Le tante illusioni di un’area di libero scambio Usa-Ue

L’analisi del Think Tank Bruegel sulla Partnership Transatlantica

10 Marzo Mar 2013 2025 10 marzo 2013 10 Marzo 2013 - 20:25
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Messe Frankfurt

La decisione di lanciare un negoziato bilaterale per la creazione di una zona di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, chiamata Partnership per gli scambi commerciali e gli investimenti transatlantici (Ttip), o più semplicemente area di libero scambio tra Ue e Usa, è stata salutata sulle due sponde dell’Atlantico come una storica evoluzione nelle relazioni commerciali tra Washington e Bruxelles.

Il presidente della Commissione Ue, Barroso, ha spiegato che un futuro accordo «tra le due più importanti potenze economiche mondiali sarà rivoluzionario», fissando non solo gli standard per i successivi accordi commerciali bilaterali europei e «per lo sviluppo delle regole a livello mondiale», ma anche creando «decine di miliardi di euro di ricchezza ogni anno e decine di migliaia di nuovi posti di lavoro». Dal canto suo, il Presidente Obama, durante il suo discorso sullo stato dell’Unione, ha avuto toni più moderati, dedicando solo una battuta al lancio dei negoziati commerciali con l’Unione Europea, «affinché un commercio libero ed equo tra le due sponde dell’Atlantico possa favorire milioni di posti di lavoro americani ben pagati».

Perché mai Ue e Usa, che già godono di basse barriere al commercio e un rilevante flusso di scambi e di investimenti reciproci, hanno deciso di intraprendere questo storico progetto ma, soprattutto, perchè in questo momento?
L’idea di costituire un’area di libero scambio tra Europa e Stati Uniti non è certo nuova. Negli anni Sessanta, al culmine della Guerra Fredda, l’America propose la creazione di una zona di libero scambio del nord Atlantico (Nafta). Mentre negli anni Novanta, caduto il Muro e con la fine della politica dei due blocchi, l’iniziativa arrivò dall’Europa, che propose di istituire un’area di libero scambio transatlantica (Tafta). Lo scopo principale della Tafta non era però economico bensì politico. Altro non era che la risposta al timore, principalmente tedesco e inglese, che la fine della Guerra Fredda avrebbe causato un disimpegno americano dall’Europa con il conseguente collasso della Nato. Questa iniziativa è rimasta senza successo ma ha portato alla creazione di una Nuova Agenda Transatlantica; un forum per promuovere la cooperazione transatlantica a livello normativo, che a sua volta non ha trovato grosso seguito. Non a caso fu sostituito dalla Nuova Partnership economica Transatlantica, un ulteriore progetto per ridurre gli ostacoli normativi, concepito nel 2007 dalla Cancelliera Merkel e dall’allora Presidente Bush con l’obbiettivo di appianare le rispettive divergenze politiche in relazione alla seconda Guerra contro l’Iraq. Tuttavia anche questa iniziativa raggiunse un modesto risultato, specie economico.

Così il linguaggio da Guerra Fredda sembra ancora resistere nelle parole usate da alcuni leader europei per giustificare l’Iniziativa per gli scambi commerciali e gli investimenti Transatlantici. «Si tratta del peso dell’Occidente, un mondo libero negli affari economici e politici mondiali», ha dichiarato il Commissario Europeo al commercio De Gucht, durante una recente conferenza. Questa volta il nemico non è l’Unione Sovietica ma sembrano essere i paesi Brics (e in particolare la Cina), che già oggi hanno un Pil aggregato equivalente a quello europeo o statunitense, e ancora maggiore se la comparazione viene fatta a parità di potere d’acquisto invece che usando il tasso di cambio. All’attuale, infatti, Pechino sarà la più grande economia mondiale prima del 2030, una posizione che in realtà potrebbe raggiungere già prima del 2020, se si calcola il Pil a parità di potere di acquisto. Obama ad esempio nel suo discorso sullo stato dell’Unione ha fatto un esplicito collegamento tra il Ttip e l’Iniziativa di Partnership Trans-Pacifica che è avviata da qualche tempo e che proprio la Cina considera economicamente e politicamente ostile.

