Se i mercati criticano l’ex beniamino Monti

Le riforme del Professore

28 Febbraio Feb 2013 1900 28 febbraio 2013 28 Febbraio 2013 - 19:00
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Dall’inferno al paradiso e ritorno. Dopo aver vissuto la crisi dal punto vista economico, l’Italia sta vivendo quella politica. La formazione di un governo stabile è ancora in discussione. Allo stesso tempo crescono i dubbi sul reale effetto delle misure introdotte dal governo tecnico guidato da Mario Monti. L’impatto sulla credibilità internazionale del Paese è evidente, ma forse non è lo stesso per i benefici economici delle azioni del presidente del Consiglio uscente. O meglio, come dice Bank of New York Mellon, «solo fra qualche anno si capirà se Monti è stato un bluff».

La dicotomia dell’immagine di Mario Monti in ambito europeo e in ambito domestico è ancora più evidente dopo il voto di domenica scorsa. Il risultato della lista centrista creata dall’ex commissario europeo non ha sfondato ed è evidente che Monti sia stato il maggiore sconfitto della tornata elettorale. Eppure, la percezione che ha Bruxelles è completamente diversa. Presente oggi allo European Competition Forum, Monti è stato applaudito come nei giorni in cui ha preso le redini del Paese per traghettarlo fuori dall’emergenza. Non solo. «Senza Monti l’Italia di oggi sarebbe un’altra Grecia, più grande e pericolosa per tutti», si dice da mesi a palazzo Berlaymont.

Ma è davvero così? I dubbi, soprattutto delle banche d’investimento, sono tanti. In particolare, Citi e Morgan Stanley hanno più volte detto, negli ultimi mesi, che l’azione di governo di Monti poteva (e forse doveva) essere più orientata alla crescita economica piuttosto che al mero consolidamento fiscale. «La recessione è stata amplificata, il carico fiscale non è stato abbassato e le liberalizzazioni sono ancora in divenire», dice un’analisi di Scotiabank. Eppure, la popolarità di Monti, specie all’estero, è elevatissima.

Una posizione netta, l’unica di questa caratura, sugli effetti delle riforme adottate dal governo Monti l’ha data il Fondo monetario internazionale (Fmi). Il 24 gennaio scorso è stato infatti diffuso un working paper del Fmi, curato da Lusine Lusinyan e Dirk Muir, in cui sono stati presi in esame tutti i provvedimenti di Monti nel suo periodo a Palazzo Chigi. Prendendo in esame la sola riforma del mercato del lavoro, il potenziale di crescita liberato nell’arco di cinque anni è dell’1,1%, valore che sale fino a quota 1,8 punti percentuali sul lungo termine. Poco, considerando che la riforma di questo settore è stata per mesi la più sponsorizzata in ambito europeo come l’esempio dell’efficacia dell’azione dell’esecutivo tecnico.

Diverso il discorso per la riforma del mercato dei prodotti, ovvero le liberalizzazioni. In linea teorica è quella che potrebbe avere l’impatto maggiore sul Pil italiano: 4,4% nell’arco di cinque anni, 8,3% nel lungo periodo. In questo caso, sarà cruciale per il nuovo governo continuare sulla strada intrapresa. C’è poi la riforma fiscale, croce e delizia di ogni esecutivo. L’effetto complessivo, sempre nell’orizzonte temporale di una legislatura, è di 3 punti percentuali pieni, che possono diventare 9,8 nel lungo termine.

Nei calcoli del Fmi, se tutte queste riforme fossero a regime, l’economia dell’Italia potrebbe avere un giovamento mai visto prima. Nello specifico, nell’arco di un anno potrebbe crescere dell’1,7%, nell’arco di due anni del 3,2%, nell’arco di cinque dell’8,6% e nel lungo termine del 21,9 per cento. Cifre mai viste per il Paese. In questo modo, spiegano dal Fmi, l’obiettivo di abbattere parte dell’immenso debito pubblico italiano, circa 2.000 miliardi di euro, potrebbe essere più alla portata del Paese.

Le cifre dell’istituzione guidata da Christine Lagarde sono quelle riprese da Monti e utilizzate per dimostrare la bontà del suo lavoro come presidente del Consiglio. Tuttavia, va ricordato che più volte negli ultimi mesi il Fondo monetario internazionale è stato oggetto di pesanti discussioni in merito ai modelli economici utilizzati per prevedere l’andamento delle singole economie. Nei mesi scorsi, in relazione al moltiplicatore fiscale utilizzato nelle Debt sustainability analysis (Dsa) relative alla Grecia, sono arrivate le scuse del capo economista del Fmi, Olivier Blanchard. Per ora nessuno ha messo in discussione l’ultimo lavoro del Fmi, ma il rischio che i calcoli non siano corretti esiste.

Sulla stessa linea d’onda del Fmi è la Commissione europea. Bruxelles ha già espresso una viva preoccupazione per l’esito del voto italiano, restando però fiduciosa che un nuovo governo sarà comunque formato. Alla base di questa convinzione, la Commissione sta spingendo per un veloce ritorno al percorso iniziato da Monti, che non deve essere interrotto. Di opinione diversa sono invece il Partito democratico di Pier Luigi Bersani, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e il Popolo della libertà di Silvio Berlusconi. Quale sarà la prossima politica sui temi economici dell’Italia? «Per ora è questa la maggiore incognita dopo i dubbi sulla formazione di un nuovo esecutivo», dice Bank of America-Merrill Lynch.

La differenza di vedute su Monti è elevata. Adorato come il salvatore dell’Italia (e forse dell’eurozona) in Europa. Odiato per via delle sue politiche di austerity in patria. A ben guardare, tuttavia, è evidente che l’impatto più significativo per la stabilizzazione della crisi italiana a cavallo fra 2011 e 2012 sia stato quello prodotto dalle misure della Banca centrale europea di Mario Draghi. Prima, con gli acquisti di bond governativi sul mercato obbligazionario secondario tramite il Securities markets programme (Smp). Poi, data la riluttanza del governo di Silvio Berlusconi a introdurre le riforme richieste da Bruxelles per mettere in sicurezza i conti italiani, ha stoppato tutto. Con l’arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi, e con l’arrivo delle prime riforme (pensioni e lavoro), c’è anche stato il margine operativo per creare un nuovo programma. Sono le note Outright monetary transaction (Omt), create per mitigare il crescente rischio di convertibilità. «È chiaro a tutti che il vero salvatore dell’Italia è Draghi», afferma con tranquillità Lombard Street Research. Gli unici a non averne preso coscienza in pieno pare che siano Bruxelles e Washington.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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