Dalla Dc a Finmeccanica, poteri e scandali di Claudio Scajola

Un uomo capace rinascere da ondate di scandali. Un personaggio che deve la sua longevità alla scorza creata lungo decenni di esperienza nella Dc. Così si può riassumere il carattere di Claudio Scajola, tornato agli onori della cronaca per essere stato coinvolto nell’indagine della Procura di Napo...

Scajola
24 Ottobre Ott 2012 0707 24 ottobre 2012 24 Ottobre 2012 - 07:07

Un uomo capace di sopravvivere e rinascere da ondate di scandali che avrebbero travolto qualunque altro politico. Un personaggio che deve le ragioni profonde della propria longevità sulla scena pubblica alla scorza creata lungo decenni di esperienza nella Democrazia cristiana. Così si possono riassumere i tratti distintivi del carattere di Claudio Scajola, tornato agli onori della cronaca giudiziaria per essere stato coinvolto nel filone dell’indagine della Procura di Napoli sulle forniture da parte di Finmeccanica di una notevole quantità di fregate in Brasile. Focalizzando la loro attenzione sulla richiesta di una maxi-tangente per la vendita delle imbarcazioni, i magistrati partenopei ipotizzano a carico dell’ex plenipotenziario di Forza Italia il reato di corruzione internazionale in relazione a un suo tentativo di mediazione nell’affare. Alla notizia dell’avviso di garanzia l’ex responsabile dello sviluppo economico e dell’interno replica con una rivendicazione orgogliosa dei suoi numerosi viaggi da ministro, «tutti improntati al corretto svolgimento delle funzioni governative e svolti alla luce del sole». E respinge l’attribuzione di «finalità losche alla sua opera di promozione delle attività produttive del nostro paese nel mondo». La sua reazione, come in tutte le vicende scottanti e controverse che ne hanno accompagnato la parabola politica, richiama la fierezza di antiche radici, la forza di una tradizione e di una formazione assimilate fin dalla giovinezza.

Perché Antonio Claudio Scajola è figlio di Ferdinando Scajola, attivo nell’Azione Cattolica e nel Partito popolare prima della guerra, fondatore della Dc di Imperia, per anni segretario provinciale del partito e sindaco della città. Ed è fratello di Alessandro, anch’egli primo cittadino per due mandati nel corso degli anni Settanta e deputato per due legislature con lo Scudo crociato. Scomparso prematuramente il padre, il suo riferimento principale diventa Paolo Emilio Taviani, uno dei “cavalli di razza” della prima generazione cattolico-democratica e amico fraterno di Ferdinando. Mentre frequenta il corso di laurea in Giurisprudenza all’ateneo di Genova, entra nella Fuci, l’organizzazione degli studenti universitari cristiani, e poi nel movimento giovanile Dc, fino all’ingresso nella direzione nazionale. Un’ascesa repentina nelle fila della prima forza politica italiana, parallela al suo precoce inserimento lavorativo nella pubblica amministrazione.

A ventitré anni diviene dirigente dell’Istituto nazionale di assistenza dipendenti degli enti locali. Nel 1975 viene nominato presidente dell’ospedale regionale di Costarainera e successivamente alla guida della Usl di Imperia. Ma il primo salto di qualità nel palcoscenico politico ligure avviene cinque anni più tardi, quando riesce a farsi eleggere consigliere comunale, e soprattutto nel 1982, in occasione della sua designazione a sindaco al posto del dimissionario Renato Pilade, coinvolto in uno scandalo di natura familiare. Alfiere di una dinastia politica ed enfant prodige del partito dei cattolici democratici, Claudio è costretto a interrompere dopo appena un anno la sua prima esperienza alla guida del municipio. Esattamente come il padre, che si era dovuto dimettere per il sospetto di avere favorito il cognato nella nomina di primario nell’ospedale della cittadina ligure. È raggiunto dall’accusa di tentata concussione aggravata in un’indagine relativa all’appalto per la gestione del Casinò di Sanremo. Coinvolto nell’inchiesta per avere partecipato a un incontro segreto in Svizzera con il sindaco della capitale del Festival musicale e con una delle parti in gara per l’assegnazione dei lavori, viene arrestato il 12 dicembre 1983 su mandato del sostituto procuratore di Milano Piercamillo Davigo, e resta a San Vittore per 71 giorni. Solo nel 1988 sarà prosciolto da ogni accusa di richiesta di tangenti: la sua presenza era finalizzata a ottenere un «maggiore equilibrio tra formazioni politiche nell’amministrazione della casa da gioco».

