L’università italiana torna indietro di dieci anni

ESCLUSIVO. Ecco i tutti i finanziamenti del ministero agli atenei italiani, che segnano un balzo indietro di un decennio. Gli studenti iscritti alle università sono sempre meno, corsi e sedi sono sempre di più. Ma i soldi non bastano neanche a pagare gli stipendi. Ultima puntata della serie Il fe...

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30 Gennaio Gen 2013 0710 30 gennaio 2013 30 Gennaio 2013 - 07:10

In Italia un ateneo su tre è congelato. Non può assumere, se non per sostituire il personale andato in pensione l’anno precedente. Una situazione che riguarda tanto le piccole sedi quanto i big come La Sapienza di Roma, il Politecnico di Milano, o la Federico II di Napoli. In totale sono 22 su 60 le università pubbliche che sforano i paletti imposti dalla spending review. Con il D.lgs 49/12, infatti, l’esecutivo ha fissato un tetto alla spesa per il personale e all’indebitamento in percentuale alle entrate, rispettivamente all’80 e al 10 per cento.

Dalla tabella, visibile sul sito del ministero, emerge un quadro disperato: al netto dei pagamenti a docenti, ricercatori e dipendenti vari, in cassa rimangono pochi spiccioli. Dei 137 milioni racimolati dall’Università di Siena nel 2011 – tra rette degli studenti e il fondo ordinario per le università (Ffo), in genere per ogni 100 euro 75 provengono dal Ffo e 15 dagli studenti – ne sono avanzati soltanto 25 milioni. Stesso discorso per Foggia, 38,5 milioni incassati e 32 spesi, o Macerata, 44 milioni entrati, 35,6 usciti. Unita al blocco del turnover nella Pa, che risale al 2009, la cronica mancanza di risorse sta uccidendo gli atenei minori, che non hanno fondi per confermare docenti e ricercatori, e dunque subiscono un elevato turnover che inevitabilmente abbassa la qualità della didattica. D’altronde, i fondi ministeriali servono a malapena a pagare gli stipendi a fine mese. Numeri che non stupiscono in un Paese che spende in media 9mila dollari per studente (dati Ocse Education at a glance 2011, vedi pag 209) rispetto a una media Ocse di 14mila. 

Secondo i dati elaborati dal Comitato di valutazione del sistema universitario (Cnvsu), che Linkiesta è in grado di mostrare in anteprima, l’università italiana ha fatto un balzo indietro di un decennio. Gli anni delle vacche grasse – tra il 2002 e il 2004, e tra il 2007 e il 2009 – sono un vago ricordo. Nel 2011 La Sapienza di Roma ha ricevuto dallo Stato quanto nel 2000 (rispettivamente 519 e 517 milioni di euro, circa 4mila euro a studente), così come Napoli, Palermo, Catania e Bari. Bologna e Torino sono tornate indietro al 2006, mentre Padova e la Statale di Milano al 2007. Spulciando il consuntivo del Ffo, invece, si scopre che dal 2008 a oggi gli stanziamenti sono scesi di 60 milioni (-8%), da 7,42 a 6,82 miliardi. Una media di quindici milioni di euro in meno l’anno.

Finanziamenti Universita

C’è chi commenta gli ultimi vent’anni dell’università italiana usando la metafora di Starbucks: è come se la catena statunitense avesse acquistato d’un colpo tutti i bar italiani. Se prima c’era un solo prodotto, mediamente buono ovunque, oggi sul mercato ce ne sono oltre duecento, dalla qualità difficile da valutare. A inizio ‘900 gli atenei erano 26, oggi il ministero ne riconosce 95 (comprese le 11 università telematiche) su un territorio che conta 110 Province. Considerando anche le sedi staccate, la cifra sale a quota 280. Peccato che, nel frattempo, le aule universitarie siano sempre meno affollate.

LaureatiuniitaFonte: "I nuovi laureati, la riforma del 3+2 alla prova del mercato del lavoro"

Due gli imputati: la legge 537 del 1994, che ha introdotto una finta autonomia finanziaria degli atenei – che ha dato il là alla moltiplicazione degli atenei “sotto casa” – e il processo di Bologna, noto ai più come la riforma del 3+2. «Prima del ‘94 i fondi venivano erogati per 21-22 capitoli tra di loro impermeabili. Se risparmiava su una voce, in altre parole, l’ateneo non poteva utilizzare quei risparmi per spenderli in un altro capitolo, quindi si tendeva a saturare disponibilità. L’art. 5 della legge 537, invece, dice: mettiamo assieme capitoli di bilancio, chiamiamolo “fondo per il finanziamento ordinario” e lasciamo alle università l’autonomia di decidere se investire in biblioteche, laboratori, o pagare di più o meno il personale docente», spiega a Linkiesta Guido Fiegna, membro del Cnsvu e dirigente del Politecnico di Torino, che denuncia: «Fu una grandissima innovazione che ha trovato tanto le università impreparate quanto il ministero scarsamente attrezzato ad utilizzarla, visto che è abituato a gestire favori e non fondi in una logica efficiente». Risultato? «Le università sono state lasciate libere di definire la retta da pagare nei posti economicamente più forti, mentre in altri sono rimaste costanti. Il ministero, dal canto suo, non ha mai voluto introdurre un correttivo che faccia almeno riferimento alla capacità contributiva come il Pil regionale», conclude Fiegna.

