Otto milioni di tonnellate: è cibo buono ma lo buttiamo nella spazzatura

“Da consumarsi preferibilmente entro”. La data la decide il produttore, e il cibo potrebbe essere consumato tranquillamente dopo. Ma buona parte dei consumatori lo butta via. E poi c’è l’eccesso di packaging e l’incapacità di regolarsi con le quantità. Risultato? Milioni di tonnellate di cibo buo...

28 Dicembre Dic 2012 1420 28 dicembre 2012 28 Dicembre 2012 - 14:20
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Nel nostro Paese ogni anno buttiamo via circa 8 milioni di tonnellate di alimenti. Le cause sono diverse: dagli acquisti poco oculati agli sprechi in fase di preparazione delle pietanze. «Si spreca tanto, troppo. Chiediamoci: consumiamo per vivere o viviamo per consumare?». A parlare con Linkiesta è Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell’università di Bologna e ideatore di Last Minute Market, spin-off accademico per il recupero sostenibile e solidale degli sprechi alimentari. Nel 2010 ha promosso la campagna “Un anno contro lo spreco” che ha portato il Parlamento Europeo a votare una risoluzione per ridurre gli sprechi alimentari del 50% e a proclamare il 2014 “Anno europeo contro lo spreco alimentare”. 

Professor Segrè, che cosa sprechiamo e perché?
In realtà sprechiamo tutto, anche le nostre vite. Gli alimenti e tutto il resto fanno parte di un’economia della crescita creata per sprecare. La nostra filosofia è quella del produrre e consumare all’infinito. Così, di conseguenza non si utilizza una parte importante dei prodotti acquistati.

Qual è la differenza tra rifiuto e spreco?
Tra rifiuto e spreco c’è una grossa differenza. Spreco significa gettare qualcosa che è ancora buono. E quello che buttiamo via costituisce circa i 2/3 dei rifiuti solidi urbani. Nonostante la crisi e la diminuzione dei consumi, il delta tra quello che acquistiamo e quello che sprechiamo è ancora elevato perché lo spreco è nel nostro dna.

Quali prodotti alimentari sprechiamo maggiormente?
Sprechiamo soprattutto quello che è deperibile, dalla frutta e verdura alla carne e latticini. Ma anche pasta e biscotti. Perché lo spreco è anche conseguenza delle etichette di scadenza dei prodotti. Sugli spaghetti, per esempio, c’è scritto “da consumare preferibilmente entro”. Questa data la decide il produttore, ma la pasta potrebbe essere consumata tranquillamente anche dopo. Invece il 28-30% dei consumatori la butta via. Per quanto riguarda la scadenza dei prodotti freschi che di solito è da rispettare, anche lì si generano molti sprechi. Al supermercato, per esempio, nel comprare lo yogurt scegliamo sempre il vasetto che scade un paio di giorni dopo rispetto agli altri. Così quello che scade prima probabilmente non lo sceglierà nessuno e andrà sprecato.

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Dove si origina maggiormente lo spreco alimentare?
Lo spreco è ovunque. Intanto in agricoltura, si spreca già nei campi, soprattutto d’estate o in periodi in cui il mercato non richiede molti prodotti. L’altro spreco costante è, poi, quello domestico. In Europa si butta via tra il 18 e il 27% dell’acquistato. Nella distribuzione o ristorazione invece lo spreco è minore perché lì si mira alla vendita. A casa invece quello che non si consuma, non si recupera più e finisce nel bidone della spazzatura.

Dall’esperienza maturata a livello accademico è nato il Last Minute Market. Cos’è e come opera?
Il Last Minute Market è una società spin-off dell’Università di Bologna che nasce nel 1998 come attività di ricerca. Dal 2003 diventa realtà imprenditoriale e opera su tutto il territorio nazionale. Il nostro obiettivo è non solo ridurre lo spreco a zero, ma anche dimostrare che un’altra forma di economia è possibile. E il modo da noi scelto per ridurre lo spreco è rigorosamente a chilometro zero, in modo ecosostenibile. Noi, infatti, guardiamo se vicino a ipermercati e supermercati ci sono enti caritatevoli e favoriamo il recupero di tutto ciò che non si vende proprio lì dove si forma l’eccedenza. Per questo ci chiamiamo “last minute market”.

Quanto costa smaltire i rifiuti alimentari?
Costa tantissimo smaltire i rifiuti. Innanzitutto in termini economici incide tra i 40 mila e i 60 mila euro l’anno, oltre ai danni che derivano dal mancato guadagno della vendita dei prodotti. Enorme è anche l’impatto ambientale.

Non pensa che il packaging alimentare sia eccessivo? Distribuire gli alimenti sfusi può essere una soluzione?
Abbiamo esagerato col packaging, la soluzione non è, però, vendere tutto sfuso. L’imballaggio deve essere ridimensionato, molto spesso alimenti come i biscotti vengono impacchettati in tre diverse confezioni. Così, si scarta oltre il 20% dei prodotti alimentari che acquistiamo. Poi magari carta e plastica possono essere riciclate ma dobbiamo lavorare all’origine del fenomeno.

Come possono essere ridotti gli sprechi?
Solo creando un meccanismo economico innovativo e virtuoso, affrontando il problema a monte. Perché gli sprechi non si riducono dando gli scarti ai poveri ma rendendo il sistema più efficiente in modo da risparmiare le risorse. Perché se non si fa ciò, aumentano sia gli sprechi sia gli affamati. Con la nostra attività i supermercati possono anche imparare dagli errori che commettono. Per esempio, in un ipermercato di Bologna a pochi metri dall’università, nel 2003 (il primo anno in cui siamo partiti con la nostra iniziativa) si sprecavano circa 150 tonnellate di prodotti l’anno mentre adesso se ne sprecano circa 80, quasi la metà. E questo per noi rappresenta un successo. La nostra missione, infatti, deve indirizzare chi produce, chi distribuisce e anche chi acquista verso un modello che consideri più la qualità che la quantità.

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