Corea del Nord: uno Stato sempre in lotta col mondo

Pyongyang è pericolosa, ma non si può fare niente

Kim Jong Un Corea
4 Aprile Apr 2013 2000 04 aprile 2013 4 Aprile 2013 - 20:00

Nessuno si interesserebbe molto alla Corea del Nord – un paese piccolo e isolato di circa 24 milioni di abitanti, governato da una grottesca dinastia che si autodefinisce comunista – se non fosse per le sue armi nucleari.

Il suo attuale capo di stato Kim Jong-un, il nipote trentenne del fondatore e “Grande Leader” della Corea del Nord, minaccia di trasformare Seoul, la ricca e frizzante capitale della Corea del Sud in un «mare di fuoco». Anche le basi americane in Asia e nel Pacifico sono fra i suoi bersagli.

Kim sa molto bene che una guerra contro gli Stati Uniti, con tutta probabilità, implicherebbe la distruzione del suo paese, uno degli stati più poveri del mondo. Il suo governo non riesce neppure a sfamare il proprio popolo, regolarmente devastato dalle carestie. A Pyongyang, la capitale, non c’è nemmeno elettricità sufficiente per tenere accese le luci nei più grandi alberghi dalla città. Quindi, minacciare di attaccare il paese più potente del mondo sarebbe pura follia.

Ma non è né utile né plausibile presumere che Kim e i suoi consiglieri siano matti. Sicuramente, c’è qualcosa di molto strano nel sistema politico della Corea del Nord. La tirannia della famiglia Kim si basa su una mix di fanatismo ideologico, paranoia e feroce realpolitik. Ma questa miscela letale ha una storia che merita di essere spiegata.

La breve storia della Corea del Nord è abbastanza semplice. Dopo la caduta, nel 1945, dell’impero giapponese, che aveva regnato con una certa brutalità in tutta la Corea dal 1910, l’Armata Rossa Sovietica occupò il nord del paese, gli Usa il sud. I sovietici scelsero Kim II-sung, un ignoto comunista coreano preso da una base militare a Vladivostok, come leader della Corea del Nord. Leggende sulla sue imprese eroiche durante la guerra e sul suo stato di “divino” presto seguirono, creando così una personalità di culto.

La venerazione della famiglia Kim divenne parte della religione di stato. La Corea del Nord è, nell’essenza, una teocrazia. Alcuni elementi sono stati presi dallo Stalinismo e dal Maoismo, ma il culto dei Kim deve di più a forme indigene di sciamanismo: divinità umane che promettono salvezza (non è un caso che anche il Rev. Sun Myung Moon e la sua Chiesa di Unificazione siano coreani).

Il potere del culto dei Kim, però, e insieme la paranoia che pervade il regime della Corea del Nord, hanno un storia politica di lunga data e che inizia ben prima del 1945. Incastrata scomodamente fra la Cina, la Russia e il Giappone, la penisola coreana è stata a lungo un sanguinoso campo di battaglia per poteri più forti. I leader coreani riuscivano a sopravvivere solamente mettendo un nemico contro l’altro e offrendo subordinazione – principalmente agli imperatori cinesi – in cambio di protezione. Questo retaggio del passato ha alimentato paura e ripugnanza verso la dipendenza da paesi più forti.

La dinastia dei Kim si autolegittima attraverso il Juche, l’ideologia ufficiale del regime, che esaspera il concetto di autosufficienza spingendolo fino all’autarchia. Infatti, Kim II-sung e suo figlio, Kim Jong-il, erano tipici leader coreani. Crearono rivalità fra la Cina e l’Unione sovietica, assicurandosi la protezione di entrambe. Ovviamente, questo non ha impedito ai propagandisti nordcoreani di accusare i sud coreani di essere servi codardi dell’imperialismo americano. Chiaramente, la paranoia dell’imperialismo americano è parte del culto dell’indipendenza. La minaccia del nemico esterno è essenziale per la sopravvivenza della dinastia dei Kim.

La caduta dell’Unione Sovietica è stata devastante per la Corea del Nord tanto quanto lo è stata per Cuba. Non solo il supporto economico sovietico venne a meno ma, in aggiunta, i Kim non poterono più mettere un potere contro l’altro.

Rimase solo la Cina, e la dipendenza della Corea del Nord dal suo vicino al nord divenne quasi totale. Pechino potrebbe distruggerli in un giorno solo: basta tagliare cibo e carburante.

C’è solo un modo per spostare l’attenzione da questa situazione imbarazzante: la propaganda sull’autosufficienza e l’imminente minaccia da parte degli imperialisti Usa e dei loro “servi” sudcorani deve essere alimentata fino all’estremo. Senza questa paranoia orchestrata, i Kim perderebbero la loro legittimità. E nessuna tirannia può sopravvivere a lungo contando unicamente sulla forza bruta.

Alcuni sostengono che gli Usa potrebbero potenziare la sicurezza nel nord-est asiatico facendo un compromesso con la Corea del Nord – in particolare promettendo di non attaccare il paese né di cercare di rovesciare il regime dei Kim. È improbabile che gli americani accettino questo patto, e i nordcoreani non vogliono nemmeno che loro lo facciano. Tralasciando tutto il resto, c’è un importante motivo di economia interna che giustifica la reticenza americana: un presidente democratico non può permettersi di sembrare “debole”. Inoltre, anche se gli americani dovessero dare queste garanzie alla Corea del Nord, la propaganda paranoica del regime probabilmente proseguirebbe, vista l’importanza (per lo Juche) della paura del mondo esterno.

La loro tragedia è che nessuno vuole veramente cambiare lo status quo: la Cina vuole tenere la Corea del Nord come “cuscinetto”, e teme milioni di rifugiati in caso di tracollo; i sud coreani non potrebbero permettersi di assorbire la Corea del Nord come ha fatto a suo tempo la Germania Ovest con la Germania Est. Nemmeno il Giappone o gli Stati Uniti vogliono pagare per rimettere assieme i pezzi dopo l’implosione del paese.

In questo modo, una situazione esplosiva resterà esplosiva; la popolazione nord coreana continuerà a subire la tirannia e le carestie; e le minacce di guerra continueranno ad aleggiare sopra il 38esimo parallelo. Per ora sono solo minacce, ma basta poco – ad esempio uno sparo a Sarajevo – per scatenare una catastrofe. E la Corea del Nord continua ad avere le bombe nucleari.

Ian Buruma è docente di Democracy, human rights and journalism al Bard College a Annandale-on-Hudson, New York 

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