Passera: Io in campo? Con una start up in stile Monti

Corrado Passera ieri ha incontrato la redazione de Linkiesta e si è confrontato con le domande nostre e dei nostri lettori. Dal decreto sviluppo alle troppe tasse, da Alitalia a Telecom, per finire con il suo ipotetico futuro da politico: “Anzitutto, bisogna portare avanti e concludere il lavoro ...

Corradopassera
20 Novembre Nov 2012 1039 20 novembre 2012 20 Novembre 2012 - 10:39
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Corrado Passera arriva a Linkiesta, scende nel nostro seminterrato e a chi gli segnala la frugalità tipica della start up sorride: «Ho visto di molto peggio, in fase di start up...». Il conto alla rovescia per la fine dell’esperienza di governo è iniziato, proprio nei giorni in cui il governo celebra un anno di vita. I nostri lettori, cui abbiamo “aperto” l’intervista, gli chiedono come fa l’Italia a pensare alla crescita e lo sviluppo, con tutte le tasse “che ha messo il governo Monti”. Passera rivendica ovviamente il lavoro fatto, l’emergenza affrontata, la credibilità restituita all’Italia. Ai tanti che, per nostra voce, gli chiedono cosa farà “dopo” spiega che per rinnovare davvero l’Italia ci vorrebbero ancora anni. Ci sarà anche lui? Parla da politico del suo futuro, insiste sul fatto che potrà stare in una “cosa” nuova o almeno non vecchia... Ma prima vuole parlare con Linkiesta e coi suoi lettori di quanto fatto, per provare a spiegare che molte cose ancora non si vedono, altre non si sanno e che – insomma – il suo ministero e il governo hanno fatto molto in condizioni difficili.

Un nostro lettore, lo studente Giuseppe Tomaselli, dice: più che intervenire sulla diminuzione del capitale sociale minimo di una impresa, non è più efficace modificare la legislazione sulla richiesta dei permessi/autorizzazioni per avviare un'attività? Uno dei costi che rappresenta un forte ostacolo all'avvio di un'impresa sono anche i costi notarili, perché il governo non interviene in questo settore?
È chiaro che non eravamo e, ancora adesso, non siamo un Paese amico delle startup. Per startup intendiamo aziende innovative, o che hanno una componente di ricerca e sviluppo particolarmente elevata. Volevamo favorire queste imprese perché in tutto il mondo sono gli attori della crescita. Il metodo è stato nuovo ed efficace. Abbiamo detto: andiamo a vedere a livello internazionale chi ha creato aziende attraverso una buona normativa, lo abbiamo fatto chiedendo agli startupper e agli acceleratori d’impresa che avessero attitudine ed esperienza a confrontarsi con il meglio nel resto del mondo. Poi abbiamo esteso la consultazione a tutti coloro che avessero idee da darci. Ne è venuto fuori un rapporto, dal quale siamo arrivati ad una proposta di legge che contiene sostanzialmente tutti i suggerimenti che ci vengono dal mondo delle startup e degli acceleratori e incubatori d’impresa. Che sono abbassare la pesantezza burocratica, eliminare i costi iniziali, un contratto di lavoro ad hoc con la massima flessibilità, ma con la possibilità di coinvolgere nel capitale e nei risultati le persone, agevolando fiscalmente il work for equity. L’altra cosa è stata la riforma delle procedure concorsuali nel caso in cui l'impresa non riesca a decollare, per evitare lo stigma del fallimento.

Non avete pensato di allargare anche la riforma del fallimento a tutti, e non solo alle startup? Dopo tutto il fallimento e il suo ordinamento pesano molto anche su imprenditori di lungo corso.
Quello che abbiamo fatto per le startup non è detto che non possa essere esteso ad altri. Ricordiamoci poi che l'introduzione del chapter 11 vale per tutte le aziende italiane. Per le startup ci sono state moltissime resistenze. L’ultimo aspetto che le riguarda è premiare fiscalmente chi ci investe. Per questo scopo abbiamo trovato un meccanismo di deduzione dal reddito e di non tassazione sul capital gain in caso di vendita. Infine abbiamo chiesto alla Cassa depositi e prestiti di allargare quella parte del Fondo per le imprese italiane che investe in venture capital possibilmente con altri 100 milioni. Inoltre abbiamo destinato alcuni fondi per il Sud per dare un contributo iniziale – non enorme, perché non deve essere distorsivo – per chi inizia a fare un’ attività di questo tipo nel Mezzogiorno. Il tutto, con grande trasparenza e con la possibilità di un controllo sociale per verificare che la startup sia veramente tale.