Al termine del calvario giudiziario realizza la sua prima rinascita politica. È il 1990 quando torna a rivestire il ruolo di primo cittadino di Imperia, alla testa di una giunta di pentapartito che dura per l’intera legislatura, fino al 1995. Restando immune dalla tempesta di Mani Pulite che negli stessi anni travolge una classe dirigente e decapita amministrazioni locali di ogni colore, Scajola riesce a realizzare importanti opere pubbliche tra cui la piscina polifunzionale e il recupero di spazi marini per la costruzione del Porto turistico, polo di attrazione per promuovere la manifestazione “Vele d’Epoca” che richiama le barche a vela di tutto il mondo. Per risolvere una grave crisi idrica cittadina fa installare 34 contenitori nelle zone strategiche e 10 punti di prelievo dall’acquedotto del bacino Roia. 

A metà degli anni Novanta il panorama partitico appare trasformato e la Democrazia cristiana appartiene ormai alla memoria storica. Fallito nel 1995 il suo ultimo tentativo di governare la città natale alla guida della lista centrista “Amministrare Imperia”, sceglie di avvicinarsi e di aderire a Forza Italia. Grazie alla sua solida esperienza ne diviene immediatamente coordinatore provinciale, prima di fare ingresso in Parlamento alle elezioni legislative dell’aprile 1996 vincendo con il 44,7 per cento dei voti la sfida nel collegio uninominale di Imperia.

All’origine della sua decisione di militare nella formazione creata da Silvio Berlusconi vi è il consiglio paterno di Taviani. È lo stesso Scajola a ricordare il fatidico incontro con l’ex partigiano ligure e co-fondatore della Dc: «Berlusconi mi corteggiava... Cosa dovevo fare? Smettere con la politica o seguire il Cavaliere con Forza Italia? Taviani mi guardò fissandomi, poi rispose: ‘Mi pare che quest’ultima sia per te l’unica scelta possibile’. È in seguito a quella scelta che, divenuto deputato, iniziò il mio percorso romano, fino al coordinamento del partito e alla sua trasformazione con l’adesione al Ppe». Le parole pronunciate dal suo predecessore alla guida del Viminale si rivelano profetiche. L’8 maggio dello stesso anno Berlusconi lo nomina coordinatore organizzativo di Forza Italia e gli affida l’incarico di elaborarne statuto e regolamenti. Con la designazione dell’esperto esponente democratico-cristiano si assiste alla prima metamorfosi del movimento, che ha perduto definitivamente l’aspirazione a divenire il grande «partito liberale di massa» sempre assente nella storia italiana.

Rinunciando allo «spirito del ’94» e allo slancio originario della sua discesa in campo, il Cavaliere è convinto della necessità di «normalizzare» Forza Italia rendendola omogenea alle forze politiche tradizionali, trasformandola da contenitore elettorale di progetti e obiettivi in una formazione radicata sul territorio, strutturata gerarchicamente e capace di raccogliere il consenso dei poteri economici, finanziari, ecclesiastici, sociali. Puntando sul politico ligure viene calato il sipario sulle confuse velleità e potenzialità «americane e rivoluzionarie» e si opta per la prospettiva di una «rinnovata Democrazia cristiana». Lo svolgimento dei congressi provinciali tra il 1997 e il 1998 è parallelo al consolidamento di un nuovo «partito delle tessere», che prende forma a Milano dal 16 al 18 aprile 1998 al Forum di Assago, in occasione delle prime assise nazionali alla presenza di tremila delegati. Nello stesso periodo, grazie a una visita al Cancelliere tedesco Helmut Kohl e all’appoggio del premier spagnolo José Maria Aznar, Scajola ottiene l’ingresso nel Partito popolare europeo dei ventidue parlamentari berlusconiani.

È un trionfo per il politico ligure, la consacrazione della sua capacità organizzativa, che trova il coronamento nel voto politico del maggio 2001, quando la Casa delle libertà conquista una storica vittoria e strappa la più ampia maggioranza parlamentare nell’intera esperienza repubblicana. Rieletto nel collegio della sua città con il 57 per cento dei suffragi, oltre che nella quota proporzionale in Liguria, Marche e Puglia, Scajola viene premiato dal Cavaliere con la designazione a responsabile dell’interno. Ma sarà proprio con l’insediamento alla guida del Viminale che l’inossidabile Claudio attraverserà gli anni più burrascosi e travagliati della sua vita politica. 

