È il vino la nuova bolla speculativa cinese

Consumi alla pechinese

73444638
20 Marzo Mar 2013 1843 20 marzo 2013 20 Marzo 2013 - 18:43
Messe Frankfurt

Pechino. Sanlitun, a Pechino, è il quartiere dove businessmen e giovani hipster occidentali si mescolano a cinesi iperconsumisti e anglofoni negli scintillanti locali della movida locale. In un noto ristorante, il facoltoso ospite danese riceve in dono dai partner cinesi una bottiglia di Chateau Lafite, sinonimo di vino pregiato francese. Viene stappata con tutte le cerimonie del caso e l'occidentale non può fare a meno di accorgersi che è un falso, prima ancora di assaggiarne il contenuto.

Lui è infatti un raffinato conoscitore di vini e sa benissimo che il tappo del Lafite è lungo 5,5 centimetri, mentre quello della bottiglia che ha sotto gli occhi non arriva a 5. Anche le venature del sughero sono troppo rade. Non è quella la qualità dei tappi premium, che sono ricavati da cortecce di sughero di montagna, più resistenti agli stress idrici e con linee più fitte.
Perché nessuno perda la faccia, viene ordinata un'altra bottiglia di Lafite: falso anche quello. Panico nel ristorante, perché un vino fake da 30mila renminbi (oltre 3mila euro) potrebbe anche configurarsi come frode.

«Ci siamo accorti a novembre che qualcosa non quadrava», racconta l'importatore europeo che vuole restare anonimo. «È il mese clou, quando vendiamo il vino ai retailer in vista di Chunjie, il capodanno cinese di febbraio. Il nostro rivenditore, con cui abbiamo l'esclusiva, non comprava. Posto che i cinesi ricaricano sempre i prezzi del 400 per cento, lui, prima della festa, ci ha comunque aggiunto un ulteriore venti per cento e il risultato è stato il vino invenduto sugli scaffali: meno 30 per cento. Adesso svende. Ma se sapeva già a novembre che il mercato era in contrazione – si chiede oggi il nostro importatore – perché ha aumentato ulteriormente i prezzi?»

La risposta è la «legge dell'avocado»: subito dopo il capodanno cinese, chi scrive voleva comprare un avocado, ma al banco del mercato si è accorto che costava il triplo rispetto al solito. Dopo avere chiesto spiegazioni al commerciante, si è sentito candidamente rispondere: «Siccome a Chunjie non ho venduto, adesso devo rifarmi». Ecco le leggi di mercato ribaltate «secondo caratteristiche cinesi»: visto che non vendo la mia verdura, aumento i prezzi così faccio lo stesso il mio profitto con i pochi spendaccioni che comprano comunque. E se invece sono costretto a chiudere bottega dopo un mese (nel caso in questione, ovviamente l'avocado è rimasto lì), mi metto a vendere pentole. Per il vino, vale la stessa legge.

Cos'hanno in comune queste due storie? La prima ci racconta come il mercato sia stato gonfiato. La seconda, come stia crollando. È la bolla del vino, il più recente esempio di speculazione in Cina.

La nuova leadership uscita dal congresso del Partito comunista dello scorso novembre si è immediatamente lanciata in una grande campagna anticorruzione, che colpisce soprattutto i consumi di lusso: «Rigorosi nel risparmio, contro gli sprechi», ha tuonato Xi Jinping. Per accanimento (almeno a parole), la campagna ricorda i famosi “movimenti” di Mao Zedong.

«Un tipo di Suzhou mi ha raccontato che in quella città i funzionari non possono lasciare cibo avanzato nei ristoranti, così non ne ordinano troppo – racconta un amico -. E se qualcuno vede la macchina di un ufficiale parcheggiata di fronte a qualche negozio o locale di lusso, può denunciarlo via telefono».

Volare bassi è il passaparola. Il mercato del grande vino era stato alimentato (e gonfiato) proprio dal consumo dei funzionari e delle grandi imprese di Stato. Regali da sottoposto a superiore, omaggi in occasione di grandi eventi, una bottiglia pregiata per ottenere un favore. Per un mercato non necessariamente finalizzato al consumo o al collezionismo – in Cina non c'è ancora una vera e propria cultura del vino - bensì all'investimento, proprio come nel caso della bolla immobiliare: se il prezzo di quel particolare immobile o vino d'annata quadruplica, allora si vende. 