Parliamo del nuovo piano energetico italiano. In quel caso avete fatto arrabbiare qualcuno?
Abbiamo fatto arrabbiare tanti, perché abbiamo toccato i soldi a pioggia verso le energie rinnovabili. Il giorno più brutto nella mia esperienza di ministro è stato quando ho avuto la quantificazione dei 170 miliardi di euro degli italiani che sono andati impegnati direttamente su questo. Con 170 miliardi uno cambia il mondo, e invece abbiamo comprato tecnologia a prezzi massimi senza aspettare che scendessero come accade sempre con le nuove tecnologie. Abbiamo distribuito soldi con incentivi doppi o tripli rispetto agli altri Paesi europei, e tutto questo, evidentemente, andava bene a tanti.

Perché?
Perché sono stati distribuiti 10 miliardi di euro l’anno per 20 anni. È stato brutto in primis perché, così facendo, hanno appesantito la bolletta in maniera abnorme. Secondo perché avremmo potuto produrre il doppio dell'energia rinnovabile o spendere la metà in bollette, e terzo perché è il peggio della politica per come la intendo io, cioè che compra il consenso distribuendo soldi. Abbiamo comunque preso l’impegno di superare di gran lunga gli obiettivi europei, fermando però questo furto dalle tasche degli italiani. Oltre a correggere i vecchi incentivi, abbiamo comunque aggiunto 3,5 miliardi all'anno per favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili a maggior contenuto di lavoro italiano. Il primo grande capitolo della Strategia elettrica nazionale (Sen) è l’efficienza energetica: abbiamo confermato e introdotto interventi fiscali per favorire il risparmio energetico nelle abitazioni. L'obbiettivo complessivo di risparmio è pari a 8 miliardi l’anno. Ci siamo posti l'obbiettivo di rafforzare ulteriormente la rete e il mercato elettrico, che è già buon mercato per apertura e concorrenza. Abbiamo creato le condizioni perché il mercato del gas diventi più aperto – anche separando Eni da Snam – e nei prossimi anni dovremo impegnarci ad aumentare sia il numero di rigassificatori che degli stoccaggi. C’è poi il tema dell'uso, dove possibile ambientalmente parlando, delle risorse nazionali, perché siamo un Paese che ha delle risorse di gas e petrolio e non c’è ragione – nei limiti di non avere rischi e seguire regole rigide ambientali – di non utilizzarle per creare posti di lavoro e ridurre la bolletta energetica. Da ultimo c’è il tema di chi decide in campo energetico: abbiamo fatto una proposta di riforma del Titolo V per chiarire che sulle infrastrutture di carattere e valenza nazionale ci deve essere un maggior ruolo dello Stato centrale, non è possibile che operazioni fondamentali per il Paese siano bloccate dal singolo Comune.

Lo shale gas abbatterà i prezzi del manifatturiero americano, dice la International Energy agency (Iea). Quando usciremo dalla crisi ci ritroveremo quindi beni made in Usa più convenienti dei beni europei, ciò che state facendo per ridurre i costi della bolletta include già questo scenario?
Gli investimenti nei rigassificatori, nello stoccaggio e nella rete servono per metterci nelle condizioni di poter importare anche quel gas. Siamo riusciti a riportare il prezzo del gas all'ingrosso in linea con il resto d'Europa. (Gli Stati Uniti hanno un grande vantaggio: oggi esportano pochissimo, ma cominceranno ad esportare. Quando lo faranno dobbiamo essere capaci di importare, quindi avere bocchettoni, magazzini, e norme precise). Uno dei problemi è che oggi il prezzo del gas è legato al petrolio anche se nei fatti c'è stato un decoupling totale. Per abbassare il prezzo del gas dobbiamo diventare “riceventi” di altri gas: una strada sono i rigassificatori e lo stoccaggio, l'altra sono i gasdotti. Puntiamo molto a che il gasdotto del corridoio Sud - il Tap - passi per l'Italia, in Puglia, per far diventare il Paese hub del gas. Poi stiamo lavorando con l’Algeria per fare un gasdotto diretto tra Algeria e Sardegna.

