Ecco perché la ’ndrangheta si è presa la Lombardia

Che sia mafia, camorra o ‘ndrangheta, domina la disponibilità al peggio dei colletti

Virus Mafia Anteprima
12 Ottobre Ott 2012 1850 12 ottobre 2012 12 Ottobre 2012 - 18:50

Sono trascorsi quasi cinquant’anni dal ferimento e dalla cattura di Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna a Milano. Era il maggio del 1963 e la presunta capitale morale del Paese scopriva di ospitare i mafiosi in fuga da Palermo, dove imperversava l’unica, vera guerra che abbia contrapposto le «famiglie» di Cosa Nostra, quella del 1981 sarebbe stata soltanto una mattanza: attorno ai corleonesi si erano raggrumati il 90 per cento dei mafiosi, il destino dei Bontade, degli Inzerillo, dei Badalamenti, dei Di Maggio era quindi segnato. Assieme al fratello Salvatore, Angelo aveva dato l’assalto al vertice della piramide mafiosa, il Vulcano nella fantasmagorica definizione di Joe Bonanno, l’ispiratore del Padrino di Puzo. Dalle guardianie dei cantieri edili nella periferia palermitana del dopoguerra i due La Barbera erano ascesi a costruttori di rango e mostravano di non volersi accontentare. Li avevano stoppati i Greco di Ciaculli, avevano anche segnato il destino di Salvatore, strangolato durante una riunione della «commissione», e costretto Angelo alla fuga in quella Milano già così accogliente per gli uomini del disonore.

Nel 1963, in pieno boom economico, con la città ancora stordita dall’ebbrezza della prima coppa campioni, appena vinta dal Milan a Wembley contro il Benfica, nessuno aveva voglia di raccontare che dietro il luccichio del benessere s’intrecciavano ambigue amicizie, si allacciavano oscuri rapporti fra i re di denari e i rappresentanti dell’Antistato. Il luogo d’incontro era l’attico nel palazzo all’inizio di via Albricci: da alcuni anni ospitava Joe Adonis, cioè l’avellinese Giuseppe Doto, il compagno di malaffare di Charlie Luciano, di Frank Costello, di Meyer Lansky espulso dagli Stati Uniti.

In mezzo secolo non sono cambiati lo stupore dell’opinione pubblica e l’arrancare degli inquirenti dietro la manifestazione nuova del fenomeno antico. L’inchiesta di Luca Rinaldi racconta infatti che tempo ed esperienza paiono essere trascorsi invano. Ci sia di mezzo la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta, la disponibilità al peggio di commercianti, imprenditori, professionisti milanesi non conosce limiti. Ogni volta si ritiene che sia stato toccato il fondo, che sia cominciata l’estirpazione del cancro, viceversa si è sceso di un altro gradino nella scala dell’abiezione. Per chi c’era, rimane indimenticabile lo sconcerto seguito all’arresto di Luciano Leggio nella casa di via Ripamonti. Era il maggio del 1974, Leggio incarnava la leggenda vivente del pericolo pubblico numero uno, nella realtà era un cane sciolto, allontanatosi dalla Sicilia per evitare un conflitto con Riina e Provenzano, dal quale non era sicuro di uscire vincitore e soprattutto vivo.
Aveva importato in Lombardia e Piemonte la piaga dei rapimenti. I sequestri Torelli, Rossi di Montelera e Baroni aveva prodotto un’eco notevole e sconvolto le abitudini della grande borghesia. La mafia non era più il fenomeno folcloristico della lontana Sicilia. Alla corte di Leggio erano cresciuti i futuri protagonisti della Milano da bere. Alcuni risultavano latitanti, altri avevano raggiunto il Nord per scontarvi le condanne al soggiorno obbligato: si erano trovati talmente bene da avervi piantato le tende. Molti portavano cognomi altisonanti: Nino Grado, Ignazio e Giovanbattista Pullarà della «famiglia» di Santa Maria di Gesù; Simone Filippone e Salvatore Di Maio della «famiglia» della Noce; Pippo Bono, che faceva avanti e indietro in continuazione da New York e da Caracas, Salvatore «Robertino» Enea, Ugo Martello e Gaetano Fidanzati della «famiglia» di Bolognetta; Alfredo Bono, il fratello di Pippo, e Gino Martello della «famiglia» di San Giuseppe Jato; Gaetano Carollo, Giuseppe Ciulla e Franco Guzzardi della «famiglia» di Resuttana. Spadroneggiavano nel mercato nero delle braccia, s’accaparravano i subappalti, spesso erano i soci occulti dei costruttori vogliosi di farsi largo in ogni modo. Eppure, come succede ora con gli ‘ndranghetisti, nessuno li conosceva, nessuno si era allarmato per l’enorme disponibilità di danaro, nessuno aveva avuto da ridire sul modo di condurre gli affari.

