In America la nuova segregazione è il lavoro

Negli Usa le discriminazioni razziali scompaiono, ma ne nascono di nuove, basate sui livelli di istruzione e di reddito. Un pugno di città, con settori economici “giusti”, offrono paghe alte; altre, senza capitale umano, sono ferme a settori senza sbocchi. Lo spiega Enrico Moretti, autore di The ...

Seattle
3 Novembre Nov 2012 0857 03 novembre 2012 3 Novembre 2012 - 08:57
Messe Frankfurt

Schizofrenica e in profonda metamorfosi. È l’economia americana del XXI secolo. Che ricorda, a tratti, gli scenari preconizzati dai romanzi cyberpunk di William Gibson e Bruce Sterling. Da una parte metropoli high tech come San Francisco, Seattle, Austin e Boston, roccaforti dell’innovazione globale. Dall’altra le città agonizzanti della Rust Belt, la “cintura della ruggine” che ha il suo simbolo in Detroit, l’antica capitale manifatturiera piegata dalla deindustrializzazione.

In mezzo, una “terza America” che deve decidere se imboccare o no la strada della knowledge economy, l’economia della conoscenza basata su altissimi livelli d’istruzione e un intenso uso delle nuove tecnologie: perché per ogni posto di lavoro high tech che una città guadagna, ne vengono generati prima o poi altri cinque in settori “tradizionali”. E intanto le diseguaglianze (non solo economiche) continuano a crescere, dato che posti di lavoro, competenze, opportunità e investimenti tendono a concentrarsi proprio nei centri urbani innovativi. Mentre le vecchie segregazioni razziali scompaiono, ne nascono di nuove, basate sui livelli di istruzione e di reddito.

È in corso, in America, una Grande Divergenza. «Un pugno di città con i settori economici “giusti” e una solida base di capitale umano continua ad attirare buoni datori di lavoro e a offrire paghe alte, mentre le città all’altro estremo, con i settori economici “sbagliati” e una base di capitale umano limitata, sono inchiodate in lavori senza sbocchi e paghe basse.

Tale divisione, o la Grande Divergenza, ha le sue origini negli anni ottanta, quando le città statunitensi iniziarono a essere sempre più definite dal livello di istruzione dei loro residenti.» Lo scrive il professor Enrico Moretti nel suo saggio The New Geography of Jobs (Houghton Mifflin Harcourt), che uscirà per i tipi di Mondadori questa primavera. 43 anni, milanese, laurea in economia alla Bocconi e PhD a Berkeley, Moretti è docente di economia proprio presso l’ateneo californiano. «Mi occupo di questi temi da una quindicina di anni, però per anni mi sono limitato a scrivere articoli tecnici – spiega a Linkiesta – Poi ho cominciato a dare alcune lezioni al pubblico, rendendomi conto che c’è un enorme interesse per i temi dell’innovazione, dell’istruzione, del futuro dell’economia».

Professore, il suo libro si apre con la storia di due cittadine, Menlo Park e Visalia. Entrambe si trovano in California: la prima nel cuore della Silicon Valley, la seconda nella San Joaquin Valley, a quasi 400 chilometri da San Francisco. Perché quanto accaduto in questi due centri dal 1969 a oggi può aiutare a comprendere i cambiamenti dell’economia americana?
Naturalmente in tutte le nazioni del mondo ci sono sempre comunità e città con più successo economico di altre: città in cui la gente sta meglio, è più produttiva, riceve salari migliori; e città con minor successo, dove il lavoro è meno produttivo, i salari sono più bassi e così via. A sorprendere non è tanto l’esistenza di una differenza in sé, ma il fatto che in America, dopo trenta-quarant’anni, la differenza tra le due categorie sia ormai diventata enorme. E la storia di Menlo Park e Visalia esemplifica, secondo me, tale cambiamento, tale Grande Divergenza. Alla fine degli anni sessanta le due cittadine erano un po’ diverse, ma non del tutto. In entrambe c’erano famiglie più ricche e famiglie più povere, e un giovane ingegnere di successo poteva tranquillamente scegliere di vivere nell’una come nell’altra: Menlo Park e Visalia avevano scuole comparabili per qualità, tassi di delinquenza simili, scenari naturali molto belli. Insomma, non era una scelta sbagliata lasciare Menlo Park, che si trova nel cuore della Silicon Valley, per andare a vivere a Visalia. Oggi, invece, le due cittadine sono del tutto differenti, come se si trovassero in due continenti diversi: per un ingegnere con buone prospettive di carriera sarebbe impensabile lasciare Menlo Park, sede tra l’altro anche del nuovo quartier generale di Facebook, per trasferirsi a Visalia, dove i salari medi sono tra i più bassi d’America.