Il banco di prova iniziale per verificare le sue qualità di governo in un settore nevralgico per le istituzioni è l’appuntamento del G8 previsto a Genova nel luglio 2001. Un’occasione che dovrebbe dimostrare la capacità del nostro paese di garantire agli uomini di Stato la discussione più ampia e approfondita sulle emergenze planetarie e assicurare ai critici della globalizzazione di manifestare pacificamente e apertamente il proprio dissenso. Ma le più rosee aspettative crollano tragicamente. Mentre la città viene devastata dalla furia dei black block anche a causa dell’assenza di un governo rigoroso e flessibile dell’ordine pubblico, le violenze indiscriminate e gli abusi al limite della tortura perpetrati sui dimostranti dalle forze di polizia, con la barbara irruzione notturna nella scuola Diaz e con le sevizie nella caserma di Bolzaneto, suscitano un’ondata di sdegno e riprovazione mondiale.

Autorevoli istituzioni come la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo e storiche organizzazioni quali Human Rights Watch e Amnesty International denunciano una «sospensione delle regole più elementari dello Stato di diritto compiuta da diversi apparati dello Stato per tre interminabili giornate». La condanna morale sfocerà in un lungo e doloroso procedimento giudiziario che a distanza di dieci anni accerterà le gravissime e inequivocabili responsabilità di vertici, dirigenti e componenti delle forze dell’ordine. Resta fuori dalle aule processuali genovesi proprio il livello politico e governativo delle responsabilità. A cominciare da quelle del massimo garante dell’ordine e della sicurezza dei cittadini. Ma il ministro dell’interno respinge con fermezza ogni accusa inerente la disorganizzazione e le violenze nel comportamento degli uomini in divisa. E nel febbraio 2002 dichiara di aver autorizzato le forze dell’ordine ad aprire il fuoco in caso di ingresso dei manifestanti nella zona rossa. Parole poi corrette dal ministro, che tuttavia provocano lo sconcerto e le polemiche di chi come Vittorio Agnoletto, europarlamentare di Rifondazione comunista e portavoce del Genoa Social Forum, ne chiede le dimissioni, «poiché forniscono la prova dell’esistenza di un piano di repressione organizzato da governo, Carabinieri e servizi segreti». Nonostante l’indignazione il politico ligure resta al suo posto, forte della fiducia del capo del governo. Ma una nuova tempesta si avvicina. 

Il 19 marzo del 2002 il giuslavorista riformista Marco Biagi, docente universitario ed estensore come consulente del responsabile del Welfare Roberto Maroni di un Libro Bianco per una riforma del diritto del lavoro orientata a contemperare i principi di flessibilità, equità, opportunità, formazione, viene assassinato dalle nuove Brigate Rosse davanti la sua abitazione a Bologna. Biagi aveva più volte manifestato timori per la propria incolumità, arrivando a scrivere una lettera aperta a amici e rappresentanti delle istituzioni quali Maurizio Sacconi, Pier Ferdinando Casini, Stefano Parisi, lo stesso Maroni, per renderli consapevoli delle reiterate minacce di morte ricevute. Nonostante l’allarme lanciato dal giurista con largo anticipo e in forma adeguata alla sua gravità, il ministero guidato da Scajola rinuncia a riattivare la scorta revocata pochi mesi prima dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza.

Il 30 giugno del 2002, a poche settimane dall’omicidio, il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore pubblicano una conversazione tra il titolare dell’interno e alcuni giornalisti durante una visita ufficiale a Cipro. Bersaglio delle accuse dell’opposizione per non avere protetto la vita dello studioso, il ministro torna sull’argomento inizialmente esortando a «non farci troppe illusioni perché le scorte non risolvono tutti i problemi». Poi, in un crescendo di domande incalzanti e di reazioni stizzite, si spinge oltre con parole che rimangono indelebili: «A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione, ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull’articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte». Quando gli si ricorda la centralità di Biagi nel confronto politico e sociale sulla riforma del lavoro, Scajola volta le spalle, si blocca, e dice: «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale. Era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza».

Le reazioni, in primo luogo quelle di profonda dignità da parte della famiglia del giurista assassinato, sono immediate. Un’ondata di sdegno investe il politico, che il 4 luglio deve gettare la spugna e rassegnare le dimissioni. La sua stella politica sembra definitivamente tramontata, soprattutto quando viene alla luce una clamorosa vicenda di conflitto di interesse, o di interessi privati in atti d’ufficio. È la storia della creazione da parte dei manager di Alitalia di un volo giornaliero che collega l’aeroporto di Albenga, situata a 33 chilometri di distanza dalla città e dal collegio elettorale del ministro, allo scalo internazionale di Roma Fiumicino. La nuova rotta, anche grazie al suo interessamento, viene attivata nel maggio 2002 per essere soppresso dalla compagnia di bandiera poco tempo dopo le dimissioni dal Viminale. Il parlamentare ligure di Rifondazione comunista Gigi Malabarba presenta un’interrogazione in cui afferma che il numero più alto di passeggeri registrati su quel volo è pari a 18 unità e parla di «una tratta ad personam per il ministro».

