“Fortuna, istinto e tanto lavoro”, il testamento di Rita Levi Montalcini

In una delle ultime interviste, rilasciata nel maggio 2011, Rita Levi Montalcini affronta i grandi temi dello studio, della ricerca, del progresso. Occorre estrema dedizione, non chiusura: il ricercatore deve conoscere anche la società e i suoi problemi. E le donne, finalmente, hanno, nei paesi c...

31 Dicembre Dic 2012 1020 31 dicembre 2012 31 Dicembre 2012 - 10:20

Riproponiamo una delle ultime, se non l’ultima Intervista alla professoressa Rita Levi Montalcini. “La vera astuzia nella mia vita di scienziata è stata sempre quella di andare a fondo soltanto là dove mi sentivo veramente preparata”, pubblicata sulla rivista del Caf Uil
 

Professoressa, parliamo di donne e di giovani. Giovani ai quali non perde occasione di rivolgere consigli e suggerimenti. Qual è, dunque, l’atteggiamento migliore che un ricercatore deve avere rispetto al suo lavoro e nei confronti di quelli che esercitano la stessa professione?
Ritengo che sia dannoso per lo studioso rinchiudersi nella propria torre d’avorio tra provette e microscopi, senza stabilire rapporti con gli altri. Ed è un’esigenza dello spirito quella di comunicare i nostri dubbi, le certezze e le vittorie. Il giovane scienziato dovrebbe essere sempre a contatto con i più anziani e con i più giovani. Sotto questo profilo la mia esperienza personale è stata molto positiva nel periodo in cui insegnavo presso la Washington University di Saint Louis.
Arrivati a una certa età occorre diminuire l’attività didattica e aumentare quella scientifica. Insegnamento e ricerca possono tuttavia convivere fino alla fine, mentre ricerca e direzione amministrativa si combinano male. Personalmente non avrei mai lasciato la ricerca per una carriera amministrativa, alla quale sono connesse anche importanti posizioni di potere. Nel giovane ricercatore favorirei anche l’interessamento ai problemi sociali. Non trovo giusto che una persona viva solo per la ricerca e l’insegnamento. Considero molto importante che uno scienziato si occupi di altri problemi di natura etica e sociale. Scienziati di altissimo livello si sono dedicati, a un certo punto della loro vita, a questi problemi, che riguardano il futuro stesso dell’umanità.

E quindi?
Quindi, è come asseriva Amaldi: “La cosa principale per un ricercatore deve essere la dedizione all’oggetto della sua ricerca”. Sono infatti il desiderio e la passione, che guidano la nostra intelligenza. L’intelligenza certo è essenziale, ma da sola non basta se non si ha anche la capacità di dedicarsi con passione e perseveranza alla ricerca. Al giovane ricercatore, dunque, direi che prima di tutto è importante avere una guida per trovare il campo più adatto alla propria inclinazione e di sottovalutare, se può, le altre condizioni di tipo economico e di carriera.
Certo in Italia la strada è molto più difficile, ma il merito prima o poi finisce per affermarsi. Oggi i dirigenti preposti alla ricerca scientifica sono molto più consapevoli, rispetto al passato, che la maggiore ricchezza di una nazione consiste nel valorizzare le risorse delle quali dispone: non soltanto, come nel caso della nostra penisola, le bellezze naturali o l’arte, ma soprattutto la popolazione, dotata di una notevole capacità creativa, di dedizione e di grande attività produttiva sia nel settore industriale che in quello scientifico.

La donna in questo periodo, a torto o a ragione, è molto più protagonista di ieri. Per lei, che ha percorso tutto il secolo passato, la femminilità è stata un vantaggio o una difficoltà? E come si deve comportare oggi una donna: assecondare e imitare il modello maschile o caratterizzarsi nella sua diversità?
Non si tratta di voler essere diverse: siamo diverse. Non abbiamo un passato di tradizione e di successo come gli uomini. Veniamo ex novo sulla scena del mondo. Perché continuare a confrontarsi con gli uomini? A vederli come modelli? A loro possiamo riconoscere che sono riusciti a costruire la società di oggi, con i suoi meriti e difetti: tra questi l’aver favorito la competitività, l’ambizione e l’aver tollerato l’inumanità dell’uomo verso l’uomo. Abbiamo riconosciuto nell’uomo i caratteri negativi, ma dobbiamo anche riconoscergli quelli positivi che lo portano al successo, esplicati in ogni campo dello scibile umano. Ma nella donna ci sono altre attitudini e qualità che possono essere estremamente importanti. Va cercata quindi una via diversa che si muova da un principio etico-sociale. Alla ricerca non dell’affermazione di sé, ma della comprensione del mondo che ci circonda.

Comunque siamo ben lontani, soprattutto in alcune culture, dal raggiungere una piena parità dei sessi. O no?
È opinione generale, suffragata da rigorose ricerche, che le differenze dei contributi intellettuali femminili e maschili vanno essenzialmente ricercate nelle condizioni sfavorevoli alle quali è esposta la donna sin dalla nascita. È confortante constatare che nei Paesi più progrediti, dove sono diminuite, se non del tutto scomparse le discriminazioni, i contributi scientifici – e quelli in altre attività culturali – delle donne sono in continua crescita, quantitativamente e qualitativamente, e in alcuni settori gareggiano con quelli maschili, mentre permangono a livello molto basso nei Paesi nei quali ancora sussistono questi pregiudizi.

Va comunque detto che nel nostro e in altri Paesi ad alto sviluppo industriale, negli ultimi decenni del Novecento si è verificato un graduale, anche se lento, aumento della presenza femminile, non soltanto nel settore sociale ma anche in quello politico e scientifico.
Due cromosomi X hanno sancito per millenni il destino di centinaia di milioni di donne, in modo del tutto indipendente dalle loro naturali doti e inclinazioni. Ma i portoni che sbarravano la strada della parità sono oggi spalancati. Io che nei giorni della mia giovinezza li ho trovati sprangati, contemplo con gioia la lunga fila di giovani donne che incedono in massa su questa strada così rigidamente preclusa loro in passato.

Come ha fatto in questi contesti non certo felici ad avere un così grande successo nel campo della ricerca? E come è arrivata a importantissimi risultati?
Con la fortuna e con l’istinto. Conoscevo in tutti i dettagli il sistema nervoso dell’embrione e ho capito che quello che stavo osservando al microscopio non rientrava nelle norme. Una vera rivoluzione: andava, infatti, contro l’ipotesi che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni. Per questo decisi di non mollare.
Le mie scoperte nascono dall’intuito, dalla dedizione e dalla competenza scientifica. Ma c’è un altro segreto, ed è la capacità di conoscere i propri limiti. La vera “astuzia”, nella mia vita di scienziata, è stata sempre quella di andare a fondo soltanto là dove mi sentivo veramente preparata.

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