Ricerca e sviluppo, la Cina investe più di tutta l’Europa

Crescono gli investimenti dell'Asia in ricerca e sviluppo. La Cina è diventata il secondo Paese al mondo dopo gli Usa per quantità di soldi investiti, con una cifra pari a quella di Germania, Francia e Italia messe assieme. Ma chi c’è dietro i soldi asiatici? Le grandi aziende private sotto il co...

10 Febbraio Feb 2013 2126 10 febbraio 2013 10 Febbraio 2013 - 21:26
...

Non è nel centro dominante di Nord America, Europa, Giappone che la crescita del settore ricerca e sviluppo (R&D) è stata più consistente. E non è qui che gli investimenti, sia pubblici che privati, si sono espansi più rapidamente. I Paesi che spendono di più nel settore sono gli Usa, il Regno Unito, la Francia, la Germania, il Giappone, la Cina e la Corea del Sud. Sette Paesi che coprono da soli il 71% degli investimenti globali in R&D. Ma questi investimenti crescono con particolare rapidità in Asia, e in modo spettacolare in Cina, il secondo Paese al mondo per quantità di soldi investiti in ricerca subito dietro gli Usa, con una cifra pari a quella di Germania, Francia e Italia messe assieme. Gli investimenti in ricerca aumentano anche per altri Paesi asiatici, in particolare in Corea, mentre resiste anche la fortezza giapponese.

La conquista del secondo posto da parte della Cina è la conseguenza dell’impressionante crescita di investimenti a tutto campo fatti nel settore della ricerca e sviluppo negli ultimi dieci anni, una crescita superiore addirittura a quella del suo Pil. L’intensità degli investimenti in ricerca è raddoppiata in Cina tra il 1999 e il 2009, raggiungendo l’1,7 per cento, più o meno la stessa percentuale del Regno Unito. E mentre anche Usa, Giappone e Corea mostrano un’alta intensità di investimenti, l’Unione Europea nel suo complesso sfoggia una performance piuttosto modesta, a causa di molti Paesi con punteggi bassi, come Spagna e Italia.

Ma chi c’è dietro i soldi asiatici? Contrariamente alle aspettative, i governi asiatici investono in ricerca relativamente poco rispetto a Usa ed Europa. Ma certo non occorre ricordare che in Asia il governo ha una influenza maggiore sulle decisioni di attività private di ricerca e sviluppo, soprattutto in Cina, dove molte grandi aziende private sono sotto il controllo statale o comunque sotto la sua influenza.

Le differenze tra i diversi settori di investimento aiutano molto a spiegare la variazione dei trend mondiali nei rapporti tra R&D e pil. L’aumento degli investimenti asiatici nell’innovazione si concentra per lo più nella Information & communication technology, area con alte opportunità tecnologiche e con externalities (o effetti esterni ndr) positivi. Il fallimento dell’Europa nell’aumentare il suo rapport R&D/Pil è spesso ricondotto proprio alla sua incapacità di specializzarsi nel settore high-tech. 

Ma quanto è redditizio l’investimento asiatico nella ricerca? E si sta traducendo davvero in nuove invenzioni? Uno strumento di misura dell’innovazione è il numero di brevetti. I fatti dimostrano che la crescita degli investimenti asiatici nella ricerca si traduce in una crescente archiviazione di brevetti. La brevettazione asiatica è infatti aumentata ancora più rapidamente degli stessi investimenti nel settore. E coerentemente con questo, la percentuale statunitense sul totale mondiale dei brevetti sta calando, e si sta erodendo anche la posizione dell’Europa.

Ma anche se la quota cinese sul totale mondiale di brevetti è cresciuta più velocemente di quella relative ai suoi investimenti in ricerca, la Cina resta di gran lunga una potenza minoritaria, alla pari della più piccola Corea. Inoltre, se consideriamo le invenzioni di maggior valore (quelle protette nei principali mercati mondiali come Usa, Ue e Giappone), lo share cinese resta minuscolo, a dimostrazione che l’onda di nuove invenzioni cinesi non possiede ancora un forte orientamento internazionale.

