Ha vinto Obama, ma soprattutto ha perso Romney

Mai, negli ultimi cinquant’anni, un Presidente era stato riconfermato col tasso di disoccupazione sopra il 7%. Romney ha pagato l’estremismo del Tea Party. Ha sposato tesi che nemmeno più tra i repubblicani sono dominanti, come quella sui matrimoni gay. Grazie a lui, Obama ha vinto senza avere un...

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7 Novembre Nov 2012 1642 07 novembre 2012 7 Novembre 2012 - 16:42
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Per i democratici l’incubo è terminato pochi minuti dopo le undici, ora di New York, quando è arrivata la notizia della conquista dell’Ohio. A quel punto i fedelissimi di Obama hanno lanciato il loro grido liberatorio nelle piazze cittadine: “Four More Years”, ancora quattro anni. Si sono visti volare tappi di champagne. Qualcuno piangeva. Le televisioni hanno registrato la solennità del momento per pochi minuti. Poi, archiviato Mitt Romney, gli opinionisti hanno cominciato a parlare del futuro: come sarà il secondo mandato? Ma nessuno ha saputo rispondere a questa domanda.

Quattro anni fa, quando elessero Obama per la prima volta, gli elettori sapevano cosa aspettarsi da lui: più tasse ai ricchi e più uguaglianza sociale, una riforma sanitaria radicale e regole più stringenti per Wall Street, la fine di due guerre e la ripresa economica. Quattro anni dopo, nessuno sa che cosa aspettarsi dal presidente. Obama comincia il secondo mandato senza un programma, con un elettorato perfettamente diviso a metà e il Congresso in una situazione di stallo: la Camera nelle mani dei repubblicani, il Senato a maggioranza progressista.

Oggi nessuno sa dire quale sia il mandato di Obama per una semplice ragione: il presidente non l’ha mai indicato. Per i democratici la vittoria di ieri è la fine di un assedio che durava da due anni, da quando i repubblicani vinsero le elezioni di medio termine e conquistarono la maggioranza alla Camera. Da allora, guidata da un Tea Party sempre più estremista e aggressivo, la destra americana ha lanciato la sua offensiva non solo a Obama, ma all’idea stessa dello stato sociale che si è venuta perfezionando negli ultimi sessant’anni, da Roosevelt in poi. I repubblicani chiedevano di affossare non solo la riforma sanitaria varata dal presidente nero, ma alcune grandi istituzioni del welfare americano come il Medicare. Volevano diminuire le tasse ai ricchi, alleggerire le strutture pubbliche in nome di un neoliberismo estremo, mettere in discussione il ruolo dello Stato come strumento per mediare i conflitti sociali. In questa situazione, Obama, paralizzato dal boicottaggio repubblicano, è stato incapace di giocare all’attacco proponendo una nuova visione del paese. Nella più lunga e costosa campagna elettorale della storia americana, si è visto obbligato a giocare in difesa, ma alla fine ha vinto grazie a un’azione di contropiede lanciata durante l’uragano Sandy.

Il partito democratico ha conquistato la maggioranza in Senato anche grazie alla sconfitta di alcuni candidati repubblicani schierati sulle posizioni estremiste del Tea Party. È accaduto in Connecticut, in Indiana e nel Missouri. È possibile che questo disastro porti a un indebolimento dell’ala più oltranzista del movimento conservatore. Molti commentatori democratici hanno ufficialmente (e ironicamente) ringraziato i militanti del Tea Party per avere imposto candidati così estremi e avere spinto Romney su posizioni oltranziste. Molti hanno ricordato che nessun presidente è stato riletto, negli ultimi cinquant’anni, con un tasso di disoccupazione sopra il 7%. Se Obama (con i disoccupati all’8%) ce l’ha fatta è anche perché in ballo non c’era solo la speranza che un presidente alternativo avrebbe rilanciato l’economia, ma una battaglia culturale per cambiare la fisionomia della società americana. Il partito repubblicano ha tentato la spallata, ma ha fallito. È possibile che se Romney fosse rimasto fedele all’immagine moderata che si era creata come ex governatore del Massachusetts avrebbe vinto. Ma non è accaduto e la sua sconfitta rappresenta anche l’arretramento dello schieramento radicale che lo ha sostenuto.

Per i democratici quella di ieri è una vittoria storica anche per altre ragioni. Dalla demografia emergono alcune tendenze di lungo periodo molto positive. Nel 2008, su cento votanti, 74 erano bianchi, quest’anno solo 72. Il peso elettorale dei bianchi è in calo, quello delle minoranze è in continua crescita. E siccome i bianchi hanno votato in prevalenza Romney (e i repubblicani) mentre le minoranze hanno scelto a valanga Obama (e i democratici), questa tendenza potrebbe portare la destra ad ammorbidire le posizioni più estreme sugli immigrati. Se non lo faranno, rischiano di perdere alcuni Stati del Mid West e del Sud dove il numero di ispanici è in costante crescita.

Anche sui temi sociali le posizioni dei conservatori stanno diventando minoritarie nel paese. Già un sondaggio Gallup, alcune settimane fa, aveva segnalato che il 53% degli americani è favorevole al matrimonio tra i gay (solo il 44% contrario). Ora un referendum nel Maryland, in Maine e nello Stato di Washington ha certificato che la maggioranza dei cittadini di questi stati approva il gay marriage. Anche sulla legalizzazione della marijuana sono stati registrati importanti successi in Colorado, in Massachusetts e nello Stato di Washington. Le battaglie culturali dei democratici stanno dando i loro frutti, ed è probabile che la scelta di appoggiare il matrimonio gay abbia giovato a Obama.

La vittoria di Obama – e le tendenze emerse dal voto – suggeriscono che si stia aprendo una fase positiva per i progressisti. La vittoria in Ohio ha dimostrato che l’elettorato ha gradito la politica interventista di Obama e il salvataggio dell’industria automobilistica. Le due grandi conquiste messe a segno nel corso del primo mandato (la riforma sanitaria e quella della finanza, la Dodd-Frank) non sono ancora state digerite dall’elettorato ma grazie alla vittoria di Obama non saranno smantellate e ci sarà quindi il tempo di conquistare un consenso che fino a oggi (almeno sulla Sanità) è mancato. A fine anno scadranno gli sconti fiscali ai miliardari voluti da George Bush e Obama avrà in mano il pallino della trattativa al Congresso. La sconfitta di ieri obbliga i sostenitori di Romney a ripensare la loro strategia. All’interno del partito è già cominciata una resa dei conti per individuare le cause della sconfitta.

Nel discorso di ieri sera, Obama ha usato toni kennediani e ha invocato la fine del settarismo che avvelena Washington da decenni. Adesso il presidente ha le mani libere per lanciare ambiziosi programmi di cambiamento. Riesumerà progetti di infrastrutture pubbliche? Lancerà un grande piano di riforma della scuola? Si assumerà qualche rischio in più per ottenere risultati concreti sullo scacchiere del Medio Oriente, dove negli ultimi due anni è stato particolarmente cauto? Nessuno lo sa. Con un Congresso spaccato a metà, farà quello che i repubblicani gli consentiranno di fare. 

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