione resti a Pinerolo. La Galup ha invece in mente di traslocare nel vicino comune di Villar Perosa, lungo la strada che conduce alle montagne olimpiche. L’operazione, comunque, non va in porto e la Galup decide di restare dov’è. 

Nel 2011 arriva un nuovo direttore commerciale che tenta il rilancio: l’azienda investe un milione di euro per rivedere il processo produttivo, riposizionarsi sul mercato (arrivando a un ricavo medio per i suoi prodotti compreso tra i 6,5 e i 7,5 euro al chilo), e ristrutturare la rete commerciale (più punti vendita, più agenti, linea dedicata alla grande distribuzione). Ma il piano non funziona. I costi di produzione continuano a superare i ricavi. A metà agosto, la Galup, con un fatturato da 4,7 milioni, un debito da circa 4 milioni e 12 dipendenti impiegati a tempo pieno (più alcune decine di stagionali) in uno stabilimento grande 11 mila metri quadrati, sceglie la strada della liquidazione volontaria.

Per circa un mese il liquidatore, Vincenzo Orlando, cerca di portare avanti la produzione, ma senza la liquidità necessaria a pagare le materie prime, stretto fra la necessità di tutelare dipendenti e creditori, decide di firmare l’intesa che mette la parola fine all’azienda della famiglia Ferrua. Per la Galup si aprirà la strada del concordato preventivo. Le storiche proprietarie preferiscono non commentare. Parla invece Orlando. Quando ci riceve, in una sala spoglia, dove a ricordare i bei tempi passati ci sono solo un paio di poster alle pareti, ammette di aver appena ricevuto un potenziale acquirente. «Dal punto di vista patrimoniale, spiega, l’azienda è solida. Il valore dello stabilimento, di proprietà della famiglia, si aggira intorno ai 5 milioni di euro. Quello del marchio supera il milione». Una cifra, conclude, in grado di coprire ampiamente i debiti. Ma la Galup tornerà mai a fare panettoni? Orlando allarga le braccia. «Mi chieda, piuttosto, se il marchio sopravvivrà». La risposta «deve essere sì».
 

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