Nel libro lei cita la parabola di Seattle, nello stato di Washington, e di Albuquerque, in New Mexico. La prima, grazie alla Microsoft, è una metropoli tecnologica. Eppure inizialmente fu Albuquerque la sede della Microsoft.
Tutti associano la Microsoft a Seattle, ma pochi sanno che l’azienda, in realtà, fu fondata ad Albuquerque. Ed è interessante scoprire che fino a quando Albuquerque ospitò la Microsoft, le condizioni economiche delle città non furono così diverse: crescevano in maniera simile, salari simili, una distribuzione del reddito simile. Ma quando la Microsoft si spostò a Seattle, lasciando Albuquerque, e diventando il perno del cluster high tech di Seattle, le due città cominciarono a crescere in maniera del tutto diversa. Da allora Albuquerque è rimasta su una traiettoria tutto sommato di bassa crescita: pochi posti di lavoro, salari bassi, poca innovazione… Seattle, invece, è esplosa in tutti i settori, a cominciare da quello dell’high tech, ma non solo; i posti di lavoro al fuori dell’high tech hanno iniziato a crescere in maniera vertiginosa, e tutto grazie all’impatto della Microsoft. Quello di Seattle è un case study di come il settore high tech possa cambiare i destini economici non solo dei lavoratori high tech, ma anche di coloro, e sono la maggior parte di noi, che non lavorano in quel settore.

Lei parla della Grande divergenza. Come spiega nel libro la parte più vitale, produttiva e innovativa dell’economia americana si sta concentrando in un numero limitato di città-chiave. Può elencarci le principali?
San Francisco e la Silicon Valley, che sono un’entità unica quanto a mercato del lavoro. Poi c’è Seattle, Boston, Austin in Texas, Raleigh in North Carolina, San Diego, sempre di più Washington DC, e in maniera crescente anche New York.

Cosa dovrebbe fare la pubblica amministrazione di uno stato o di una contea per attirare nei suoi confini le aziende innovatrici e i talenti innovatori?
Esaminando la storia dei centri di innovazione americani, non sono riuscito a trovare un esempio in cui il successo di uno di questi centri sia dovuto a una politica deliberata del settore pubblico di creare un innovation cluster dove prima non esisteva. L’inizio del successo di queste aree è dovuto spesso a fattori casuali, alla fortuna. Nel caso di Seattle è stato il fatto che Bill Gates fosse nato e avesse famiglia lì: la sua impresa andava benissimo ad Albuquerque, però lui decise di spostarla a Seattle. Se Bill Gates non fosse stato originario di Seattle, oggi probabilmente Seattle non avrebbe oggi un simile polo high tech, avrebbe molti meno posti di lavoro, redditi molto più bassi…

Cioè se Bill Gates fosse nato a Portland, in Oregon, ora Portland sarebbe una delle capitali high tech d’America ?
Esatto, proprio così, mentre Seattle sarebbe stata una città in difficoltà, non particolarmente innovativa, senza troppi lavoratori con un alto livello di formazione e così via. Se uno esamina la storia di molti di questi poli dell’innovazione, alla fine si possono quasi tutti ricondurre al successo iniziale di un’impresa locale che cresce, ha enorme successo e diventa la calamita che attira tutta un’industria dell’innovazione intorno a sé. Anche la Silicon Valley ha seguito dinamiche simili.