«Come tutti gli enti erogatori di servizi, anche l’università ha una dimensione ottimale», osserva Daniele Checchi, professore di Economia politica in Statale ed esperto di temi legati all’istruzione. Spiega l’economista: «I requisiti minimi ministeriali prevedono che per erogare un corso universitario triennale siano necessari almeno 12 docenti – l’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) fissa il minimo in 4 docenti per ogni anno accademico – ma 12 docenti sono meno di un terzo del numero minimo di persona per un dipartimento, pari a 45». «Una bassa mobilità degli studenti, per motivi culturali ma anche economici, ha moltiplicato le sedi», continua Checchi, che propone una soluzione: «Anche in Usa i paesini hanno i city college, equivalenti alle nostre “sedi staccate”, ma le università più importanti sono nei centri più grossi. Dunque si potrebbe mantenere l’attuale diffusione territoriale per i corsi triennali, ma far spostare gli studenti per i corsi magistrali. Ciò farebbe sì che le università più grosse si qualifichino ulteriormente».

TriennalemagistraleFonte: "I nuovi laureati, la riforma del 3+2 alla prova del mercato del lavoro"

Il secondo imputato è il decreto ministeriale 509 del 3 novembre 1999, noto ai più come la riforma del 3+2, frutto del Processo di Bologna, avviato con lo scopo di uniformare l’istruzione universitaria a livello comunitario. Lo spacchettamento tra laurea triennale e magistrale (rese indipendenti l’una dall’altra dal dm 270/2004) ha velocizzato i tempi per laurearsi e ha ampliato la platea dei laureati – nel 2000 solo il 9% della popolazione tra 25 e 64 anni aveva una laurea, contro una media Ocse del 22%, mentre l’età media dei laureati, solo il 45% degli iscritti, era di 27,6 anni – ma moltiplicando strutture e corsi: il decreto del 1999 prevedeva 50 classi di laurea triennale (ridotte a 46 nel 2004) e ben 109 classi di laurea specialistica (ridotte a 107 classi di laurea magistrale nel 2004). Non è servito.

Un’approfondita indagine della Fondazione Agnelli, (I nuovi laureati, la riforma del 3+2 alla prova del mercato del lavoro, Laterza), evidenzia infatti che: «A partire dall’anno accademico 2008-09, […] gli iscritti per la prima volta al sistema universitario sono scesi sotto quota 300.000. Un numero deludente se rapportato ai circa 330.000 immatricolati dei primi anni del nuovo secolo, o persino al picco di 370.000 matricole registrato nei primi anni Novanta». Al contrario, gli insegnamenti per docente sono saliti da 1,9 del 2000 ai 2,5 del 2009. Con situazioni paradossali: una miriade di esamini da pochi crediti, spesso accorpati per fare “massa critica” a livello di crediti universitari. E un’esplosione degli organici.

DocentiuniitaFonte: Associazione Treellle

Nel rapporto I numeri del cambiare, realizzato dall’Associazione Treellle sulla base di dati Oecd e dalla Fondazione Rocca, se ne trova un chiaro riscontro: dal ’99 al 2009 i prof universitari sono passati da 69 a 97mila, mentre nello stesso lasso di tempo in Francia sono scesi da 97 a 84mila, in Germania da 116 a 114mila, e in Spagna da 62,5 a 72,7mila. I dati qui riportati, peraltro, si riferiscono ai decennio conclusosi nel 2009 e includono anche collaboratori e insegnanti a contratto, mentre i più recenti dati rilasciati dal Ministero (che fanno riferimento solo ai docenti di ruolo) contano 57 mila professori universitari nel 2012.

L’età media del corpo docente valutato da Treelle è 51 anni, rispetto ai 45 degli altri Paesi. «In particolare, l’assenza di una regia generale della riforma e di un adeguato sistema di controllo e valutazione ha spinto le istituzioni universitarie verso atteggiamenti autoreferenziali e, comunque, orientati più a espandere gli organici che a innovare la propria offerta con proposte in sintonia con i bisogni formativi di una popolazione studentesca più ampia e con le esigenze del mercato del lavoro», conclude amaro lo studio della Fondazione Agnelli. C’è da dire che, dal 2009 a oggi, secondo i dati evidenziati dal Consiglio nazonale universitario, in sei anni (2006-2012) i docenti sono poi scesi nuovamente del 22 per cento. 

