La grana della voce di Gabriele Basilico

Un incontro con il grande fotografo, e una trascrizione dello scrittore Gianluigi Ricuperati.

17 Febbraio Feb 2013 1504 17 febbraio 2013 17 Febbraio 2013 - 15:04

Il risentimento – cieco, ovale, stizzito, ringhiante - è il risultato di una sottrazione: la messa a fuoco del proprio talento, meno il valore che gli altri gli riconoscono. Se il saldo è positivo, o solo lievemente negativo, la tua voce cambia, il tono cambia, lo sguardo cambia, la felicità momentanea negli scambi tra esseri umani è tecnicamente dolce e possibile. Le persone che hanno messo a frutto il proprio talento, e che hanno avuto la fortuna di vederlo riconosciuto anche aldilà delle proprie aspettative, di rado conoscono il risentimento. E Gabriele Basilico, che ho frequentato a tratti, per ragioni di ‘lavoro culturale’, negli anni compresi fra il 2007 e il 2011, è stato un uomo eccezionalmente dotato ma anche molto fortunato nella ricezione critica, nella fama meritata e non problematica, nell’incontro con tanti compagni di strada maestri e allievi. Un uomo totalmente privo di risentimento. Lo ricordo dolce, modesto, colto, attento, curioso di ciò che facevo e di ciò che non sapeva. Nel 2011 ho chiesto a Gabriele di raccontare Luigi Ghirri. Era all'interno di una rassegna in cui 'i grandi vivi' narravano le vite dei 'grandi morti'.

Ho così deciso di trascrivere qualche minuto letteralmente, millimetro vocale per millimetro vocale, senza cambiare nemmeno una parola, un passo falso, un incespicare – fino a rendere quasi impossibile la lettura, per provare a omaggiare questo grande uomo nel modo fonografico che forse, in fondo, avrebbe apprezzato. Lo faccio per sei minuti e tredici, perché il video caricato sul sito del progetto – canale150 – non consente di riprendere l’intero intervento, anche se il filmato esiste ed è ben protetto in un paio di hard disk. Vorrei così testimoniare di Gabriele, attraverso la sua stessa voce, e so che per varie ragioni nessuno può farlo al posto mio, in questa occasione, in questo sabato pomeriggio pre-elettorale.
(G. B. tiene le braccia conserte, stretto al petto il libro Quodlibet con gli scritti sulla fotografia di Ghirri e qualche foglio di appunti, lievi momenti del corpo e della testa)

“Buonasera. Eh…Confesso di avere… un grande imbarazzo, un po’ perché non sono abituato a parlare così, diciamo, con una telecamera, soprattutto quando racconto delle storie di fotografia, che sono i miei lavori eccetera, eh, per evitare il disordine, come dire, del racconto, scrivo, degli appunti, per non perdere delle cose importanti. In più parlare di un personaggio, di un amico importante, decisivo, per la storia della fotografia italiana e non solo della fotografia, come Luigi, che purtroppo per la cultura fotografica e per l’amicizia dei suoi è mancato nel ’92, ormai sono passati tanti anni, eh, è veramente complesso, su di lui si possono dire veramente tante cose, non solo come autore, non solo come poeta, non solo come uomo sensibile e attento alla realtà del mondo esterno, come lo, lo definiva lui, come lo definiva anche Gianni Celati, che sono dei modi di dire, di esprimersi rispetto agli spazi, che vengono dal linguaggio coniato appunto in quegli anni, e Ghirri ne è sicuramente uno dei protagonisti. E poi anche per, mmm, delle funzioni importanti che ha avuto su un piano culturale, dell’evoluzione della fotografia, che, prima, diciamo, tra gli anni settanta e gli anni sessanta, certo, era, la fotografia ha sempre avuto diciamo dei protagonisti sulla scena, ma non ha mai avuto un movimento di pensiero come si è realizzato dallo sforzo intellettuale e dalla riflessione e dalla delicatezza diciamo e dalla visionarietà, mi viene da dire, di Luigi.

