Serve un’amnistia (ma la voteranno i politici indagati)

Il presidente Napolitano ha sollecitato un provvedimento di clemenza per alleviare la situazione delle carceri italiane. Ma un'amnistia, proprio ora che il Parlamento sta per votare l'ineleggibilità dei condannati, potrebbe essere sfruttata dai partiti per "ripulire" i propri esponenti coinvolti ...

Carcere 1
10 Ottobre Ott 2012 1340 10 ottobre 2012 10 Ottobre 2012 - 13:40

Se, come diceva un grande scrittore russo, “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”, l’Italia dovrebbe vergognarsi. Sporcizia, sovraffollamento, violenze e suicidi sono piaghe diffuse in molti degli istituti di pena del Paese. In 45mila posti disponibili sono stipati oltre 66mila detenuti. Molti dei quali in attesa di giudizio e quindi, in base alla nostra Costituzione, innocenti fino a prova contraria.

Di recente il presidente Napolitano è tornato a sollecitare la politica sull’argomento, auspicando da un lato provvedimenti che incidano sulle «cause strutturali della degenerazione», dall’altro una riflessione su «possibili provvedimenti di clemenza». Non solo. È necessaria per Napolitano «una riflessione sull’attuale formulazione dell'art. 79 della Costituzione», che impone rilevanti ostacoli ad amnistia e indulto.

Fino alla modifica di tale articolo, nel 1992, l’amnistia era stata concessa 18 volte. Successivamente, mai. Il passaggio da presidente della Repubblica a Parlamento, come soggetto che decide, e l’imposizione di una maggioranza dei due terzi per avere un voto valido, hanno di fatto mandato nel dimenticatoio il provvedimento. I partiti non vogliono assumersi la responsabilità di decisioni impopolari e facili da strumentalizzare. Anche l’indulto, che a differenza dell’amnistia estingue la pena ma non il reato, è stato votato solo due volte dopo il 1992: nel 2003 (“indultino”) e, proprio per risolvere i problemi di sovraffollamento, nel 2006.

Sono passati sei anni, le prigioni si sono nuovamente riempite e i vari tentativi di deflazionarle sono falliti o allo stato embrionale. La campagna mediatica e politica sulla inesistente “emergenza sicurezza”, dopo il 2006, ha reso l’opinione pubblica allergica ai provvedimenti di clemenza. Purtroppo per le migliaia di persone che sono in carcere in condizioni disumane, il momento non potrebbe essere meno opportuno.

Ai passati timori per la sicurezza si è aggiunta una nuova indignazione per la corruzione della classe politica. Se un parlamento in cui siedono decine di condannati votasse un’amnistia, diverrebbe facile bersaglio per forcaioli, populisti e demagoghi di ogni schieramento. Specialmente ora, che con il ddl anticorruzione si vuol introdurre l’ineleggibilità per i condannati definitivi, un provvedimento che lavi tutte le macchie del passato sarebbe indigeribile per gli elettori.

Come spiega il professor Giorgio Marinucci, luminare del diritto penale, il problema si pone soprattutto per i processi ancora in corso. «Se l’amnistia interviene prima della sentenza irrevocabile di condanna il reato si estingue. È come se non ci fosse mai stato e quindi non ci sono implicazioni per la candidabilità delle persone indagate o imputate». È vero che fino alla sentenza irrevocabile non scatterebbe nemmeno l’ineleggibilità, ma sarebbe comunque una beffa per i cittadini se i vari Belsito, Lusi e Fiorito non avessero nemmeno più la prospettiva futura della condanna e della fine della propria carriera politica.

Strade alternative, che salvaguardino la finalità del provvedimento di clemenza da possibili sviamenti, ce ne sono diverse. «Già di partenza – spiega il professor Marinucci – le pene previste per i reati di corruzione dovrebbero essere sufficientemente elevate da impedire il beneficio dell’amnistia. In ogni caso la soluzione più semplice e motivata potrebbe essere quella di escludere dal provvedimento clemenziale tutti i reati previsti dal libro II, titolo II, capo I del codice penale (peculato, corruzione, concussione etc). Oppure – prosegue Marinucci – con l’indulto l’ineleggibilità rimarrebbe di sicuro, visto che non sarebbero estinte nemmeno le pene accessorie».

La situazione disperata delle nostre carceri richiede un intervento immediato. Lo chiedono anche le numerose condanne dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. La politica potrebbe mostrare di aver compreso il nuovo corso della “responsabilità” evitando, da un lato, di lasciarsi paralizzare dal timore dell’impopolarità. Dall’altro votando una legge che non consenta scappatoie di alcun tipo agli esponenti corrotti della “casta”. Il modo c’è, basta la volontà.

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