Il tragitto viene riattivato dopo il rientro di Scajola al governo, questa volta non più tra le rotte di Alitalia bensì con Air One, ma sempre con i contributi dello Stato di un milione di euro che l’esecutivo aveva messo a disposizione dei collegamenti aerei «fra le aree più decentrate». Seguendo un copione esilarante e surreale allo stesso tempo, il destino della tratta Albenga-Fiumicino si lega strettamente alle fortune politiche del ministro. Cancellato nel 2007 quando al governo arriva l’Unione di Romano Prodi, viene ripristinato nuovamente nel 2008 con l’ultimo ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi. La risposta del politico anche in questo caso è ispirata alla rivendicazione della piena correttezza dei comportamenti: «L’unico scopo della rotta è collegare meglio la Liguria, regione turistica del Nord molto disagiata per ragioni morfologiche, al resto dell’Italia. Albenga rientra tra gli scali minori in aree turistiche ed economiche importanti. Dal 2005 al 2007 la linea Roma-Albenga è stata utilizzata da oltre 32mila passeggeri in gran parte diretti a Sanremo, Alassio e in Costa Azzurra». Risposta che nella sua spregiudicatezza getta luce sulla sua ostinazione nel restare a galla anche nelle situazioni più complicate, sulla sua volontà pervicace di conservare e quindi rilanciare il ruolo, gli spazi di manovra, il bacino di consenso acquisiti in tanti lustri di gavetta nella prima Repubblica. 

Al contrario di quanto sarebbe accaduto in un normale Paese di democrazia politica occidentale, il 31 luglio del 2003, un anno dopo le sue dimissioni, viene nominato dal Cavaliere responsabile dell’attuazione del programma di governo. Un incarico senza dubbio minore e marginale, ma più che mai vitale per le possibilità di sopravvivere e di risorgere dalle proprie ceneri politiche. Tornato silenziosamente sul proscenio, nel 2004 riceve dal premier la nomina di presidente del comitato nazionale per le celebrazioni di Cristoforo Colombo - figura a cui dedicherà alcuni anni più tardi il titolo della propria fondazione politico-culturale nella galassia di gruppi e correnti del Pdl - e comincia a redigere articolati rapporti «sull’azione e le realizzazioni riformatrici del governo Berlusconi per la modernizzazione del paese». La difficile «traversata nel deserto» è a questo punto conclusa. Nella primavera del 2005, in occasione del nuovo rimpasto ministeriale, viene designato alla guida dello strategico dicastero per le attività produttive, che dovrebbe costituire il «fiore all’occhiello» di una compagine nata nel segno dello sviluppo economico, del benessere diffuso, dell’abbattimento del peso delle tasse e della creazione di opportunità di lavoro.

Pilastro della sua iniziativa è il Piano industriale triennale, imperniato sull’innovazione, la specializzazione e l’internazionalizzazione delle imprese, sulla codificazione e semplificazione delle norme, sulla difesa del Made in Italy e sul rilancio del turismo. Ma la definizione dell’ambizioso progetto non basta a evitare la sconfitta del suo schieramento alle elezioni politiche dell’aprile 2006, provocata dal fallimento totale delle aspettative liberali e riformatrici che caratterizza la legislatura di inizio millennio. Ciononostante Scajola riesce a confermarsi come figura di primo piano del centro-destra. Rieletto deputato con Forza Italia nella circoscrizione proporzionale della Liguria, viene nominato presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza, organismo nevralgico in un settore da sempre cruciale nell’assetto istituzionale italiano. La legislatura dell’Unione prodiana è costellata da crisi, lacerazioni, defezioni senza fine. Il suo fallimento apre nuovamente nella primavera del 2008 le porte all’esperienza berlusconiana di governo, in cui Scajola, confermato parlamentare nella sua Liguria, torna a ricoprire il ruolo di responsabile dello sviluppo economico. Cuore del suo programma alla guida di un ministero riorganizzato e accorpato per produrre un risparmio di spesa pubblica del 21 per cento, è la formulazione di un moderno progetto energetico nazionale, che accanto alla promozione delle fonti di riscaldamento pulite preveda il ritorno agli investimenti nel nucleare. Prospettiva interrotta alla fine di maggio del 2011 per l’incidente alla centrale atomica di Fukushima e poi abbandonata nel giugno 2012 grazie al referendum abrogativo votato da oltre la metà dei cittadini.

