Olivetti addio, chiude anche l’ultima fabbrica

La Olivetti I-Jet di Arnad, in liquidazione, ha ormai davanti poco più di un mese di vita. Dava lavoro a 162 persone e non tutte saranno ricollocate. A rischio sono i livelli alti e i ricercatori, perché serve manovalanza da call center. Intanto, a Ivrea, si gira la fiction su Adriano, e c’è ress...

Olivetti Jet
21 Novembre Nov 2012 1549 21 novembre 2012 21 Novembre 2012 - 15:49

ARNAD (AOSTA) – Arnad è famosa per il lardo. L’unico lardo dop d’Italia. Ma, se lavorate in ufficio, forse avrete avuto maggior confidenza con l’altro prodotto tipico di questo Comune valdostano di 1.300 abitanti: un fax o una stampante Olivetti I-Jet.
La Olivetti I-Jet Spa, però, è in liquidazione. Così, con la fine di questo 2012, chiuderà i battenti l’ultimo stabilimento produttivo della grande azienda fondata nell’ottobre 1908 a Ivrea dall’ingegner Camillo Olivetti, poi resa dal figlio Adriano, nella seconda metà del Novecento, una protagonista assoluta dello sviluppo informatico mondiale.
Tra caldarroste e vin brulé un gruppo di lavoratori si è riunito nel parcheggio di fronte allo stabilimento. Hanno anche piazzato, in vista sulla statale 26, un lenzuolo di protesta con su scritto: «Telecom liquida la tecnologia. No alla chiusura di Olivetti I-Jet».


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«È una fine immeritata», dice Rinaldo Ferrarotti, uno dei lavoratori. «Per parecchi anni Olivetti è sopravvissuta grazie a noi della I-Jet, quando già tutto il resto era andato in malora. Producevamo 10 milioni di accessori all’anno, impiegando 300 persone». E poi? «Poi il nostro segmento di mercato è diventato sempre più aggressivo. A un certo punto si è deciso di chiudere il settore delle multifunzionali (gli apparecchi che fanno assieme da fax, stampante e scanner), perché lì la concorrenza era estrema. Bisognava vendere sottocosto e guadagnare negli anni con gli accessori di ricambio. Con questa scelta di politica industriale siamo scesi a 5 milioni di pezzi. Infine, quest’anno, si è deciso di uscire anche dal mercato del fax, dicendo che tanto il fax sta morendo. Sì, può darsi. Di certo, però, non c’è stato accanimento terapeutico. La spina l’hanno staccata subito. Crollo a un milione di pezzi, e fine della storia».

Il comunicato aziendale con il de profundis porta la data del 1° giugno scorso. Eccolo:

Olivetti, preso atto dell’inarrestabile e sempre più accentuato calo del mercato dei fax e della contestuale difficoltà di raggiungere, in tempi economicamente compatibili, risultati apprezzabili nei settori di mercato adiacenti dove la tecnologia i-jet avrebbe potuto essere utilizzata, ha deciso di cessare le attività industriali e commerciali nel settore e ha avviato l’iter per la liquidazione della sua controllata Olivetti i-Jet. La decisione si inquadra all’interno del piano di riposizionamento di Olivetti sul mercato dell’Information Communication Technology, avviato negli ultimi anni, che ha visto la Società proporsi in misura sempre più rilevante come solution provider nei settori tecnologicamente più avanzati di tale mercato. L’evoluzione della nuova offerta richiede peraltro una forte focalizzazione e la necessità di concentrare su di essa tutte le risorse disponibili. Olivetti, a conferma del suo impegno nei confronti delle persone coinvolte, si attiverà con l’obiettivo di individuare opportunità di ricollocazione all’interno del Gruppo, attivare azioni rivolte all’orientamento e alla realizzazione di percorsi formativi e di agevolare il reperimento di nuove occasioni di lavoro anche attraverso politiche attive di outplacement. A tal proposito è già stato avviato il confronto con le organizzazioni sindacali per individuare un piano di gestione condiviso.

«Ma quale gestione condivisa?», protesta Ferrarotti, mentre il traffico della statale rallenta nell’imboccare la rotonda dove sta scritto “Arnad – Città del lardo”. «I sindacati hanno fatto troppo poco. E noi non abbiamo notizie. L’azienda non ci dice niente, rinvia le comunicazioni su possibili acquirenti. Prima la data chiave doveva essere il 30 settembre, poi il 15 novembre… È il momento di sollecitarla in modo più energico. Cosa fanno i sindacalisti? Se si vuole bloccare la produzione dobbiamo farlo subito, altrimenti sarà troppo tardi! Sono sei mesi che ci hanno chiesto il doppio turno e produciamo a più non posso. Vogliono riempirsi il magazzino, prima di chiudere. A loro servono solo i ricambi, averne ancora a disposizione per alcuni anni, fintanto che Olivetti Spa esisterà ancora. Per il resto, comprano un po’ di hardware nel Far East; tablet come l’Olipad, chiavette e computer per Telecom».

