L’ombra della sindrome greca sulle elezioni italiane

I maggiori rischi: populismo e poche idee concrete

22 Febbraio Feb 2013 1755 22 febbraio 2013 22 Febbraio 2013 - 17:55
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Come la Grecia. Le elezioni italiane sono lo spartiacque di quello che sarà il futuro dell’eurozona e, di riflesso, dell’Europa. Da un lato, il populismo. Dall’altro, la pochezza di idee concrete per gestire le sfide che attendono l’Italia. In mezzo, l’incertezza e la sensazione, bruciante, di aver perso l’ennesima occasione per presentare qualcosa di realmente nuovo. Sullo sfondo, gli investitori e il resto del mondo, cioè coloro ai quali il Paese deve dare un segnale. Un cenno che, oggi più che mai, deve guardare non tanto ai prossimi cinque anni, ma ai prossimi dieci.

Il paragone con la Grecia non deve spaventare. Se si guarda ciò che successe l’anno scorso, è facile trovare dei parallelismi. Come in Italia la vera novità è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, in Grecia lo è stato il Syriza di Alexis Tsipras. Rinegoziazione dei patti europei, rifiuto delle politiche di austerity, smisurato desiderio di nazionalizzazione delle banche, parziale rifiuto della moneta unica: i punti base fra i due partiti sono vicini, come ha ricordato una nota di J.P. Morgan degli ultimi giorni.

Poi ci sono Partito democratico e Popolo della Libertà, con i loro corrispettivi in Grecia, cioè Pasok e Nea Dimokratia. In questo caso, la principale differenza è data dalla figura di Silvio Berlusconi. Al contrario del numero uno di Nea Dimokratia, ovvero Antonis Samaras, il leader del Pdl ha adottato una linea dura, sia con l’Europa sia con il precedente governo di Mario Monti. Paradossalmente più vicina a Grillo, e quindi al Syriza di Tsipras, che ai classici stilemi del Partito popolare europeo. Infine Monti. Definire la discesa in campo del presidente del Consiglio non è facile. Forse solo dopo il voto si sapranno le vere ragioni per una scelta che ancora adesso fa discutere, anche in ambito europeo.

Se l’ambiente politico è simile - facce simili, idee poche, alcune di queste distruttive (almeno a parole) - anche la congiuntura economica è analoga. La Grecia è andata al voto dopo la più prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia dell’eurozona, 206 miliardi di euro su circa 360 miliardi di debito complessivo. Non solo. Ha votato con una recessione alle spalle, e con la prospettiva di un altro anno di crescita negativa del Pil. Allo stesso modo, l’Italia ha vissuto sulla propria pelle cosa significa essere il focolaio della crisi dell’eurozona. Essere additati come una delle causa dei mali dell’euro è stato tanto pesante quanto significativo. È arrivato, sia per la Grecia sia per l’Italia, il sostegno incondizionato della Banca centrale europea. Del resto, non era possibile che l’istituzione guidata da Mario Draghi potesse lasciar cadere la sua stessa base fondante, l’euro.

Come l’anno scorso ad Atene, quest’anno a Roma sono transitati i leader europei in cerca di risposte. Il quadro è stato piuttosto desolante. Le rassicurazioni di Monti e Bersani si sono contrapposte alle sparate populiste di Berlusconi e Grillo. E in questa bizzarra dicotomia, in cui gli apparenti estremi si avvicinano, c’è tutta la campagna elettorale italiana. Di fronte a questo scenario, non deve sorprendere che ci sia un terzo degli aventi diritto al voto che non ha ancora deciso cosa votare.

L’obiettivo minimo dovrebbe essere quello di avere una maggioranza abbastanza forte per continuare con la strada fatta finora. C’è infatti una grande differenza fra l’Italia e gli altri membri forti dell’eurozona (e non solo). La strategia politica di un governo, che comprende anche la politica economica, è in genere orientata su obiettivi di breve termine e target di lungo periodo. Per raggiungere quest’ultimi è necessario una continuità di fondo che in Italia, negli ultimi 20 anni, non si è mai vista. Fare un confronto con quello che è l’esempio della Francia, della Germania o del Regno Unito è quasi impossibile. Il lavoro riformatore fatta da un governo non può e non deve durare solo una legislatura. In genere sono necessari due mandati prima che gli effetti delle politiche economiche si vedano. Lo è stato per la Gran Bretagna di Margaret Thatcher come per la Francia di Jacques Chirac o per la Germania di Helmut Kohl.

L’Italia è stato invece un Paese diverso. La debolezza strutturale dell’economia è data da un sistema burocratico troppo legato agli interessi di pochi, piuttosto che quelli della collettività. Sono 20 anni che si discute di riforme, liberalizzazioni, misure per liberare il potenziale di crescita del Paese. Eppure, la sensazione che si sia perso un ventennio è molta. Soprattutto, è legittima. Andando a riprendere gli editoriali del maggiori quotidiani ellenici prima del voto, non sarà difficile trovare più di un’analogia con questo sentimento.

Come la Grecia, l’Italia ha di fronte una sfida che è doppia. Da un lato deve dimostrare di credere in se stessa, cercando di darsi un futuro migliore con quello che ha a disposizione tramite il voto. Come ha ribadito la Commissione europea, il tempo dell’austerity è finito. Ora deve iniziare quello della crescita. Come farlo, tuttavia, in assenza di una continuità di fondo?

Dall’altro lato ha però di fronte un progetto ben più ampio. Quando analisti e investitori affermano che dalle elezioni italiane dipende un pezzo del futuro dell’eurozona (e dell’Europa), hanno ragione. Come è possibile essere forti fuori dai confini nazionali, nei vari summit europei e internazionali che si susseguiranno, senza esserlo all’interno del proprio territorio? Come è possibile negoziare, al fine di ottenere il massimo risultato dati gli interessi particolari, nella stesura dei trattati europei se poi non si riesce a governare nemmeno nel proprio Paese? Il risultato, e lo so è visto in Grecia, è quello del commissariamento.

Dopo il governo tecnico di Lucas Papademos è arrivato Antonis Samaras. L’emergenza non è certo finita, ma non grazie ai politici ellenici, bensì alle misure adottate dall’alto, ovvero Bruxelles. L’Italia, per la sua storia e per il suo ruolo a livello internazionale, non può essere paragonata alla Grecia. Eppure, fatte le dovute proporzioni, lo scenario potrebbe essere quello.

La pressione degli investitori internazionali potrebbe fare il resto. A fronte dell’incertezza politica, la scelta dei risk manager potrebbe ridursi a due opzioni: attendere o vendere i bond governativi che gli operatori finanziari hanno in pancia. In quest’ultimo caso, potrebbe aprirsi una crisi di fiducia tanto intensa quanto distruttiva sia per l’Italia sia per l’eurozona.

Proprio come successo nel Paese che ha messo in luce tutte le lacune europee nella gestione delle crisi, l’Italia che va alle urne si chiede cosa deve fare. E lo fa dopo una campagna elettorale fra le peggiori degli ultimi 20 anni. Del resto, quello che è successo da dicembre a oggi non è altro che lo specchio di un Paese che non ha ancora espresso tutta la sua rabbia. Colpa forse dell’ammorbamento nei confronti di una classe politica che è diretta espressione della società. Date le premesse, e le analogie, c’è poco da stare tranquilli.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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