Accanto alle sconfitte politiche e referendarie, l’esperto politico ligure deve nello stesso periodo affrontare una complessa e imbarazzante vicenda in cui leggerezza e ingenuità personale si mescolano ai torbidi affari di una cricca di potere. Nel 2010 la Guardia di Finanza trova traccia di assegni circolari per 900mila euro, tratti da un conto corrente bancario intestato a un professionista vicino al gruppo presieduto dall’imprenditore romano Diego Anemone. Figura coinvolta in un’inchiesta relativa all’assegnazione da parte della Protezione civile di appalti pubblici frutto di corruzione. Interpellate dagli uomini delle Fiamme Gialle, le persone che risultano beneficiarie degli assegni affermano di averli ricevuti per la vendita a Scajola di un appartamento davanti al Colosseo.

Il rappresentante di governo replica dichiarando che tali somme sono state versate «a sua insaputa» e ribadisce di aver pagato l’abitazione con i 600mila euro attestati nell’atto notarile e interamente di tasca propria, attraverso un regolare mutuo. Aggiunge poi di non avere alcuna intenzione di rientrarvi, di avere già dato mandato di venderla e di volere destinare alla beneficenza le risorse recuperate. Incalzato dalle critiche e dalle richieste di chiarimenti che crescono nell’opinione pubblica e negli stessi organi di informazione più vicini al centro-destra, il 4 maggio del 2010 si dimette da ministro «per potersi difendere efficacemente dalle accuse». Accuse che a fine agosto dell’anno seguente portano la Procura di Roma ad aprire un’indagine sul suo conto. A metà dicembre i magistrati capitolini lo citano direttamente in giudizio, insieme ad Anemone, davanti al tribunale monocratico. Capo di imputazione è la violazione della legge sul finanziamento dei partiti politici. Gli inquirenti ipotizzano che, nonostante il politico ribadisca di esserne completamente all’oscuro, l’immobile sia stato pagato in parte proprio dall’imprenditore, personaggio chiave nell’inchiesta sulla corruzione negli appalti del G8 previsto nel 2009 alla Maddalena. Se il processo per fare definitivamente luce sull’enigma dell’appartamento con vista sull’Anfiteatro Flavio è pienamente avviato nelle aule di Piazzale Clodio, un nuovo affaire legato ad acquisti con prezzi di favore intacca il prestigio dell’ex ministro nel suo “feudo” elettorale.

Al centro delle indagini della magistratura ligure c'è una presunta truffa aggravata per cento milioni di euro che sarebbe stata compiuta dal costruttore romano Francesco Bellavista Caltagirone nella creazione del nuovo porto di Imperia. Nelle duecento pagine dell’ordinanza con cui il gip Ottavio Colamartino ha disposto l’arresto dell’imprenditore edile, emerge il nome dell’ex ministro. Che, ad avviso degli inquirenti, avrebbe comprato alcuni posti barca limitandosi a versare una semplice caparra di 103.464 euro, senza saldare il costo complessivo. Tre gli acquirenti figurano anche la consorte e la sorella di Scajola, entrambe beneficiarie di sconti consistenti. La nota compare nel fascicolo più scottante dell’inchiesta, nel quale il pm denuncia «una sotterranea spartizione dei profitti fraudolentemente conseguiti da Caltagirone in favore dei soggetti che gli hanno regalato l’appalto per il porto».

La tesi a cui sta lavorando la Procura è che il costruttore sia stato «individuato e scelto» dall’ex ministro per la «realizzazione del più grande porto turistico del Mediterraneo». Il cui progetto sarebbe stato in altre parole «concepito e diretto da Claudio Scajola attraverso uomini di fiducia e contatti privilegiati». Un’informativa trasmessa dalla Polizia Postale ai magistrati il 19 gennaio del 2011 dimostrerebbe che l’ex coordinatore nazionale di Forza Italia «governava a suo piacimento la macchina amministrativa per ottenere la concessione demaniale marittima necessaria all’affidamento della costruzione del nuovo porto alla società di Bellavista Caltagirone». Un’assegnazione diretta, evidenzia il documento, priva di qualunque bando di gara pubblica per assegnare i lavori. E le possibili manovre miranti a evitare una competizione aperta e trasparente hanno portato all’iscrizione di Scajola, Caltagirone e altre persone nel registro degli indagati, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta.
 

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