Tant’è che, evidenzia il report dell’associazione Treellle, il tasso di stranieri che frequentava gli atenei italiani nel 2009 era al 3,3% nel 2009, rispetto a una media Ocse dell’8,7 per cento. Andrea Mariuzzo, ricercatore alla Normale di Pisa specializzato nello studio comparato dei sistemi universitari, osserva: «L’autonomia dell’università in Italia si è risolta localizzando il reclutamento. Eppure la sede locale non è responsabile di chi prende, perché il concorso è nazionale e l’assegnazione casuale. Gli stipendi li paga il ministero, la mobilità è ferma. In altre parole, l’autonomia è circoscritta alle assunzioni. L’unico ambito dove gli atenei hanno avuto grande libertà d’azione è l’edilizia, uno dei capitoli dove c’è stata grande libertà d’azione dal ’99 a oggi».

Creando un rapporto opaco e incestuoso con le amministrazioni locali, che hanno utilizzato questo escamotage per essere più incisive nell’economia locale. Da un lato l’ente che costruisce facendo lavorare le aziende della zona, dall’altro l’università che può dare in garanzia un immobile alla banca per indebitarsi. Un gioco che fa comodo a tutti. Caso emblematico delle disfunzioni degli atenei è l’università di Siena, che ha fittiziamente coperto un buco da 200 milioni di euro dal 2003 al 2007, come hanno ipotizzato i pm Nastasi e Natalini. Per non parlare dei concorsi per il personale amministrativo. Un circolo vizioso difficile da rompere. Potentati, interessi locali e pochi soldi da spendere, un mix che rende piuttosto complesso – e forse inutile – valutare la qualità dei corsi universitari. 

Oggi il compito spetta all’Anvur, ente nato originariamente per monitorare i frutti della ricerca finanziata dallo Stato, ma – è questa la critica condivisa da gran parte del mondo accademico – poteva avere una ragion d’essere all’epoca dei ministri Mussi e Moratti, ma è entrato in funzione con la Gelmini. In un periodo, cioè, di tagli drammatici. Due sono le critiche mosse all’Anvur: non essere del tutto indipendente dal ministero e non essere del tutto affidabile come strumento di valutazione dei singoli ricercatori, compito affidatole in tutta fretta dal ministro Profumo.

Stefano Fantoni, presidente dell’Anvur, risponde così a Linkiesta: «La prima critica, mossa da una minoranza piuttosto rumorosa, è falsa: l’Anvur è un ente autonomo che non è alle dipendenze del ministero, i suoi componenti sono stati nominati, dopo una selezione da parte di un search comittee internazionale, dal Presidente della Repubblica. Siamo in 7 e abbiamo 400 collaboratori, i quali a loro volta stanno usando 18mila refree sul territorio. Dire che non siamo competenti è del tutto fuori luogo». Sulla seconda è più morbido: «È chiaro che se dovesse perdurare questa situazione di strutturale sottofinanziamento la valutazione del sistema diventerebbe poco efficiente. Noi ci auguriamo di migliorarlo, sperando che le cose a loro volta migliorino». Il lavoro dell’Anvur, spiega Fantoni, segue tre direttrici: «La valutazione della ricerca che si fa all’interno delle università: riusciremo a dare entro la prima metà del prossimo anno i risultati complessivi, dipartimento per dipartimento».

Si tratta di una fase, prosegue Fantoni, «consistita nell’analizzare la qualità media della ricerca, nel senso che per ciascun docente abbiamo chiesto in un settennio almeno 3 lavori pubblicati, e abbiamo preso in analisi questi tre lavori». La seconda riguarda la congruità dei corsi di laurea, per «verificare se ci sono le condizioni necessarie per l’accreditamento dei corsi, come il numero minimo di docenti strutturati all’interno dell’università. Chi non rispetta i requisiti potrebbe chiudere. Questo è un proecesso che dobbiamo fare ogni 3 anni». Infine «dobbiamo “valutare l’autovalutazione” degli atenei, cioè le strategie e la loro verifica. Tecnicamente il processo si chiama Ava, partirà il mese prossimo e andrà avanti per sempre, con ispezioni in loco a sorpresa per verificare la veridicità delle informazioni fornite». In estrema sintesi: l’Anvur dovrà monitorare il modo in cui il ministero spende i soldi in base alle sue valutazioni. Il progetto più ambizioso, al quale sta lavorando direttamente Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, è però «una misurazione qualitativa del livello d’apprendimento dei nostri studenti», conclude Fantoni.

Un buon punto di partenza per mettere in competizione gli atenei è indirizzare per merito i fondi del Firb (Fondo per gli investimenti nella ricerca di base) e dei Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale). Un modo per spingere una riforma a costo pressochè zero: chi utilizza meglio i fondi per fare ricerca attrae più studenti, più studenti significa più tasse e dunque più risorse su cui fondare una reale autonomia finanziaria per creare un piano didattico ambizioso. È quello che fanno già università private come Cattolica, Bocconi o Luiss, con rette universitarie 5 o 6 volte sopra la media del pubblico e cospicui stanziamenti statali. Ammesso e non concesso che alle piccole e medie imprese a trazione familiare interessi avere del personale altamente specializzato.

 

 

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

 

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