Mps, qualcuno ha fatto la cresta sugli acquisti dei Btp?

ESCLUSIVO. Controlli laschi, transazioni «potenzialmente anomale» con controparti «non primarie», acquisti di titoli «non sempre in linea con le migliori quotazioni di mercato». Nel 2009 l’audit interno di Mps sollevò il velo anche sulle irregolarità operative, sui titoli strutturati e sui troppi...

25 Gennaio Gen 2013 0924 25 gennaio 2013 25 Gennaio 2013 - 09:24
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Miliardi e miliardi di investimenti speculativi senza un’adeguata gestione dei rischi. Transazioni «potenzialmente anomale» con controparti «non primarie». Verifiche sui prezzi di carico degli strumenti finanziari più complessi «non sempre efficaci». Valutazioni delle posizioni aperte «caratterizzate da molte manualità», con il rischio di manipolazioni ed errori. 

La fotografia del Monte dei Paschi di Siena scattata dal rapporto ispettivo interno del 26 novembre 2009 svela nuovi dettagli su cosa succedeva realmente all’interno delle mura di Rocca Salimbeni e nelle controllate estere del gruppo: non solo sui rischi finanziari ma anche sulle falle operative. Allora l’istituto presieduto da Giuseppe Mussari veniva presentato come solido e votato a finanziare famiglie e piccole imprese. In realtà, pochi mesi prima, il cda aveva varato un «nuovo impianto strategico di investimento», da modulare secondo cinque diversi approcci. Scommesse fondamentalmente basate sul carry trade (prendere a prestito capitali per investirli a un rendimento superiore al costo del finanziamento). Era il 14 maggio 2009: la data ufficiale in cui Mussari si lancia nella speculazione con la furia di un hedge fund

Finanza Proprietaria

Le strategie speculative di Mps varate dal cda del 14 maggio 2009  (clicca sulla tabella)

Il cda e il management della banca si illudevano di tamponare il calo di redditività dell’attività bancaria tradizionale con il miraggio del guadagno facile. Al 30 settembre 2009 erano stati investiti solo 5,89 miliardi di euro rispetto agli 8 inizialmente ipotizzati. Nel tempo, comunque, l’obiettivo verrà abbondantemente superato. A fine 2011 il portafoglio titoli di proprietà della banca aveva raggiunto 38 miliardi contro i 25 miliardi di due anni prima. La crisi aveva spinto ad aumentare i rischi, anziché ridurli, grazie alla liquidità erogata dalla Banca centrale europea per fronteggiare la crisi.

Acquisti a prezzi fuori mercato

A sollevare il velo sulle anomalie organizzative ed operative nelle operazioni di compravendita di titoli e derivati è un allegato del rapporto ispettivo.  «Negli ultimi mesi l’Area finanza ha effettuato ripetutamente negoziazioni con broker non primary dealer sul mercato, e peraltro, taluni contratti sono stati chiusi a prezzi non di mercato, cioè al di fuori del range dei prezzi massimi e minimi della giornata di negoziazione», si legge. L’Area finanza era guidata da Gian Luca Baldassarri uscito dalla banca nel marzo 2012, mentre il direttore finanziario e vicedirettore generale era Marco Morelli. Non tornano le modalità di acquisto di Btp, sui bond societari e su altri prodotti strutturati, nonché le modalità di valorizzazione delle posizioni in portafoglio. 

«Gli acquisti di titoli corporate effettuati per partite elevate non sono stati effettuati con controparti primarie per questa tipologia di mercato; gli acquisti sono stati invece realizzati quasi esclusivamente tramite controparti (Centrosim, Creditex...) non usualmente attive su questo tipo di mercato o mediante agenzie (Fortis Service) che di norma svolgono il servizio di regolamento per altri soggette», scrivono i revisori interni guidati da Andrea Furlani (da non confondere con la società di revisione esterna dell’epoca, Kpmg).

«Diverse operazioni sono state segnalate dalla funzione Controllo del rischio come potenzialmente anomale». Spicca l’acquisto di una partita di Bund, realizzato con Fortis Service. «I prezzi di acquisto – scrive Furlani – si collocano costantemente su livelli massimi di prezzo, registrati nel corso della giornata. In particolare, per due deal realizzati il 28 aprile e il 6 maggio, emerge che il prezzo di acquisto si colloca sui livelli massimi di prezzo, registrati a inizio giornata, nonostante i deals siano stati inseriti nei sistemi gestionali solo nel tardo pomeriggio». 

Nomura pigliatutto

L’operatività in derivati, invece, «è svolta prevalentemente con la sola controparte Nomura; questo, ancorché le operazioni siano coperte da collaterale, non agevola i traders nella ricerca sui mercati di spuntare le migliori condizioni possibili». Nomura è la stessa banca d’affari che ha gestito la ristrutturazione del veicolo Alexandria, a fine luglio 2011. Le analisi svolte rivelano che gli acquisti del desk Credit derivatives e Corporate bond «sono stati effettuati sistematicamente alle quotazioni “lettera” [cioè il prezzo a cui un venditore è disposto a cedere un titolo, ndr] o di poco superiori ai prezzi forniti da primarie controparti». Dal 2009 al 2011 i valore dei derivati di trading, evidenziati nel passivo, salgono da 9 a 15 miliardi. Valori analoghi si riscontrano nell’attivo. I derivati di copertura con valore di mercato negativo (principalmente swap) passano invece da 932 milioni a 4,3 miliardi.

