Chi è Schifani, l’uomo che vuole una legge anti Grillo

Renato Schifani ha ammesso che la nuova legge elettorale ha il solo scopo di bloccare Grilllo. La sua carriera politica «ha dell’incredibile», raccontano in Sicilia. Quando si candidò come capolista al consiglio comunale di Palermo, raccolse solo 1000 voti. Ma da lì in poi non si è più fermato. F...

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10 Novembre Nov 2012 1240 10 novembre 2012 10 Novembre 2012 - 12:40

«Renato è il più grande risultato di un politico nella storia della Repubblica Italiana». “Renato”, se non si fosse capito, è Renato Schifani, attuale presidente del Senato. Palermitano, avvocato amministrativista, nasce politicamente all’ombra di uno dei fondatori di Forza Italia in Sicilia, Enrico La Loggia. «Renatino», così lo chiamavano gli amici della Dc, frequentava lo studio legale di Peppino La Loggia, padre di Enrico, e plenipotenziario della Dc. È lì che l’attuale presidente del Senato ha il primo contatto con la politica.

Siamo alla fine degli anni Settanta. La Dc in Sicilia e a Palermo sfiora il 50% dei consensi, e Schifani osserva la politiche dalle terze file. Inizia ad annusarla solo come collaboratore di Enrico La Loggia. Ma nessuno a quel tempo avrebbe mai pensato che «Renatino sarebbe diventato prima capogruppo dei senatori di Forza Italia e poi addirittura presidente del Senato».

La carriera politica di Schifani «ha dell’increbile», raccontano. Fu Gianfranco Micciché, manager di Publitalia e organizzatore del movimento di Berlusconi nell’isola, ad aprire le porte di Forza Italia a Renato Schifani. Nel 1996 viene eletto per la prima volta al Senato con il Mattarellum fra le file di Forza Italia nel collegio di Monreale, in provincia di Palermo. Schifani inizia in sordina all’interno di Forza Italia, ma allo stesso tempo scalpita per avere un ruolo.

Diventa responsabile dei dipartimenti di FI, e nel 1998 viene nominato commissario provinciale del partito a Caltanissetta per risolvere alcune beghe nate fra due esponenti locali di Forza Italia. Quando nel 2001 si trattò di scegliere il capogruppo al Senato fu Micciché a spendere con Berlusconi la parola giusta che proiettò l’ex avvocato amministrativista sulla poltrona di capo dei senatori azzurri. «Non esiste nella storia della geopolitica un’operazione del genere», dice a Linkiesta un deputato nazionale del Pdl. Perché, continua il deputato, «dopo un palermitano, Enrico La Loggia, non poteva succedere un altro palermitano come capogruppo dei senatori di Forza Italia. Solo Micciché poté ottenere una cosa del genere». Da capogruppo, «furbo com’è», ha iniziato a tessere «una rete con poteri forti che stanno all’ombra»: con imprenditori, uomini delle istituzioni, magistrati. «Ha preferito coltivare rapporti nel Palazzo, non è mai stato un uomo del territorio», assicurano. E soparatutto «non è mai stato un leader». Tant’è che i suoi riferimenti politici nell’isola sono contati: il senatore Antonio D’Alì, la senatrice Simona Vicari, Nino Germanà, e oggi anche Pietro Alongi, suo candidato alle regionali dello scorso 28 ottobre che però non è stato eletto. Infatti, «elettoralmente è nessuno». Quando si candidò come capolista al consiglio comunale di Palermo, fece un flop clamoroso, raccogliendo all’incirca 1000 voti. «Non è un uomo del territorio: è uno della stanza dei bottoni». E ha continuato a esserlo.

Il 2008 è il suo anno di grazia. Con quattro voti in più sui 175 di cui la maggioranza forzaleghista godeva a Palazzo Madama diventò presidente del Senato. In quell’occasione fu memorabile Raffaele Lombardo: «Renato mio, a parte baroni, principi e latinisti, è la prima volta di un siciliano seconda carica dello Stato». E lui, “Renatino”, non si scompose: «La famiglia resta a Palermo, la vita continuerà a scorrere come sempre, e io non andrò a palazzo Giustiniani, resterò nel mio appartamento di piazza Sant’Eustachio, credo che la vita privata vada tenuta separata dalla vita pubblica».

Inizialmente in sordina, sovrastato dalla sovraesposizione di Gianfranco Fini, che crea un asse di ferro con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Schifani arriva a scontrarsi con Napolitano in occasione del lodo Alfano, bocciato poi dalla Consulta. D’altronde, «cosa avrebbe dovuto fare Renato?», si domanda un ex dirigente di Forza Italia. «Renato deve tutto al Cavaliere, non poteva fare altrimenti».

Ma è con l’uscita di scena di Berlusconi da Palazzo Chigi che Schifani muta atteggiamento, vantando oggi un ottimo rapporto con Giorgio Napolitano. Come scrive L’Espresso, anche «i rapporti con Mario Monti sono ottimi: è stato lui (Schifani) a mettergli accanto il riservato Federico Toniato quando il premier è diventato senatore a vita». Ha uomini vicini negli apparati dello Stato. Il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, costituzionalista di grido, è amico suo da sempre. Il nuovo comandante generale della Guardia di Finanza, Saverio Capolupo, è amico del Presidente del Senato. All’interno del Csm conta due pedine importanti: il consigliere laico del Pdl, Bartolomeo Romano, e Nicolò Zanon. E poi piazza primari e direttori sanitari in tutta l’isola, e suoi uomini in enti regionali.

Oggi a pochi mesi dalla fine della legislatura Schifani avrà un ruolo importante. Le riforme più importanti, ad esempio quella elettorale, sono tutte ferme al Senato. E cerca di mediare fra le varie posizioni dei partiti, appellandosi al senso di responsabilità dei gruppi parlamentari e dei partiti politici. Obiettivo? «Dietro ad ogni suo gesto c’è sempre una contropartita», tuona un senatore siciliano di centrodestra. Il Colle? «Rientrerà fra i suoi piani. Ma è stato un presidente del Senato del quale non si ricorderà nessuno. Come quando la Pivetti diventò presidente della Camera. Chi si ricorderà?». D’altronde «è troppo recente la sua storia politica». Ma «Renatino è un uomo fortunato». Ma dire mai. 

Twitter: @GiuseppeFalci

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