La Francia lancia l’intervento militare in Mali

François Hollande ha annunciato stasera, con un messaggio in televisione, l’intervento armato della Francia in Mali, in appoggio all’esercito ufficiale di Bamako contro i ribelli islamisti che ormai controllano tutta la parte Nord del Paese africano. Sono cominciati i bombardamenti. Vi riproponia...

Mali Guerra
26 Ottobre Ott 2012 0930 26 ottobre 2012 26 Ottobre 2012 - 09:30
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«È stato un incidente accidentale, dovuto al fuoco amico. La macchina del presidente non ha rallentato davanti a un checkpoint e un soldato nervoso ha sparato», sostiene il portavoce. «È stato un vero e proprio attentato», sibila qualcuno. E ancora. «Il presidente è stato solo leggermente colpito a un braccio, non è grave», ripete il ministro delle Comunicazioni, Hamdi Ould Mahjoub. «Ha cinque ferite nel corpo e l’addome è stato perforato», ribattono le fonti non ufficiali. Una cosa è certa: Mohamed Ould Abdel Aziz, capo di Stato della Mauritania – Paese in cui prese il potere nel 2008 con un colpo di Stato, prima di essere regolarmente eletto l’anno successivo –  si è dovuto imbarcare su un volo per Parigi per sottoporsi a cure mediche.

L’episodio è avvenuto qualche settimana fa, nei pressi di un posto di blocco militare, mentre il presidente tornava a Nouakchott, dopo avere trascorso il week-end lontano dalla capitale, come buona parte dell’élite. La versione ufficiale del «fuoco amico e accidentale» scricchiola. Perché Aziz non è un presidente qualunque, e soprattutto, in Africa occidentale, non è un momento qualunque. Il leader mauritano è uno dei pochi capi di Stato dell’area ad avere affrontato con decisione la minaccia di Aqmi, la branca regionale di Al Qaeda, sempre più in ascesa e pronta a trasformare il Sahel nel principale santuario del terrore internazionale. Non a caso Aqmi ha dichiarato Aziz “nemico giurato” dell’organizzazione.

Anche i tempi dell’incidente non appaiono casuali. Il ferimento del presidente è arrivato ventiquattro ore dopo la risoluzione Onu che ha segnato un primo passo verso l’intervento militare in Mali, dove gli islamisti hanno approfittato del putsch militare – poi abortito – a Bamako, per conquistare il Nord del Paese, tra cui le storiche città di Gao e Timbuctu. Dapprima alleati dei tuareg del Mlna, i jihadisti hanno scaricato i laici e imposto una rigida versione della sharia. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha conferito al segretario generale, Ban Ki-moon, un mandato di 45 giorni per elaborare una strategia.

Il conflitto è ormai alle porte e il ruolo della Mauritania è centrale, assieme a quello dell’Algeria. Algeri, che in patria persegue una lotta senza quartiere contro le “katibat” islamiste, non vuole però impegnarsi oltre confine e spinge per una soluzione negoziale. Nouakchott, invece, si sta progressivamente allineando alle posizioni di Costa d’Avorio, Burkina Faso, Nigeria, e soprattutto del principale sostenitore dell’intervento, la Francia.

A tessere le trame nell’area è l’ex potenza coloniale. Parigi non può permettersi il lusso di scendere in campo direttamente con la propria armée, sia per evitare accuse di neo-imperialismo – Hollande ha più volte preso le distanze dal concetto di Françafrique – sia per non mettere a rischio le vite dei propri ostaggi, tuttora in mano ad Aqmi. Non resta che affidarsi alle organizzazioni regionali, in primo luogo alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha deciso di dispiegare una forza di circa 3.300 soldati.

Che l’intervento sia «materia di settimane, non di mesi», come ha detto esplicitamente il ministro transalpino della Difesa, Jean-Yves le Drian, si è capito da vari segnali. L’ultimo, in ordine di tempo, è stata la decisione, da parte di Parigi, di inviare in Niger, entro la fine dell’anno, i droni Male Harfang rientrati dall’Afghanistan, in modo da sorvegliare la zona. Ma sono soprattutto i movimenti di truppe e di materiale bellico a mostrare che il countdown è partito.

Secondo il quotidiano algerino El-Khabar, il piano d’azione sarebbe stato già definito e prevederebbe l’immediata occupazione militare delle principali città e delle aree residenziali del Nord Mali, da parte di un contingente africano armato dai francesi. Una volta conquistate le roccaforti jihadiste, si provvederebbe poi a smantellare l’intera rete fondamentalista.

Il primo carico – veicoli pesanti, armi leggere e strumenti di comunicazione, per un totale di 80 milioni di euro – è stato spedito da una base transalpina in Senegal ed è sbarcato nel Nord del Burkina Faso, lungo i confini con il Niger. L’impegno di Parigi copre anche l’aspetto logistico. Le forze africane dovrebbero sobbarcarsi un’impresa onerosa, gestendo il controllo di un’area più grande della stessa Francia, per cui l’ex potenza coloniale sta studiando la costruzione di una propria base nel Mali centro-settentrionale, da realizzare una volta cacciati gli islamisti. Esercitazioni militari congiunte, a cui partecipano le forze speciali d’Oltralpe – 200, tra soldati e ufficiali – e un contingente formato da unità dell’esercito nigerino e di quello mauritano, si tengono da settimane in una zona lungo il confine tra il Niger e lo stesso Mali. È la conseguenza di un accordo di cooperazione tra la Francia e l’Ecowas, che mira a preparare l’adattamento dell’armée alle difficili condizioni del deserto africano.

Gli Stati Uniti, in piena campagna per le presidenziali, sono più prudenti. Il generale Carter Ham, comandante di Africom, la struttura creata nel 2008 per gestire le relazioni militari con il continente nero, ha dichiarato «che non esistono piani per un intervento diretto americano in Mali», ma che Washington sosterrebbe operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo. Obama ha autorizzato una serie di missioni segrete di intelligence nel continente, come rivelato a giugno dal Washington Post. Uno dei principali obiettivi è proprio Aqmi. Da tempo i droni a stelle e strisce sorvolano il Sahel alla ricerca delle basi operative degli jihadisti.

La missione di Romano Prodi, neo-inviato speciale dell’Onu per l’area, si annuncia spinosa. Tutti gli intrighi dell’Africa occidentale trovano oggi nel Mali un palcoscenico ideale per le loro sceneggiature. Un esempio? Secondo un recente report delle Nazioni Unite, i sostenitori dell’ex presidente ivoriano Gbagbo – attualmente in custodia all’Aja dopo un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale – stanno cercando un’alleanza con Aqmi per destabilizzare l’intera area e riprendere il potere, cacciando il rivale del loro leader, Alassane Ouattara. 

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