Da una verifica dai prezzi delle transazioni su bond societari, «confrontandole con le quotazioni di alcuni contributori su Bloomberg, si evidenzia un mispricing peggiorativo per la Banca di circa mezzo punto percentuale». Si trattava di transazioni da 15-20 milioni concluse fra maggio e giugno 2009 con controparti quali Tullet Tok di Londra, Fortis Service, Jp Morgan. La giustificazione data da Baldassarri è che «la liquidità era scarsissima».

Controlli laschi

Nella prassi delle banche più evolute in genere, le transazioni su titoli con controparti professionali sono sempre tracciabili per evidenti ragioni di controllo interno: perciò avvengono tramite piattaforme telematiche o su telefoni sottoposti a registrazione, anche laddove la normativa potrebbe lasciare qualche spazio di libertà. Non così in Mps. Anzi, il ritardo nelle registrazioni contabili e la non tracciabilità delle negoziazioni sono un’altra anomalia più volte sottolineata dagli ispettori interni.

Nella filiale di Londra di Mps molte operazioni erano state chiuse al cellullare aziendale, per cui è stato possibile ricostruire cosa sia avvenuto. «Molti deals, circa il 45% in termini di nozionale, sono inseriti nei sistemi gestionali successivamente alla trade date. Al riguardo, il responsabile del settore Credit derivatives e Corporate bond di Londra [Pompeo Pontone, ndr] segnala che il desk spesso opera su titoli illiquidi e per size rilevanti, lasciando ordini “aperti” sul mercato».

Nelle sedi di Siena e Milano, invece, si va a caso: dipende da chi trasmette gli ordini. A fronte di un ordine di Baldassarri «non sono presenti registrazioni telefoniche in quanto l’apparecchio non è sottoposto a registrazione audio». Nove operazioni di acquisto sui Btp «sono state effettuate sulla piazza di Milano da tre risorse ex Antonveneta utilizzando piattaforme prive di registrazioni telefoniche».

Quando il rapporto viene presentato al cda, a inizio gennaio 2010, è stato già deciso di porre rimedio con l’installazione di «piastre telefoniche con cui è possibile effettuare specifici controlli», garantendo al tempo stesso la privacy dei dipendenti.  Ma con motivazioni diverse tanto Baldassarri quanto i tre ex Antonveneta a Milano sfuggono al nuovo corso. Anche «il responsabile del desk Long/short equity, in mancanza di uno specifico obbligo normativo, ha preferito che il proprio apparecchio telefonico non fosse sottoposto a registrazione». 

Che numeri finivano in bilancio?

Dopo il crac della Lehman, per ovviare alla illiquidità di titoli strutturati e cartolarizzazioni, le banche erano state autorizzate a trasferire posizioni dal portafoglio di trading (valutazione in base ai prezzi di mercato o “mark to market”) a quello bancario, dove la valutazione dei titoli lascia margini di discrezionalità ma richiede comunque di monitorare con attenzione i titoli, per garantire una rappresentazione corretta e veritiera in bilancio.

Per queste ragioni, sul punto i revisori dell’audit interno sono netti: sapevano di star camminando su un campo minato. Scrivono di «carenze di controllo sulle modalità operative adottate nell’impairment test e mancanza di una policy interna» al riguardo. Non nascondono di aver individuato «talune operazioni effettuate al di fuori dei sistemi aziendali in assenza di regole codificate», contratti inseriti nei sistemi gestionali «successivamente alla data di negoziazione» e «non sempre in linea con le migliori quotazioni di mercato». Altre volte vi sono «differenze nelle valorizzazioni dei prezzi di alcuni titoli obbligazionari presenti contemporaneamente nel portafoglio della capogruppo e delle controllate estere». 

Vari passaggi dell’ispezione interna avrebbero dovuto richiamare l’attenzione del direttore generale Antonio Vigni, di tutti gli amministratori, dei sindaci e della società di revisione Kpmg. Ma anche degli ispettori della Banca d’Italia che fra maggio e agosto 2010 ispezionarono Rocca Salimbeni. Furlani e gli altri sette revisori interni segnalavano una «insufficiente attività di controllo sui prezzi di chiusura dei deals e su quelli necessari a valorizzare i titoli presenti nei portafogli». Inoltre, si raccomandava di «definire limiti (anche nominali) per singolo deal e poteri di firma» e di rivedere il processo di gestione e monitoraggio «dei prodotti più complessi ovvero di quelli strutturati ad hoc da parte di controparti istituzionali». Non fecero nomi, è vero. Ma è in questa crepa che si sono inserite Nota Italia, Santorini, Alexandria e le relative ristrutturazioni, contabilizzate a prezzi “di simpatia”, o come dicono i banchieri d’affari «a condizioni non di mercato».

Twitter: @lorenzodilena  

 

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