In questo, sono gli Usa a mantenere la loro posizione dominante, insieme al Giappone, mentre lo share dell’Unione europea sta calando in modo considerevole. La crescita asiatica di brevetti del settore R&D è decisamente concentrata sulle Information & communication technology. Per quanto riguarda le altre tecnologie ad alto potenziale di crescita, come le clean-tech o le nanotech, la sfida, sul campo da gioco mondiale, resta aperta. Il mercato globale dei prodotti farmaceutici resta dominato da Unione Europea e Stati Uniti. Nel complesso, le economie di Cina e Corea non sono ancora specializzate in beni e servizi cosiddetti knowledge-intensive, ad alta intensità di conoscenze.

Tutti i Paesi che più investono in ricerca stanno concentrando sempre più le loro attività economiche in beni e servizi knowledge-intensive. In questo, sono gli Stati uniti i più specializzati, mentre la Cina è all’ultimo posto, con l’Unione Europea a metà strada. 
Inoltre, ogni regione si sta specializzando in differenti settori dell’high-tech. Mentre Stati Uniti ed Europa hanno delocalizzato la produzione di Ict in Asia, il settore farmaceutico e quello dei servizi resta con forza appannaggio dell’Occidente.

La crescita plateale dell’export di beni high-tech, in particolare del settore Ict, potrebbe anche sembrare impressionante, se paragonata all’ampio deficit commerciale di tali beni di Europa e Usa. Ma il ruolo cinese si limita ancora per lo più all’assemblaggio, con poco contributo locale di valore aggiunto. La Cina non sta nemmeno trattenendo valore dalla produzione di high-tech e nemmeno sta capitalizzando le sue capacità scientifiche e tecnologiche in questi settori.

Tutto sommato, sebbene la crescita asiatica, e in particolare cinese, nell’innovation è un fenomeno autentico, è ancora decisamente meno concreta della crescita asiatica di investimenti nell’R&D: la Cina deve ancora diventare un vero sviluppatore di invenzioni ad alto valore aggiunto, e andare oltre il semplice assemblaggio. Sarebbe comunque errato sottovalutare il potenziale innovativo del gigante asiatico, che ha sicuramente l’ambizione di diventare in questo un Paese leader a livello mondiale, creando e trattenendo il valore aggiunto dell’high-tech, soprattutto in settori mirati.

Ma sarebbe parimenti errato vedere nella crescita di Cina e altri Paesi asiatici una minaccia all’Europa. Allo stesso tempo, le opportunità che la globalizzazione della ricerca e sviluppo può offrire all’Europa, non possono essere date per scontate. Come dimostrano i dati, l’Europa sta lottando più degli Sati Uniti nell’erigere roccaforti nel settore dei beni ad alta intensità di conoscenze, soprattutto in nuovi settori e con nuove tecnologie di alta qualità.
Ma se vuole mantenere un posto al tavolo della innovazione globale, l’Europa deve incoraggiare la sua capacità di innovazione. E sebbene questo appello è rivolto a tutti i Paesi europei, è valido soprattutto per quelle grandi nazioni a basso tasso di innovazione come l’Italia.

La questione più importante per l’Europa ora, non è tanto se le capacità tecnologiche, scientifiche o di innovazione asiatiche continueranno a crescere, ma chi riuscirà a usare tali abilità per creare e trattenere valore. La ricerca e sviluppo aziendale e l’innovation restano oggi fortemente concentrati tra pochi attori mondiali. Il modo in cui queste aziende reagiranno e cavalcheranno la crescita scientifica e tecnologica dell’Asia sarà fondamentale per stimare l’impatto sull’Europa. 

*Bruegel think tank

Articoli correlati