Olivetti I JetLo stabilimento della Olivetti I-Jet dall’area di sosta “Arnad” sull’autostrada A5

Al 31 dicembre 2011 la perdita di esercizio di Olivetti I-Jet Spa era di 6.541.527 euro (con un risultato ante gestione straordinaria di -8.823.755 euro). Con i ricavi in picchiata (-44,2%), stava erodendo il patrimonio netto (-54,6%), sceso a 5.438.977 euro. Olivetti Spa, che la controlla al 100%, ha così deciso di metterla in liquidazione il 13 giugno scorso. Ora, la fabbrica che si affaccia sull’autostrada A5 langue. Ha sussulti di superlavoro. Ma è già morta. Qualcuno è già a casa, in cassa integrazione, qualcuno in fabbrica a continuare a riempire il magazzino. Ad Arnad lavoravano 204 persone. Quarantadue, però, che fanno testine a impatto per stampanti bancarie (una produzione risicata che resterà in piedi), sono dipendenti della Olivetti Spa, e quindi non risentono di questa crisi aziendale. A essere coinvolti sono in 162 (di cui, due dirigenti). Di questi, 100 persone saranno riassorbite da Telecom (30 entro il giugno 2013, 70 entro il giugno 2014), 20 dalla Olivetti Spa di Ivrea (anche se bisognerà vedere come, perché pure lì c’è un pesante contratto di solidarietà e non si possono certo fare assunzioni). Per gli altri 42, invece, il futuro è ancora più incerto, e il loro destino è nelle mani di una società di outplacement.

«Un anno fa Telecom ha chiuso i rubinetti», spiega Enrico Monti, segretario della Fiom di Aosta. «Dal 2005 a oggi ha versato in Olivetti I-Jet circa 100 milioni di euro. Negli ultimi anni sempre almeno 10 milioni all’anno per sostenere la ricerca. Su 162 lavoratori, meno di 50 sono operai. Il grosso sono ricercatori, prototipatori. I quadri ora sono i più inferociti, perché è per loro che il futuro è più nebuloso».

«Eh sì», conferma Edy Paganin, responsabile industria del Savt, Syndicat Autonome Valdôtain des Travailleurs, il potente sindacato nato all’ombra dell’Union Valdôtaine negli anni Cinquanta, «la situazione è preoccupante per i quadri: i sesti, i settimi livelli, ad alto stipendio; quelli che fanno ricerca e sviluppo. Più sono specializzati più è difficile reinserirli, perché costano e l’azienda ha bisogno di figure meno specializzate e più a basso costo, per il caring. Sì, insomma, per call center e simili».

Anche Paganin, nella monotonia di questa crisi che si mangia tutto, dipinge la fine della Olivetti I-Jet Spa come ineluttabile e dice che, di questi tempi, 120 ricollocazioni a tempo indeterminato sono un grande successo: «Questo era l’ultimo polo produttivo di una Olivetti morta e sepolta vent’anni fa. Quando nel 2009 ci sono stati i festeggiamenti del centenario del gruppo, tutti pensavano che cessasse definitivamente già allora. Poi, per volontà degli eredi e del cda, c’è stato un nuovo rilancio con capitali messi a disposizione da Telecom, che come sappiamo controlla al 100% Olivetti. Ma qua, ad Arnad, con i soldi con cui Telecom foraggiava ricerca e sviluppo si coprivano appena le spese di gestione. La soluzione poteva essere un nuovo partner commerciale-industriale, ma le trattative non sono andate a buon fine. Si sono ventilati diversi accordi, nel tempo. Si parlò a lungo di Kodak, già nel 2008, come possibile salvatrice; poi abbiamo visto che fine ha fatto: ha chiuso… Fin dall’inizio del 2012 ci aspettavamo la brutta notizia in autunno, invece l’azienda ha anticipato i tempi e a giugno ha annunciato la messa in liquidazione. Visto che la riforma del lavoro e le mosse della Fornero stavano per travolgere tutto, ci siamo affrettati a firmare l’accordo in tempi record».