La frequentazione tra imprenditori di successo e picciotti in carriera erano favorite dalla paura dei rapimenti, che induceva miliardari di vecchio e nuovo conio a cercare valide protezioni. Per la Milano dei soldi facili, i palermitani apparivano l’unica polizza d’assicurazione funzionante. Le bische, i due ippodromi, i night avevano visto sbocciare tante amicizie impossibili e un’inimicizia, che verrà pagata con il sangue. Alfredo Bono, assiduo frequentatore di bische e di locali notturni, era stato schiaffeggiato dagli uomini di Francis Turatello. Dopo alcuni anni Francis «faccia d’angelo» sarà sbudellato in carcere da un pluriergastolano al servizio di Leggio. La tipica vendetta ghiacciata di Cosa Nostra. A parte questi piccoli incidenti, i mafiosi di Milano stavano così bene che, per non avere intralci di alcun genere, avevano bloccato la formazione di una «famiglia» o, almeno, di una «decina», come avrebbe voluto Tano Badalamenti all’epoca capo riconosciuto di Cosa Nostra. Ma i palermitani in trasferta non volevano lacci e laccioli di alcun tipo e dunque arrivarono a disubbidire alla casa madre. Tuttavia il loro ruolo di emissari nella capitale dei grandi affari era così rilevante che i capi della «commissione», a differenza di quanto avrebbero deciso quarant’anni dopo i responsabili della ‘ndrangheta, preferirono inghiottire lo sgarbo. 

I primi rapimenti, infatti, avevano fruttato i miliardi da investire nel traffico di eroina. Le cosche erano così potute entrare nel business, che le avrebbe arricchite oltre ogni immaginazione fornendo, in tal modo, i capitali necessari per avventurarsi in svariate intraprese. Il meccanismo era stato interrotto dall’involontario tradimento dei fratelli Pullarà, proprietari di due enoteche al Giambellino e in viale Umbria. I carabinieri li avevano messi sotto ascolto nella vasta indagine sui sequestri di persona. Avevano dunque registrato numerose conversazioni nelle quali si faceva riferimento a un misterioso «zio Antonio». Si erano incuriositi, avevano avviato un pedinamento a vasto raggio, erano arrivati all’appartamento di via Ripamonti. I condomini erano stati fotografati, anche quell’attempato cinquantenne grassoccio, che sosteneva di essere un commerciante e di chiamarsi Antonino Farruggia. Spesso era stato visto accompagnarsi a una signora dall’aspetto scialbo e a un fanciullo. Era bastato confrontare le foto per accorgersi che si trattava di Leggio. Al momento della cattura Lucianeddu aveva raccomandato alla donna di non credere a una parola di quanto avrebbero scritto i giornali.

Nell’agendina personale di Leggio spiccava il numero riservato del dottor Ugo De Luca, direttore generale del Banco di Milano. De Luca era un siciliano con un piede nella curia e un altro nella massoneria. Aveva conosciuto Sindona e l’aveva seguito alla Banca Unione prima di mettersi in proprio. A De Luca furono trovati diversi libretti al portatore con decine di miliardi, ma lui mai svelò i titolari. Fu l’ennesima occasione persa, che poi costringerà a ricominciare daccapo. E Rinaldi racconta con incisiva asciuttezza e abbondanza di particolari come questa partita infinita sembri destinata a non finire. Il suo reportage è zeppo di nomi, di circostanze, di fatti e più ancora di fattacci. Si comincia con la solita Cassandra, il vicequestore Giorgio Pedone, colpevole di aver compreso troppo in anticipo che cosa si muoveva intorno a lui. La sua fine, con un suicidio dai contorni misteriosi, annuncia da subito che cosa significhi toccare certi fili.

* Alfio Caruso nasce a Catania nel 1950. Dopo la laurea esordisce nel giornalismo scrivendo per Il Corriere della Sera e nel 1974 si ritrova ad essere tra i fondatori del Giornale. Negli anni ‘80 lavora al Corriere e alla Gazzetta dello Sport, rispettivamente come caporedattore e vicedirettore, e nel 1995 diventa codirettore del Messaggero, mentre nel 1996 è direttore editoriale della Nazione -Resto del Carlino - Giorno. Parallelamente alla sua carriera giornalistica sviluppa una carriera letteraria scrivendo romanzi thriller e saggi sulla storia italiana e sulla mafia. Ha pubblicato le sue opere con Leonardo, Rizzoli, Longanesi, Einaudi e Neri Pozza (per quest’ultima il suo ultimo libro, quest’anno: I siciliani). Dalla prefazione all’ebook di Luca Rinaldi Virus Mafia; Il contagio al Nord, Linkiesta, 2,99 euro.

Luca Rinaldi, giornalista, nasce a Mortara (Pavia) nel 1986. Si laurea nel 2009 a Pavia in Comunicazione Interculturale e Multimediale. Nel corso degli studi collabora con l’emittente radiofonica dell’Università degli Studi di Pavia e con alcuni giornali locali. Terminati gli studi, dal 2010 al 2011 è alla redazione dei programmi di Radio24 - Il Sole 24 Ore. A metà del 2011 inizia l’attività come freelance, occupandosi di inchieste, cronaca, attualità politica e sport. A dicembre dello stesso anno pubblica, per l’editore digitale Blonk, l’ebook Antimafia senza divisa. Attualmente collabora con Linkiesta (dove tiene anche il blogPizza Connection), Wired e Vice.

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