Ma forse, adesso, per evitare di andare in tutte le direzioni, cerco magari di, di…un po’, ripensare un po’ all’inizio, come ci siamo conosciuti, perché in realtà siamo abbastanza coetanei, c’era un gruppo di fotografi nati negli anni quaranta, dico anche i nomi degli altri ormai ‘compagni di avventura’, di questo percorso abbastanza lungo che qualcuno tende a storicizzare, fa un po’ ridere pensare a questa parola, ma difatti è così, non si può nascondersi, e quindi non so Guido Guidi…Mario Cresci…e…Mimmo Jodice che aveva qualche anno di più, però, diciamo tutti autori che in qualche modo si sono impegnati sul tema del luogo, sul tema dello spazio, sul tema del paesaggio, sul tema della natura, sul tema difficile, e come dire, fibrillante, che in quegli anni aveva preso un po’ il sopravvento: in Italia non c’era un entourage fotografico, nel senso che non c’era un movimento, non c’erano musei, non c’erano gallerie, non c’era come dire quella struttura di comunicazione che a volte si svolge così negli incontri, nei dibattiti, in pubblicazioni eccetera, che è arrivata poi lentamente dopo. Certo, c’erano i circoli fotoamatoriali dai quali sono usciti anche dei grandi protagonisti come Paolo Monti, Gianni Berengo-Gardin, Fulvio Roiter, Mario Giacomelli, per dire i nomi più noti più illustri, di generazioni diciamo precedenti alla mia, ma…molto diverso dal clima che c’è adesso e che c’è, a partire… diciamo dalla metà degli anni ottanta. I nostri incontri, casuali, sono avvenuti, questo va detto è proprio, è scientifico, come memoria, come datazione, nel…nel sud della Francia, ad Arles. Nel luglio, eh, di ogni anno, ancora oggi, ormai sono passati quasi quarant’anni, ci sono questi rencontres della fotografia, che sono, corrispondono, a un festival di fotografia, che si sviluppa in una serie di mostre, sono diventati addirittura nei momenti diciamo di massimo splendore di investimento culturale diciamo del paese, della regione, sono diventate addirittura settanta mostre, anche di più. E…all’inizio erano molto meno. In ogni caso Arles è sempre stato un po’ il festival che ha riunito fotografi operatori della fotografia direttori dei musei galleristi organizzatori della cultura di diversi paesi del mondo. Per cui anche i fotografi italiani ‘impegnati’, o comunque, dico una parola un po’ buffa, ma ‘sognatori’, che sognavano un entourage o comunque un impegno distribuito collettivo come c’era in paesi come la Francia o gli Stati Uniti, paesi dove la fotografia fin dalle origini e come dire, nel tempo, si è costruita con un tessuto culturale e investimenti pubblici e quindi protagonisti pubblicazioni e…via dicendo..differenti, molto differenti, dal nostro paese. E quindi Arles è stato un luogo d’incontro.

Allora, io e Luigi ci siamo conosciuti lì, credo, verso la fine degli anni settanta, e così gli altri fotografi, e, perché, io son di Milano, stavo a Milano, Luigi in quel momento abitava a Modena anche se era nato in un paese in provincia di Reggio Emilia, Scandiano, e quindi non era facile incontrarsi, c’erano meno occasioni. A Milano c’era un'unica galleria, che era l’unica galleria italiana di fotografia, va anche detto perché è stato molto importante, specialmente per la scena milanese, il Diaframma, dove, grazie, al, come dire, alle iniziative e all’impegno di Lanfranco Colombo, il direttore, che adesso è.. ha.. ben più di ottant’anni, ma per tantissimi anni ha gestito l’unica scena in cui era possibile vedere delle mostre anche di autori importanti stranieri e dare spazio anche agli autori italiani, noti, e anche i più giovani, tutti siamo passati di lì, c’è passato Luigi Ghirri, con una mostra credo del ’76, o forse prima, ‘Paesaggi di cartone’, io ho fatto una mostra nel ’79, e quindi la nostra generazione, quella degli anni quaranta, ha transitato e ha trovato in questa specie di nebbia della cultura fotografica di quegli anni, un punto fermo…”

Trascrivo queste righe di sabato, e ho sbagliato disco, perché Music for Airports non separa il dentro dal fuori: fuori, in un azzurro terso pomeriggio di fine inverno Beppe Grillo invade lo spazio di una piazza della città in cui torno ogni fine settimana, Torino, una piazza vicinissima al mio studio. Penso alla fotografia di architettura, penso al banco ottico, e però non riesco a contrastare il suo banco acustico di aggressioni del comico condannato per omicidio colposo, music for elections in un paese-camaleonte. Penso che a piazza Castello ci troppi esseri umani accalcati per una fotografia di Basilico, anche se sono sicuro che sarebbe salito agli ultimi piani della Torre Littoria, un bel grattacielo quasi art decò eretto da Mussolini a spazzare l’area di rigore juvarriana, e ne avrebbe tirato fuori di sicuro un paesaggio composto, miracoloso, stranamente equilibrato – e quest’Italia post-Gabriele, pre-elettorale, infra-triste, ha così bisogno di un tocco di miracoloso talento che ricomponga le sue stranezze in un quadro equilibrato. Metto su un disco degli Zombies, e vado a vivere un po’. Au revoir, Gabriele.

*scrittore, direttore di Domus Academy

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