I lauti affari di Radio Padania, grazie a una legge “ad aziendam”

Mentre le radio locali annaspano, grazie a un emendamento alla Finanzaria 2001 Radio Padania occupa frequenze in giro per l’Italia, senza sborsare un euro, per poi rivenderle alle emittenti commerciali. Un meccanismo che ha portato nelle casse del partito 500mila euro all'anno, nel silenzio gener...

Radiopadania
1 Dicembre Dic 2012 1245 01 dicembre 2012 1 Dicembre 2012 - 12:45

Radio Padania, la radio del celodurismo leghista, è sbarcata nuovamente al Sud. Installando un proprio impianto nel Salento, in provincia di Brindisi. Non si tratta in realtà di un tentativo di fare proselitismo in salsa padana in terra ostile, bensì di una operazione che molto probabilmente avrà come epilogo la vendita della frequenza occupata ad una radio commerciale nazionale. Si parla in particolare di RTL 102.5.

Anche in questo caso si ripeterà dunque la stessa dinamica accaduta una ottantina di volte negli ultimi 10 anni, nei quali l’emittente leghista ha raggranellato su mercato circa 300 frequenze. Ma Radio Padania non ha fatto i conti con l'ostinazione salentina a non farsi mettere i piedi in testa. Perché Idea Radio – piccola emittente con sede in provincia di Brindisi – lamentando l'occupazione abusiva del proprio spettro da parte della radio padana, ha deciso di mettere in scena una dura protesta e andare per vie legali allo scopo di ristabilire il proprio diritto a trasmettere senza interferenze a Brindisi. Si ripropone, dunque, per l'ennesima volta negli ultimi anni, il caso della probabile occupazione abusiva, da parte di Radio Padania, di frequenze usate da piccole radio locali.

La memoria, della battaglia legale intrapresa nel 2011 da Paolo Pagliaro, editore pugliese a capo di Mixer Media, è  ancora viva. Pagliaro, dopo aver tentato la soluzione bonaria del caso inviando una videolettera a Matteo Salvini, costrinse Radio Padania ad abbandonare il campo ed a liberare la frequenza occupata ai danni di Radio Nice. Ma come è possibile che Radio Padania rastrelli frequenze in tutta Italia, se il mercato dell'etere è bloccato da più di 10 anni in attesa del varo del piano nazionale di assegnazione delle frequenze?

Ciò può accadere perché Radio Padania trasmette, assieme a Radio Maria, in qualità di Radio Comunitaria Nazionale. La legge Mammì definisce radio comunitarie «le radio caratterizzate dall’assenza di scopo di lucro, gestite da fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute, che siano espressione di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose». Grazie ad un provvedimento del secondo governo Berlusconi, abilmente inserito dal leghista Davide Caparini, fondatore di Radio Padania, dentro la Legge Finanziaria del 2001, le radio comunitarie, proprio in virtù delle alte finalità perseguite (o supposte tali) possono occupare nuove frequenze in deroga alle norme vigenti in ogni parte d’Italia per “completare” la propria copertura.

La procedura per acquisire frequenze senza sborsare un euro è semplice: si invia un avviso di attivazione al Ministero dello Sviluppo Economico e, trascorsi 90 giorni senza che giungano segnalazioni di interferenza con emittenti presenti nel territorio prescelto, le radio comunitarie diventano a tutti gli effetti “autorizzate”, proprietarie della frequenza, che possono così procedere alla rivendita o permuta. Un metodo ampiamente collaudato da Radio Padania, che ha garantito all’emittente della Lega Nord denaro liquido preziosissimo – 400-500mila euro all'anno – per chiudere i bilanci solo con lievi perdite ed evitare di portare i libri in tribunale, come è capitato a tante radio che non hanno la fortuna di essere assistite e foraggiate dallo Stato.

Ecco dunque spiegato perché Radio Padania in questi anni ha attivato frequenze in lungo ed in largo per l'Italia, indipendentemente da un preciso interesse a diffondere il verbo leghista. Le frequenze occupate in territori “amici”, ma anche dove esiste una cultura non propriamente affine a quella leghista –  come Salerno, Avellino, Olbia, Cagliari, Nuoro – sono state così rivendute alle principali radio commerciali nazionali, come Radio 101 del gruppo Mondadori, RTL 102.5, Radio Italia, RMC, RDS, Radio Cuore Network, Latte e Miele.

In questo modo da un lato viene di fatto aggirato il congelamento nell'assegnazione delle frequenze radio previsto dalla normativa vigente. Dall'altro, il meccanismo delle compravendite di frequenze acquisite senza sforzo dalle radio comunitarie – tollerato anche dall'attuale governo – è una pratica elusiva della norma che prevede come l'attivazione di nuovi impianti sia autorizzata fino al raggiungimento della copertura del 60% del territorio. È evidente come la facoltà, concessa a Radio Padania da una legge ad hoc, di attivare e successivamente vendere le frequenze, è la garanzia a vita che la copertura del 60% non verrà mai raggiunta.

Ad aggravare il quadro, poi, vi è pure da considerare e come ci è stato chiarito dal Dipartimento delle Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo Economico, che gli ispettorati territoriali del dipartimento stesso si muovono come meglio credono nelle attività di controllo sulle attivazioni comunicate. Non esistono infatti regole comuni, dettate dal ministero, in relazione alla attività di verifica della presenza di interferenze. Così come nessuno assicura che la frequenza sia effettivamente accesa nel corso dei 90 giorni previsti e non, invece, al 91° giorno, ossia quando l’impianto si intende automaticamente autorizzato. A queste condizioni è facile fare affari per Radio Padania, mentre al ministero dello Sviluppo Economico sono impegnati su altri dossier. Ne sono la prova evidente le 56 operazioni di compravendita pura poste in essere negli ultimi 10 anni e che, nel 2012 hanno subito una ragguardevole intensificazione.

Se a Radio Padania e Radio Maria, che grazie ad un emendamento alla finanziaria del 2005 proposto dal solito Caparini si spartiscono 1 milione di euro all'anno per “il potenziamento e l'aggiornamento tecnologico”, la vita sorride, per centinaia di piccole emittenti radiofoniche l'orizzonte è molto meno roseo. Strette come sono nella morsa della crisi di settore, di una burocrazia fatta di adempimenti assurdi e di una normativa di riferimento fatta di mille cavilli. «Siamo di fronte ad una disparità di trattamento inaccettabile, sancita addirittura per legge – sentenzia Paolo Pagliaro, che è al contempo leader del Movimento Regione Salento – e credo che dovrebbe essere premura urgente di un governo che dichiara di avere a cuore la libera concorrenza fermare questo scempio..senza considerare che i contenuti di Radio Padania sono volgarmente e qualunquisticamente anti-meridionali, questi signori sono furbacchioni violenti, perché hanno ottenuto grazie alla gestione del potere con una legge “ad personam” del Governo Berlusconi a trazione leghista, l’opportunità di un sopruso-abuso…Il mio appello a tutti i Parlamentari e le Istituzioni, è di intervenire finalmente per far cessare l’ingiustizia di una Radio Padania che per non rispettare le regole riceve anche un contributo di 500mila euro l’anno dallo Stato italiano». Vedremo se negli ambienti governativi l’appello troverà ascolto.  

 

 

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