In America c’è una crescente diseguaglianza dei redditi. Basti pensare che il reddito reale dell’1% degli americani più ricchi negli ultimi quarant’anni è cresciuto del 300%, mentre il reddito del 20% più povero è cresciuto di appena il 40%. Questa diseguaglianza non va in contraddizione con la Grande Divergenza di cui parla nel libro.
Sì, però secondo me la diseguaglianza chiave non è quella tra l’1% e il rimanente 99%, oppure tra l’1% e il 20% come diceva lei. La diseguaglianza chiave secondo me è tra il 30-35% dei lavoratori che hanno una laurea o un’istruzione post-laurea, e il 60-65% dei lavoratori che non hanno una laurea e che si sono fermati alla scuola superiore.

Quindi il vero problema sarebbe il 30-35% di laureati contro il 60-65% che non lo è?
Secondo me sì, è questa è la differenza chiave. Lei ha ragione quando dice che i dati sulla diseguaglianza non sono affatto in contraddizione con la Grande Divergenza, anzi ne sono un aspetto. Tuttavia il dibattito pubblico si è focalizzato sul famoso 1%, sui megamiliardari, sui finanzieri… se uno va a esaminare i dati, ciò che conta per la maggior parte della gente è la differenza tra chi ha una laurea e chi non la ha. Perché le differenze salariali sono più che raddoppiate negli ultimi 30 anni. La laurea determina il successo nel mercato del lavoro degli Stati Uniti, e l’ineguaglianza di oggi. Se si vuole più eguaglianza, bisogna aumentare il numero di persone che riescono ad andare al college, che acquisiscono una laurea o un dottorato.

Che consiglio darebbe a un giovane americano che è appena uscito, o sta per uscire, dalla high school ?
Il consiglio principale, senza ombra di dubbio, è quello di andare al college. Perché tutte le dinamiche di cui abbiamo parlato prima, da quelle più locali a quelle globali, favoriscono inevitabilmente chi ha un’educazione specializzata rispetto a chi non la possiede. Andare al college paga in termini economici, ma anche a tanti altri livelli: dalla stabilità familiare alla salute… acquisire una laurea comporta moltissimi benefici, che sono stati documentati dalla letteratura scientifica. La laurea è l’investimento più sicuro che una persona possa fare. Il secondo consiglio che do è pensare bene a dove andare a vivere, e dove andare a cercare il primo lavoro, perché la stessa persona, con lo stesso livello di istruzione, con lo stesso livello di esperienza lavorativa o accademica, scegliendo di vivere in una città piuttosto che in un’altra ha carriere professionali diverse.

Nel suo libro lei parla di Detroit, in profonda crisi, e poi di una nuova “Detroit”: Shenzhen, in Cina.
Shenzhen è uno di quei fenomeni metropolitani unici al mondo. Da villaggio di qualche decina di migliaia di abitanti alla fine degli anni settanta, è cresciuta sino ad arrivare agli oltre dieci milioni del 2010. Tale crescita è dovuta in gran parte al fatto che Shenzhen è il luogo dove si fabbricano i computer, i telefonini, gli smartphone che poi si vendono in America e in Europa. Quasi tutti i prodotti elettronici che compriamo hanno qualche pezzo fatto a Shenzhen. Peraltro si tratta della prima special economic zone che la Cina ha aperto agli investimenti esteri, e quella di gran lunga di maggior successo.

Lei ha citato il settore dell’elettronica. A riguardo l’esempio dell’iPhone è illuminante, perché gran parte di esso è fabbricato in Asia, ma alla fine chi ci guadagna di più sono la Apple e gli Stati Uniti.
Secondo me l’iPhone è un altro esempio dell’evoluzione dell’economia americana. Fabbricare prodotti fisici, per quanto sofisticate possano essere alcune loro componenti elettroniche, non conviene, perché ci sono così tanti posti al mondo dove lo si può fare. La competizione è forte. C’è poi la parte dell’innovazione, cioè il design, l’engineering, il marketing di questi prodotti, molto più difficile da generare, e che quindi crea valore aggiunto. E questo significa più posti di lavoro e meglio pagati. Ecco perché una parte di questo valore aggiunto va ai lavoratori della Apple e a tutti i lavoratori di tutte le comunità correlate alla Apple, attraverso l’effetto moltiplicatore.