In effetti i sindacati confederali (qui la confederazione comprende anche il Savt) hanno fatto le cose di corsa per ottenere il massimo possibile prima delle riforme volute dal governo Monti. Una fretta considerata da alcuni cattiva consigliera, e che ha provocato frizioni nella Fiom. Il segretario aostano Enrico Monti ha firmato subito. Il responsabile della Fiom canavesana, Fabrizio Bellino, che essendo titolare di Ivrea, sede storica del gruppo, ha la delega nazionale su Olivetti, non ha gradito per niente. E lo conferma ancora oggi: «Ritenevamo e riteniamo che fossero necessarie condizioni più chiare, prima di chiudere la trattativa. Non solo per le 42 persone rimaste al momento a spasso, ma anche per tutte le altre 120 di cui si diceva troppo genericamente che sarebbero state riassorbite, restando sul nebuloso. Avremmo voluto attendere un po’ di più, perché le proposte dell’azienda non erano chiare e le certezze erano davvero poche. Questo non è successo e, in meno di quindici giorni, la trattativa è stata chiusa. Abbiamo messo in evidenza le nostre perplessità con i valdostani, pur nel rispetto dell’autonomia della Fiom locale. Sempre con loro e con gli aquilani (c’è una sede giù a Carsòli), per la questione Advalso (altra controllata di Olivetti passata, con cessione di ramo d’azienda, a Telecontact center) avevamo espresso dubbi simili e, a differenza loro, non avevamo firmato. Insomma, secondo noi, la cosa doveva essere gestita come discussione complessiva, di gruppo. Invece l’azienda l’ha portata sul livello locale, del singolo stabilimento (ad Arnad grazie anche alle prerogative della regione autonoma); il sindacato ha seguito l’azienda, e così ci siamo visti sfogliare in mano la margherita, con Olivetti che, in sei mesi, ha scaricato più di cinquecento persone».

«Adesso so di lavoratori in presidio che si autorganizzano», conclude. «Qualcuno si è accorto, forse troppo tardi, che le cose non erano proprio come gliele avevano raccontate, che le informazioni sono state parziali, le assemblee poche e venute solo alla fine del percorso e non all’inizio».

Il panorama industriale della Valle d’Aosta si svuota. Qua un tempo non c’erano solo monti e baite. Grazie alla presenza di acqua in quantità (la regione produce molta più energia idroelettrica di quanta ne consumi) e di minerali nel sottosuolo alpino, l’industrializzazione fu precoce. Poi, negli anni Ottanta, la prima moria: quella delle grandi aziende da migliaia o centinaia di addetti: l’Ilssa Viola di Pont-Saint-Martin, La Soie Montefibre di Châtillon, la Brambilla Filatura e la Guinzio-Rossi di Verrès… E il calo continuo di addetti anche nel gigante di Aosta, la Cogne Acciai Speciali.

La Regione autonoma intervenne, comprando le aree, i capannoni industriali, e offrendoli gratis o a bassissimo costo a chi volesse portare lavoro in Valle. Fu l’inizio di quello che gli esperti (si veda ad esempio il bel libro di Elio Riccarand Storia della Valle d’Aosta contemporanea 1981-2009) definiscono il «benessere senza sviluppo». Un sistema tenuto in piedi da finanziamenti a pioggia, «un intreccio al ribasso fra economia locale e presenza della Regione che ha contribuito a una sostanziale deresponsabilizzazione degli operatori economici». Le cause? Regole molto discutibili, per quanto implicite, che hanno assecondato le domande di agevolazione senza meccanismi di selezione, senza esplicitazione di obiettivi qualificanti, senza ammodernamento strutturale e organizzativo delle aziende.

E ora, con i tagli e le spending review, anche quel castello assistenzialista crolla. Ha fatto una brutta fine, dopo lunga agonia, la Tecdis Spa (all’inizio della sua storia joint venture tra Olivetti e Seiko per la produzione di schermi piatti a cristalli liquidi, a cui la Regione costruì la fabbrica, gliela concesse in locazione gratuita per 5 anni e, attraverso FinAosta Spa, erogò pure un mutuo agevolato per coprire fino all’80% dei costi dei macchinari). Ha chiuso il suo stabilimento di Pont-Saint-Martin la Xerox Spa (facevano stampaggio e imbustamento per le Poste; secondo i sindacati hanno poi subappaltato in Calabria). E l’elenco potrebbe continuare. Altri numeri significativi: tra gli occupati, la quota percentuale del terziario è salita dal 64,8% del 1991 al 71,1% del 2008. Ma, anche in questo caso, scarso è l’impulso del mercato. A far girar questa economia postindustriale è quasi solo la pubblica amministrazione. Burocrazia e scartoffie, altro che ricerca e sviluppo. Se i dipendenti pubblici erano 12.119 nel 1991, 15 anni dopo erano già 17.200. Ma anche qui il sistema non regge più, come dimostrano gli esuberi e le proteste degli operai forestali valdostani.