Nel vostro anno di governo vi siete imbattuti in crisi di grandi aziende come la Fiat e l’Ilva.
In politica, in un periodo come questo, ogni giorno può nascere una nuova grana, e noi ne abbiamo dovute affrontare veramente tante. L’altro giorno sono andato nel Sulcis che è una Provincia molto in difficoltà perché tutte e quattro le grandi aziende – Portovesme, Carbosulcis, Alcoa ed Euroallumina – che tenevano in piedi la zona sono in crisi. Abbiamo incontrato sindacati, amministratori locali e parti sociali, è stata una giornata concreta di politica, per occuparsi, insieme, di una situazione quasi drammatica. Ci siamo messi a lavorare e due di queste aziende oggi reinvestono, riassumono e ripartono senza bisogno di aiuti non di mercato. Giovedì firmiamo con i russi il piano di investimenti per EURALLUMINA. Più in generale, al Mise abbiamo trovato oltre 150 casi di aziende grandi o medio-grandi in difficoltà. Per sessanta di queste è stata individuata una soluzione. Prenda Fincantieri: quando ho iniziato a occuparmene, sembrava che l'unica soluzione fosse venderla, invece ho insistito perché si facesse un nuovo piano industriale al quale sono seguiti accordi sindacali cantiere per cantiere di cassa integrazione finalizzati alla ristrutturazione, assieme ai sindacati. Oggi l’azienda può guardare al futuro con maggiore positività.

Per creare lavoro e aziende bisogna abbassare le tasse. Questo ancora non lo avete fatto. Anzi.
Sono d'accordo, perché chi paga le tasse ne paga troppe. Per poterle abbassare a tutti dobbiamo abbassare il livello di evasione, e dall'altra parte dobbiamo smetterla di chiamare fisco ciò che fisco non è. Ad esempio, nel cosiddetto cuneo fiscale solo una parte è effettivamente fisco: l'accantonamento per la pensione o per il servizio sanitario sono in realtà un salario differito e un'assicurazione a fronte di un servizio, peraltro in Italia di buon livello. Dobbiamo ridurre le imposte sui redditi più bassi, ma nel ridisegnare il sistema fiscale per le aziende, più che abbassamenti generalizzati vedo un premio fiscale a chi adotta comportamenti che generano sviluppo sostenibile, a chi fa innovazione, a chi investe e a chi rafforza patrimonialmente e dimensionalmente le aziende. Per quanto riguarda le scelte prese un anno fa, nel momento di massima crisi, eravamo talmente vicino a schiantarci che, se non avessimo fatto con grande determinazione riforme strutturali come quella del sistema pensionistico e la tassazione sugli immobili – che è più intelligente rispetto a una patrimoniale una tantum - non saremmo mai riusciti a recuperare credibilità nel mondo. La pressione fiscale deve diminuire, bisogna dare priorità al lavoro e all’impresa che investe. I mezzi per produrre le risorse per farlo sono la lotta all’evasione, la spending review strutturale e una parte di valorizzazione del patrimonio pubblico.

Per la prima volta la parola spending review è entrata nel vocabolario diffuso. Vi siete trovati dentro palazzi del potere che, per la vostra storia personale, conoscevate poco. Come è stato provare ad affondare la lama dei tagli in un ambiente del tutto refrattario?
Se mi sta chiedendo se ci sono state resistenze al cambiamento, la risposta è: sì, ma le abbiamo superate. Sono convinto che nella PA ci sia un immenso spazio di miglioramento e che moltissimi dipendenti pubblici siano disposti a collaborare in piani di sviluppo a medio e lungo termine. Se ho detto di sì a Monti in un nanosecondo, dopo averne parlato con mia moglie, è stato anche perché avevo fatto l'esperienza delle Poste e perché le Poste sono state per me la metafora dell’Italia. Se la peggior posta europea è diventata una delle migliori, arrivando a far paura alle banche, e ha trovato un modo di lavorare con un sindacato che veniva considerato "intrattabile", vuol dire che ce la si può fare.

Certo non basta un anno.
Per le Poste, che è un piccolo “di cui” dell’Italia, ci abbiamo messo cinque anni.

Stavolta quanto ci metterete?
In cinque anni si potrebbero fare tante cose.

