Perché i nostri atleti sono tutti pagati dallo Stato?

Sembra l’Unione Sovietica: gli atleti degli sport minori devono passare per le squadre militari

11 Marzo Mar 2013 1510 11 marzo 2013 11 Marzo 2013 - 15:10

Anomalia italiana o eccellenza del Belpaese? Ognuno ha la sua idea, ma il dato è chiaro: una fetta consistente degli atleti italiani prende lo stipendio e si allena per conto delle forze armate o dei corpi di polizia. La truppa degli sportivi in divisa (il quotidiano L’Indipendenza li chiama "burocrati in tuta") conta centinaia di nomi in decine di discipline: dalla scherma al nuoto, dall’atletica alle arti marziali, dal canottaggio alla ginnastica, passando per ping pong, rugby, sci e pugilato. I centri sportivi sono disseminati in tutta Italia (l’Esercito ne ha sei, la Polizia nove) anche se la maggior parte si trova nella Capitale.

Quello che a molti sembra un retaggio dell’Unione Sovietica da noi è pratica totalizzante, corsia preferenziale per la valorizzazione dello sport agonistico, con un trend in crescendo. A Barcellona ’92 gli atleti azzurri con le stellette erano il 27% della spedizione, a Londra 2012 la percentuale è lievitata al 63. I soldi li mette lo Stato ed è cosa nota che le leggi finanziarie prediligano il settore della Difesa o delle forze armate al ministero dello sport, peraltro senza portafoglio, recentemente accorpato ad affari regionali e turismo. Nel 2012 il Coni, ente pubblico, ha ricevuto 428 milioni di euro, di cui 408,9 provenienti dal ministero del Tesoro (il doppio di quanto spende la Francia). Alle federazioni e alle forze armate sono stati girati 246 milioni, mentre il resto è stato utilizzato per il funzionamento del carrozzone Coni.

Eccezion fatta per discipline pop come calcio, basket e tennis, nelle altre la presenza delle forze armate è monopolistica e salvifica allo stesso tempo, con maestri, risorse e know how che non ha nessun altro. I risultati si vedono: alle Olimpiadi di Londra, su 290 atleti italiani, ben 194 indossavano la divisa di Aeronautica, Marina, Esercito, Guardia Forestale, Vigili del Fuoco, Guardia di Finanza, Carabinieri, Polizia di Stato e Penitenziaria. Emblematico il fatto che i sedici azzurri tornati con una medaglia d’oro al collo appartengano tutti a corpi di polizia o forze armate: Carlo Molfetta è carabiniere, Niccolò Campriani finanziere, Valentina Vezzali poliziotta, Daniele Molmenti forestale e così via. Fino agli argenti e ai bronzi, con l’89% di medaglie italiane conquistate da atleti "di stato", in aumento rispetto al 77% di Pechino 2008.

Ai "londinesi" devono aggiungersi centinaia di colleghi rimasti in patria, perché non qualificati o perché praticanti discipline non olimpiche come il rugby. La palla ovale, ad esempio, è il fiore all’occhiello della Polizia di Stato che a Roma alleva la squadra delle "Fiamme Oro", militante in serie A. I suoi giocatori sono poliziotti, con distintivo e pistola. Entrati per concorso, si allenano nella stessa caserma del reparto celere, mangiano alla mensa dei colleghi della mobile e a fine carriera proseguono l’attività all’interno della Polizia: i più fortunati in ambito sportivo, gli altri nei vari reparti della Ps.

Gli sportivi appartenenti agli altri corpi dello Stato fanno una trafila simile. Accesso tramite concorso (legge 78/2000), allenamenti quotidiani, stipendio tra i 1000 e i 1400 euro, in alcuni casi anche vitto-alloggio e una stabilità economica (lontana anni luce da quella dei colleghi calciatori) che permette di vivere da agonisti. «Per le Fiamme Gialle, se vinci arriva anche la borsa di studio del Coni e alcune federazioni sportive decidono di dare del denaro agli atleti su cui vogliono investire», precisa Antonio Rossi, canoista plurimedagliato olimpico con la divisa della Finanza.

Quella dei gruppi sportivi militari è una peculiarità tutta italiana che strappa applausi e fa discutere sul perché parte dei soldi statali debbano essere investiti in atleti pubblici e non nella sicurezza, o sul perché non si incentivino società e privati che in discipline meno fortunate del calcio faticano ad affermarsi. In questo campo le eccezioni sono poche, una risponde al nome del circolo Canottieri Aniene, guidato da Giovanni Malagò, che il 19 febbraio scorso è diventato presidente del Coni. Club d’elite e ammiraglia sportiva, il Canottieri Aniene ha spedito a Londra 2012 ben 25 atleti, tra cui Federica Pellegrini, Flavia Pennetta e Josefa Idem.

La situazione è complessa, con lo sport di base lasciato alle società dilettantistiche che spesso si vedono scippare giovani talenti pronti a spiccare il volo nelle caserme anziché nei campi civili. D’altra parte per i corpi di polizia e dell’esercito i gruppi sportivi rappresentano un investimento di immagine. Atleti, squadre e medaglie sono i biglietti da visita da mettere in bacheca ed esibire agli eventi istituzionali. Realizzando al contempo sogni e carriere degli sportivi che vogliono fare del professionismo il proprio mestiere.

«Per alcune discipline se non ci fossero i gruppi sportivi militari dovremmo inventarli», confessa Eddy Ottoz, medaglia di bronzo a Città del Messico 1968 e oggi membro della giunta del Coni. «Lo sport di alto livello, soprattutto in alcune discipline, morirebbe per mancanza di supporto per l’alta qualificazione». È pur vero che «per altre discipline militari ci vogliono talmente bene da stringerci in un abbraccio mozzafiato: ti baciano e ti soffocano e non riesci più a respirare». Rincara la dose Pietro Mennea: «lo sport d’elite dipende dai gruppi militari, senza è nulla». Secondo il campione dei 200 metri, oggi avvocato e docente universitario, «siamo paragonabili ai vecchi paesi dell’Est che non esistono più, dove gli atleti erano tutti militari».

Capita pure che i corpi arrivino a contendersi (e a strapparsi) gli atleti migliori in una sorta di mercato dei campioni, celebrato in ambito statale. Curioso, a tal proposito, il polverone sollevato l’estate scorsa dalla "campagna acquisti" della Polizia Penitenziaria che si è assicurata una quindicina di fuoriclasse per le Olimpiadi, da Aldo Montano a Clemente Russo, facendo arrabbiare le forze armate "concorrenti" e il generale Rinaldo Sistili, capo ufficio collegamento tra le forze armate e il Coni.

I gruppi sportivi militari si confermano un’anomala eccellenza italiana, candidandosi ad ancora di salvezza almeno fino a quando lo Stato non interverrà nella rimodulazione dello sport di base, magari investendo su scuola e università. Nel 2012 il progetto di alfabetizzazione motoria per le scuole primarie, joint venture tra Coni e ministero dell’Istruzione, ha racimolato un budget di appena 5 milioni di euro. Eppure i dati dicono che il 23% dei giovani tra i 6 e gli 11 anni ha problemi di obesità, senza contare che nella fascia 15-24 anni solo il 38% degli italiani si dedica allo sport (70% in Spagna, 65% in Germania e Francia). Un impegno, seppur vago, è giunto da Pier Luigi Bersani, recentemente intervistato da Enrico Varriale su sport e politica. Al futuro governo l’ardua sentenza e il destino dei nostri atleti, militari o civili che siano. 

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