La Partnership Transatlantica mira quindi a preparare al meglio l’Europa e l’America alla “guerra di mercato” contro i Bric e le altre potenze economiche emergenti. Come già dichiarato dal Commissario De Gucht, per farlo si cercherà non solo di rimuovere le ultime barriere al commercio, ormai residuali se si eccettua l’agricoltura, che però sarà di fatto esclusa dal negoziato, ma ci si focalizzerà principalmente sul tentativo di rendere “compatibili” regole e regolamenti europei e statunitensi.
L’armonizzazione e financo il mutuo riconoscimento di regole e regolamenti, chiaramente non è un’opzione. Se lo fosse, l’Unione Europea e gli Stati Uniti sarebbero stati già in grado di costruire un unico mercato Transatlantico, e l’iniziativa sarebbe stata storica. Sarebbero stati già in grado di mettere da parte le proprie differenze in nome della competitività e della minaccia rappresentata dai Paesi emergenti. Se l’armonizzazione ed il reciproco riconoscimento sono dunque decisamente irraggiungibili, cosa significa rendere regole e regolamenti “compatibili”? Direi non molto di più di un semplice scambio di informazioni e di un maggior dialogo, niente che possa significare una vera rivoluzione economica. La stessa indicazione di “decine di migliaia di nuovi posti di lavoro” che verranno creati in Europa grazie al Ttip, da confrontare con i circa 25 milioni di attuali disoccupati continentali, sembra confermare l’idea che gli artefici dell’iniziativa Euroamericana stiano puntando ad obiettivi politici piuttosto che economici. Probabilmente lo scopo principale è proprio rassicurare gli europei, che vivono sulla pelle il prezzo della recessione e che l’America considera ancora cruciali nelle relazioni transatlantiche.

Al fondo, quindi, la vera questione che solleva la Ttip è cosa ne sarà dell’attuale sistema commerciale multilaterale che americani ed europei hanno creato alla fine della seconda Guerra mondiale, oggi palesemente in difficoltà nell’adeguarsi al mondo del ventunesimo secolo con molta probabilità dominato dall’Asia. Come impatterà su vasta scala? Spingerà la Cina e l’India a rivitalizzare l’Organizzazione Mondiale del Commercio sulle linee stabilite dal Ttip oppure Pechino e New Delhi vivranno questa iniziativa come un ulteriore tentativo del Vecchio Mondo di rimanere aggrappato alla propria supremazia economica? Un commentatore australiano recentemente ha sostenuto che l’iniziativa Euroamericana potrebbe segnare la fine del “Secolo Asiatico” appena una decina d’anni dopo il suo inizio. Io lo dubito. Penso invece che l’effetto reale più probabile, se ce ne sarà uno, oltre ad una bella cerimonia a Bruxelles e a Washington per la firma dell’accordo, sarà proprio l’inizio della fine del sistema commerciale mutilaterale finora conosciuto. Il sistema Gatt/Wto si è sempre basato su due gambe: la prima rappresentata dalla liberalizzazione degli scambi commerciali, la seconda dal complesso normativo che consiste in un corpus di diritti ed obblighi e in un sistema di risoluzione delle controversie nel caso in cui le norme non vengano rispettate. È chiaro che se la prima gamba continua ad indebolirsi a colpi di accordi bilaterali, di cui la partnership euroamericana di libero scambio sarebbe la più grande, è difficile immaginare che la seconda, da cui dipende il Wto, possa rimanere sufficientemente forte per sostenere l’attuale sistema commerciale multilaterale, a cui Europa e Stati Uniti rivendicano peraltro il loro attaccamento. Naturalmente il Wto non scomparirà completamente, nessuna organizzazione internazionale lo fa. Diventerà però come l’altra organizzazione con sede a Ginevra, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro: un posto con una bella vista sul lago dove i ministri fanno dei bei discorsi una volta all’anno, senza prendere mai decisioni importanti. 

*Senior Fellow del Think Tank economico Bruegel di Bruxelles

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