Caso Telecom e Sawiris. L’interesse a valorizzare l’azienda è diverso da quello del Pase di avere finalmente una rete a banda larga. Può l’Italia rimanere sotto scacco dei problemi che questa società si porta dietro da quindici anni?
Io spero non mi stia dicendo che lo Stato deve entrare a gamba tesa nelle decisioni di aziende private e quotate. Sarebbe una cosa che non solo non risponde alle regole del gioco, ma che significherebbe non attrarre più un investimento estero. Il mio auspicio è che l'Italia si doti di una rete di alta qualità in poco tempo. Spero che riusciremo a convincere Telecom a fare una combinazione forte con la Cdp. Non credo sia un settore dove si possano avere 2 o 3 reti o ricominciare da capo, perché il costo sarebbe insostenibile. L'eventuale investimento del gruppo Sawiris in Telecom non cambia queste mie convinzioni e sono certo che, come si è trovata una soluzione efficace per Terna e SNAM, possa accadere la stessa cosa anche per Telecom. Nel pieno rispetto di tutti gli interessi in campo e nel quadro della chiare indicazioni che ci vengono da Bruxelles.

Il governo ha fatto uno studio per valutare quanto sarebbe costato posare la fibra in autonomia, rispetto ad acquistare la rete in rame di Telecom?
Non entro in nessuna tecnicalità e valutazione. Anche la stessa definizione di che cosa contiene la rete dipenderà dall'attuale trattativa tra Telecom e Cdp.

Fu un errore privatizzare Telecom?
Non lo so e non mi interessa. Nel senso che è una materia che tratteremo nei libri che scriveremo quando saremo in pensione. Per adesso concentriamoci sui problemi attuali.

Perché, ci chiede la lettrice Maria Guidara, ad oggi siamo al punto che le Grandi opere infrastrutturali sono ferme, Regioni, Provincie, Comuni, nonostante l'assegnazione dei lavori ritardano l'avvio dei cantieri mettendo a rischio migliaia di posti lavoro, quando sappiamo che l'edilizia da sempre è stato il motore trainante per l'economia del nostro Paese? Qual è la verità?
Nelle infrastrutture forse c'è stato il risultato più concreto di quello che abbiamo fatto. Su questo fronte l'Italia ha accumulato un ritardo clamoroso, probabilmente tra i 200-300 miliardi di euro. È un problema di risorse, norme, governance e di strumenti di finanziamento. Siamo intervenuti sui processi autorizzativi e molte fasi, talvolta lunghe anni, sono state accorciate. Per finanziare più facilmente le opere abbiamo introdotto i project bond, in anticipo sull'Europa. Molte infrastrutture comunque hanno ancora bisogno del contributo pubblico, e allora ci siamo inventati lo strumento della defiscalizzazione: io non ti do contributi finanziari, ma ti pago quello che non ti posso dare adesso facendoti risparmiare sulle tasse future. Abbiamo rimesso in moto il CIPE, prendendo in mano, uno ad uno, i progetti fermi: da novembre a oggi sono stati stanziati 38 miliardi di euro, di cui 9 miliardi già operativi in cantieri aperti. È perché tutto ciò non fosse percepito come un solo annuncio, c'è la possibilità di controllare l’avanzamento di ciascun cantiere sul sito del ministero dei Trasporti (cantieri.mit.gov.it), con un aggiornamento trimestrale. È la stessa filosofia di un'altra norma che abbiamo introdotto col primo decreto Sviluppo: nessuna pubblica amministrazione può pagare alcunché a nessuno senza mettere sul proprio sito quanto e per quale motivo. Pensi a quanta micro e macro corruzione avremmo potuto evitare in passato con una regola così semplice.

Come si fa a fare politica industriale in Italia senza che sia “panettone di Stato”? Un framework a livello europeo l'ha dato Philippe Aghion. Ma da noi? Quale tipo di politica industriale state facendo? Con quali priorità?
Tutto deve essere inserito nel quadro europeo come filosofia generale. Certo, non siamo dirigisti e non concepiamo uno Stato che si sostituisca alle imprese nelle loro scelte di investimenti. La politica ha il compito di creare le condizioni per facilitare la vita delle imprese e premiare i comportamenti virtuosi. Abbiamo dovuto affrontare alcuni dei principali svantaggi competitivi. Il costo dell'energia, con la nuova Sen. Il costo e la mancanza di risorse finanziarie, con la riduzione dello spread, l'Iva per Cassa, i primi sei miliardi per ripagare il debito della PA, la certificazione dei debiti della PA, la compensazione tra debiti e crediti con la PA, i 20 miliardi di garanzia con il Fondo Centrale di Garanzia, l’introduzione della finanza di impresa per consentire l’accesso a nuovi mercati anche alle Pmi non quotate, l'adozione della Direttiva europea sui pagamenti che da gennaio diventa operativa. Poi, i costi amministrativi: con le imprese e con il mondo delle associazioni abbiamo individuato una serie di provvedimenti come quella per eliminare le certificazioni, lo sportello unico dell’edilizia, la dichiarazione unica ambientale. Cose che non fanno notizia, ma che cambiano la vita delle aziende. Dall'altra parte, bisognava rafforzare i fattori di competitività: per favorire la crescita delle aziende abbiamo introdotto l'Ace, per supportarne l'internazionalizzazione abbiamo ricostituito l'Ice.