«Dai finanziamenti a pioggia siamo passati ai tagli a pioggia che aggraveranno ulteriormente l’emergenza lavoro in Valle d’Aosta», si lamenta il Pd regionale. «In particolare la mortificazione dei finanziamenti per la ricerca è un brutto segnale per le già esigue possibilità di sviluppo del nostro sistema. E una doccia fredda definitiva per la Olivetti I-Jet di Arnad». L’Union Valdôtaine, partito egemone dal dopoguerra, soffre (ha anche – fatto storico – perduto un referendum sul pirogassificatore) e scarica la sua rabbia sui tagli imposti dal governo Monti. Ormai, per l’apprezzamento ricevuto in Europa, lo paragona (in editoriali di fuoco come quello apparso sul suo organo ufficiale, Le Peuple Valdôtain, nel settembre scorso) ai successi del fascismo, tanto amato da chi, «all’estero, è convinto che gli italiani siano incapaci di governarsi con un normale regime democratico». Ecco l’editoriale:

Les lecteurs qui, sur la vague de consensus qui entoure l’actuel Président du Conseil des Ministres, s’enthousiasment des articles paraissant chaque jour dans la presse, et témoignant de la popularité dont l’actuel gouvernement italien jouirait à l’étranger, devraient lire ce que Federico Chabod écrivait: “[…] Il est bon de remarquer aussi que de l’étranger s’élèvent des voix, parfois très importantes et très autorisées, à la louange du fascisme. Il y aurait matière pour un gros volume si l’on rassemblait toutes les déclarations faites en faveur du fascisme, surtout peut-être dans le monde anglo-saxon; l’ordre règne maintenant en Italie, les trains marchent, il n’y a plus de grèves ennuyeuses”. […] Il est permis de soupçonner que les chancelleries étrangères, plutôt qu’à la capacité de M. Monti & C.ie de gouverner les Italiens, croient aujourd’hui comme alors à l’incapacité des Italiens de se gouverner par un régime démocratique normal». (clicca qui per il giornale completo).

Na ItalieArnad, la scritta in patois «Na a l’Italie» non ha bisogno di traduzione 

Quando hanno chiesto, a margine di un convegno, a Laura Olivetti, figlia di Adriano, cosa ne pensasse della messa in liquidazione dell’azienda di Arnad, ultimo pezzo produttivo rimasto della storica azienda, lei si è fatta scura in volto e ha risposto: «Sono molto dispiaciuta, soprattutto perché si perdono nuovi posti di lavoro. Non capisco le decisioni prese, anche se la famiglia Olivetti è fuori ormai da anni».

Proprio in questi giorni, a Ivrea, sono iniziate le riprese di una fiction su Adriano Olivetti che sarà trasmessa dalla Rai nel 2013 (la regia è di Michele Soavi, il film-tv sarà prodotto dalla Casanova Multimedia di Luca Barbareschi). Dopo il commissario Montalbano e Paolo Borsellino, a impersonare l’Ingegnere sarà Luca Zingaretti. Quando, pochi giorni fa, nella Sala Santa Marta, si è tenuto il casting per reclutare le comparse, è successo un finimondo. Una fila incredibile, del tutto superiore a ogni aspettativa. Uomini, donne, bambini; centinaia di persone si sono messe in coda sia la mattina che il pomeriggio, facendo entrare in crisi i responsabili della selezione, che a un certo punto hanno dovuto bloccare l’afflusso, invitando chi ancora non era stato schedato a inviare la richiesta via email. Appena due anni fa, per l’ultima grande produzione filmica in città (Tutta colpa della musica, con Ricky Tognazzi ed Elena Sofia Ricci) il casting era andato deserto.

Il pienone di oggi è segno, ovviamente, del grande affetto degli eporediesi per il paterno industriale e la sua eredità storica, ma anche, senza caricare troppo le tinte, campanello d’allarme della terribile crisi di una zona dove si è verificata una desertificazione imprenditoriale, e dove anche il gettone per la comparsata diventa un’occasione per fare due soldi. Forse l’ultima, postuma, offerta da Olivetti alla sua gente.
 

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