Un punto interessante nel suo libro è che una società non può crescere, anche per quanto riguarda gli stipendi, senza una crescita significativa della produttività. E oggi questa produttività è generata dal settore dell’innovazione.
Certo. Alla fine della fiera cosa vuol dire produttività? Vuol dire l’ammontare di output che un lavoratore genera per ogni ora lavorata. È inevitabile che nel lungo periodo i salari e il tenore di vita di una società riflettano la crescita della produttività. E se nei decenni passati era l’industria pesante quella che generava la crescita della produttività, adesso è il settore dell’innovazione.

Quindi il fatto che l’Italia sia sguarnita di un settore dell’innovazione forte non fa certo ben sperare per il futuro dei nostri redditi.
No. Secondo me questa è una delle debolezze strutturali dell’economia italiana.

Però il modello americano, che è appunto un modello basato sull’innovazione, non è l’unico modello vincente. C’è il modello tedesco, basato su un manifatturiero che crea prodotti ad alto valore aggiunto. Un modello, peraltro, più assimilabile al nostro.
Vero. Ma la mia definizione del settore dell’innovazione non comprende solo l’industria del software, o del biotech, o del web. Include di sicuro anche la manifattura innovativa, che crea prodotti difficilmente riproducibili. Secondo me una delle ragioni per cui la manifattura tedesca sta andando così bene in questo momento, meglio di quella italiana, è perché il contenuto di innovazione è più alto. Le faccio un esempio: il settore delle macchine industriali è uno dei settori trainanti dell’economia tedesca; perché ? Perché la Cina, l’India, il Brasile stanno aprendo fabbriche, espandendo la loro base produttiva, e hanno bisogno di macchine industriali. In Italia, storicamente, è sempre stato forte il settore delle macchine industriali, però le macchine industriali italiane sono sempre state più meccaniche che elettroniche, al contrario di quelle tedesche, più elettroniche che meccaniche, e sempre un po’ più avanzate. E questo a mio parere sta pesando moltissimo, perché uno dei settori più di successo dell’industria tedesca è proprio quello.

Lei lo ha scritto nel suo libro che ogni posto di lavoro high tech ne genera altri cinque, che magari non hanno nulla a che fare con la tecnologia: dai parrucchieri agli avvocati, dai contabili ai camerieri. Quindi conviene puntare sull’high tech, sull’innovazione. Anche perché gli studi dimostrano che più un’impresa è innovativa, meglio paga i suoi dipendenti.
Certo. È innegabile che l’innovazione non assorbirà mai la maggior parte dei lavoratori di un Paese. Ma neanche la manifattura ha mai impiegato più del 30% dei lavoratori. La maggior parte dei lavoratori in un’economia industrializzata lavora nel settore dei servizi locali. Come diceva lei, sono avvocati, dottori, parrucchieri, terapisti, idraulici, manovali… tutta questa gente rappresenta dal 60% al 70% della forza lavoro di una nazione industrializzata. Questa gente non è la causa della crescita economica, è l’effetto di essa. E ci vuole ricchezza, che è stata generata altrove, per sostenere tutti questi posti di lavoro. La mia ricerca suggerisce che l’effetto moltiplicatore dell’innovazione è molto più grande di quello nel settore della manifattura. E questo ha un’implicazione chiara: se vogliamo creare posti di lavoro anche per quelli che non hanno un grado di istruzione altissima, anche per quelli che non hanno una laurea in ingegneria elettronica, la cosa migliore è puntare sulle imprese del settore dell’innovazione che generano posti di lavoro che richiedono un altissimo livello di formazione.