Perché non l’avete abolita? È un’altra domanda che viene dai nostri lettori con insistenza.
Ogni Paese ha la sua Ice e, tanto più, essa serve a un Paese di pmi come l'Italia. Stiamo ricreando una Ice moderna e competitiva. E finalmente all'estero, Ambasciata, ENIT, Ice e Camera di Commercio lavorano insieme. Sul tema dell’innovazione, la cosa che manca da fare è il credito d'imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo, forse ci riusciamo con la Legge di Stabilità. Abbiamo già introdotto un credito d’imposta per chi assume "cervelli". La politica industriale si fa anche favorendo la nascita di nuove nuove imprese - vedi le nuove norme sulle startup - e attirando investimenti esteri - vedi la creazione dello sportello unico per l'export - e con la revisione degli incentivi dove, solo al Mise, abbiamo eliminato 42 leggi a favore del nuovo Fondo per la Crescita Sostenibile.

In Inghilterra c’è massima trasparenza sulle nomine pubbliche con il sito del Cabinet Office dove vengono pubblicati i bandi. È accaduto anche per la posizione di Governatore della Banca d'Inghilterra, e questo della trasparenza nelle nomine è uno dei temi su cui insistiamo qua a Linkiesta. Nei mesi che restano prima delle elezioni c’è qualcosa nel suo ministero che vorrebbe cambiare in questo senso?
Ovunque possibile abbiamo chiesto un contributo a degli head hunter internazionali. Nel caso dell’agenzia digitale, abbiamo aperto un bando per il direttore generale, a cui tutti potevano partecipare. Certamente c'è ancora moltissimo da fare per promuovere la meritocrazia e il prossimo governo dovrà metterlo tra le priorità. Anche nel caso del merito, la trasparenza può far la differenza.

Vale anche per i criteri di nomina dei commissari ministeriali per le aziende in crisi?
Sì. E anche qui, in molti casi, ci siamo fatti consigliare per trovare le persone più adatte. Tra i nuovi commissari ci sono manager e professionisti di alta qualità, anche se, vista la pressione degli eventi, si può sempre far meglio. Inoltre, abbiamo fortemente semplificato e, di norma, i commissari non sono più tre, ma uno solo. Un grande passo, non facile, mi creda.

Anche il tema di aeroporti e trasporti sta a cuore ai nostri lettori. Molti dalla Lombardia parlano del distino di Malpensa. Non è ora di rilanciare seriamente Malpensa rispetto a Linate, costi quel che costi ad Alitalia?
Chi fa questo ragionamento dovrebbe ricordare che fin dall'inizio il progetto era di creare la grande Malpensa, portandoci anche gran parte dei voli nazionali e internazionali di Linate. Ma la politica locale non ha voluto, e si è persa una grandissima occasione. Prima del fallimento della trattativa con Air France, si decise inoltre di trasferire una parte importante dei voli di Alitalia da Malpensa a Fiumicino. Ciò ha rafforzato Roma a discapito di Milano. Poi c'è stato il fallimento della vecchia Alitalia e la creazione della nuova Alitalia, che ha confermato la centralità di Fiumicino. Ora stiamo lavorando al nuovo Piano Aeroporti, che indicherà una serie di priorità, individuerà gli scali di interesse nazionale, ne ridurrà il numero complessivo e incoraggerà la creazione di sistemi aeroportuali.

Caleranno oppure ci troveremo con gli stessi troppi aeroporti di oggi?
Caleranno.

Ha aperto troppi fronti di lavoro, le tocca continuare a far politica...
Terrò conto anche del vostro suggerimento. 

Ha già deciso?
No, lo deciderò solo quando avrò finito il lavoro in corso. Se mai sarà, dovrà essere in linea con la grande discontinuità che ha introdotto il Governo Monti.

 

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