Erano così nati veri e propri fondi speculativi sul vino high-end, soprattutto su quello francese. Il fondo Bordeaux rendeva due anni fa il 160 per cento all'anno, secondo esperti della società di risparmio gestito Austen Morris.
Ora la pacchia è finita e il vino d'alta gamma scende drammaticamente di prezzo.
«Per capire come va in generale, - racconta ancora il nostro importatore - mi sono fatto un giro nelle enoteche di lusso: il Chateau Lafite più costoso, "l'annata del secolo" 1982, lo trovi a 98mila renminbi (12mila euro), quando fino a pochi mesi fa era a 140mila (17mila). È crisi».

Contemporaneamente al vino di qualità, negli anni scorsi esplodeva anche il consumo dei prodotti meno rinomati. Fino al dicembre scorso, a Pechino nascevano in media sei nuove enoteche alla settimana e il vino stava gradualmente affiancandosi alla tradizionale bai jiu, la grappa cinese. 

Il buon affare legato al vino era così stato fiutato un po' da tutti, cinesi e stranieri, e oltre Muraglia piovevano damigiane.
Immediatamente c'è chi ha capito che, di fronte a consumatori tutto sommato sprovveduti e in uno scenario speculativo, è possibile fare due cose: primo, moltiplicare il prezzo del vino per quattro; secondo, falsificarlo.

Moltiplicare. Un bicchiere di rosso d'importazione e di qualità discreta, consumato in uno dei locali “cosmopoliti” che rivelano la gentrificazione di Pechino, non costa meno di 50 renminbi (6 euro): un prezzo del tutto assimilabile ai nostri, ma in un contesto in cui il carovita è per il momento ancora inferiore.

Questo mercato markup 4 (ricaricare il prezzo quattro volte) funziona in base a due modelli. Il primo è la fidelizzazione, come abbiamo visto nel caso del nostro importatore europeo. Il retailer gli chiede l'esclusiva su una particolare cantina e si incarica di distribuirla in tutto il Paese, così può controllare il prezzo di quel particolare vino e fare il suo markup 4 senza dovere competere sul prezzo con nessun altro.

Il secondo è “one shot”: una botta e via. L'importatore compra direttamente il vino all'estero, commercializza una partita di una data cantina una sola volta, applica il markup 4, e la volta successiva cambia prodotto. Se un tipo/marca di vino arriva e sparisce in fretta, nessuno se ne ricorderà più nel giro di poco tempo e indagherà troppo sul rapporto tra prezzo/qualità.

Falsificare. I ricarichi del 400 per cento diventano ovviamente fantascientifici se si taglia il vino con prodotti locali o lo si allunga con acqua. Ed ecco la storia del nostro intenditore danese. Si racconta che la bottiglia dello scandalo fosse stata fornita da un grosso retailer molto accreditato sul mercato cinese. Evidentemente, disposto a dare comunque credito a chiunque pur di accaparrarsi le poche bottiglie di Chateau Lafite in circolazione, dato che non se ne parla di trovarle per canali ufficiali: per partecipare alle aste bisogna essere accreditati e per i venditori storici ci sono le assegnazioni di pochissime bottiglie.
Si dice così che il 70 per cento di questo vino sia falso, anche se venduto per vero e a prezzo stellare.

Adesso il mercato premium è quindi sotto assedio. Da un lato, politici, burocrati e militari sono costretti all'astinenza da una nuova leadership che vieta la bevuta costosa nei banchetti ufficiali e a spese dei cinesi. Dall'altro lato, il falso mina la speculazione alla base, perché chi compra per investire rischia di trovarsi invece con il nulla tra le mani. E nel momento in cui le voci circolano, non compra più.

Tuttavia, per garantirsi i profitti, i retailer hanno comunque aumentato i prezzi sotto Chunjie in base alla «legge dell'avocado». E adesso si trovano con l'invenduto sul groppone.

«Il nostro venditore non ci compra più il vino d'alta gamma e vuole solo l'entry level», conclude il l'importatore europeo. Tira infatti ancora il vino di qualità medio-bassa, sul quale i venditori applicano comunque il markup 4 ma che non è trainato dal mercato di lusso. Costa tra gli 80 e i 280 renminbi alla bottiglia (10-35 euro) e non è necessario essere funzionari corrotti per poterlo bere. Al massimo, si rischia un mal di testa.

 

Potrebbe interessarti anche