Peraltro l’innovazione rende difficili le delocalizzazioni. C’è bisogno, in altre parole, di un ecosistema dell’innovazione perché un’azienda innovativa possa crescere.
Molti sono convinti che poiché internet è ovunque, un’impresa high tech possa facilmente delocalizzare. Che tutto finirà in Cina. Ma è vero proprio l’opposto. È molto più difficile delocalizzare il settore dell’innovazione che non quello della manifattura tradizionale. Una fabbrica di jeans o di magliette può essere spostata in Asia come nell’Europa orientale, ovunque si possa trovare manodopera a basso prezzo. Ma un’impresa di biotech o di manifattura avanzata è assai più difficile da delocalizzare. Perché si dovrebbe spostare non solo quell’impresa, ma tutto l’ecosistema che la circonda. Quindi, in qualche modo, fare innovazione significa proteggersi dai pericoli della globalizzazione.

Negli anni Cinquanta Detroit, che oggi agonizza, era la Silicon Valley del mondo. Erano le grandi case automobilistiche a trainare la produttività, e a generare innovazione. Ora la produttività invece la trainano aziende come la Apple e la Pixar, che si trovano appunto in California.
Certo. Perché ciò che oggi consideriamo innovativo, domani non lo sarà più, ovviamente. Detroit per decenni è stato uno dei poli di innovazione più importanti del mondo. Era la città con il più alto tasso di brevetti per lavoratore, negli anni cinquanta-sessanta. Se uno cambia il prodotto (auto, non software o biotech), allora Detroit era molto simile a quello che è oggi la Silicon Valley. Poi è successo che il prodotto che facevano è diventato, diciamo, omogeneo. Commodificato. Oggi si possono fare automobili un po’ ovunque. L’ammontare di innovazione che richiede la fabbricazione di auto è molto minore rispetto a un tempo. E soprattutto la maggior parte dei posti di lavoro sono delocalizzati.

Nel 2010, ed è una statistica che prendo dal suo libro, le prime 4 aziende d’America per numero di brevetti sono state IBM, Microsoft, Intel ed HP. Tutte aziende che lavorano nel settore dell’ICT.
Sì, questo dato è molto indicativo. Se invece esaminassimo la lista di 50 anni fa, sarebbero tutte aziende manifatturiere tradizionali.

Tra pochi giorni sapremo se il presidente Obama sarà riconfermato o meno. Come giudica i quattro anni di Obama? A suo parere ha sostenuto lo sforzo innovativo americano?
Questi quattro anni sono stati anni di crisi, anni in cui l’attenzione di tutta la nazione non ha guardato al lungo periodo, agli investimenti nell’innovazione e nel capitale umano, ma al breve periodo, a come uscire dalla trappola della recessione. La risposta, dunque, è no, ma per ragioni contingenti: c’erano problemi a breve periodo molto pressanti. Secondo me il vero test verrà adesso. Io non penso che un’amministrazione possa cambiare radicalmente il breve periodo. Può per gettare le fondamenta per la crescita nel lungo periodo.

Un’ultima domanda, professore. Come si immagina gli Stati Uniti nel 2050?
Nel 2050 mio figlio avrà 42 anni… e io non so come immaginare quel futuro lontano. So come sperarlo. Spero che l’America conservi il suo spirito creativo, il suo spirito innovativo, il suo spirito ottimista e pragmatico: le caratteristiche che ho trovato così attraenti quando sono venuto qui la prima volta. Spero che l’America rimanga una nazione capace di risolvere i problemi, e di porsi nuovi interrogativi. Ci sono anche altri scenari, naturalmente. La nazione potrebbe diventare meno creativa e innovativa. Ma io credo nel primo scenario, quello ottimistico, e lo reputo il più probabile, perché ancora adesso questo Paese rimane estremamente aperto. Nonostante tutto quello che è successo dopo l’11 settembre, rimane comunque enormemente aperto e generoso. 

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