L’Italia senza veri istituti professionali non riparte

La crisi dell'occupazione

Facholnshule
4 Aprile Apr 2013 1530 04 aprile 2013 4 Aprile 2013 - 15:30

Attualmente in Italia esiste un tentativo di fornire formazione professionale a livello post-secondario, i corsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS), cui si sono recentemente affiancati gli Istituti Tecnici Superiori (ITS). Nel primo caso si tratta di corsi introdotti sul finire degli anni ’90, di durata compresa tra i 2 e 4 semestri organizzati su base regionale, e di norma imperniati su un polo formativo che fa capo a una scuola secondaria e coinvolge sia le università locali sia altre realtà territoriali quali imprese e associazioni di categoria.

I pochi dati a disposizione indicano che finora tali esperienze hanno avuto poco successo: nell’ultima rilevazione disponibile sui percorsi di studio e lavoro dei diplomati italiani (ISTAT 2007) su una popolazione di circa 450.000 diplomati del ciclo secondario superiore, solo 2430 individui (lo 0,54%) erano stati coinvolti in un corso IFTS nei tre anni successivi al diploma. Gli ITS (istituiti con decreto della Presidenza del Consiglio nel gennaio 2008) si presentano come una versione più strutturata dei corsi IFTS, di durata biennale. In questo caso la gestione e erogazione dei corsi resta in capo a un istituto secondario, ma vi partecipano attori del territorio quali dipartimenti universitari e associazioni di categoria. Al momento, su tutto il territorio nazionale si contano 59 istituti tecnici e professionali che hanno dato vita a un ITS.

I dati appena descritti indicano che il numero di studenti coinvolti nella formazione tecnica superiore è di gran lunga inferiore al quel 15% della popolazione giovanile che si registra in Germania. Parte del divario può essere dovuto a carenze strutturali, ovvero la mancata attivazione dei corsi da parte degli istituti superiori. Ma crediamo che anche qualora ciò avvenisse, questo percorso formativo resterebbe poco appetibile per gli studenti e le loro famiglie. E’ necessario offrire un percorso formativo che sia percepito come reale alternativa alla laurea triennale, e ciò può avvenire solo inserendo l’istruzione e formazione superiore nel sistema terziario, in parallelo alle lauree di primo livello, con corsi di durata analoga.

Le domanda che ci si deve oggi porre è la seguente: assumendo di voler andare verso un sistema tedesco, è opportuno creare le Fachhochschulen da zero (con nuove sedi, nuovi fondi etc.) oppure possiamo utilizzare parte del nostro sistema universitario per indirizzarlo verso diplomi terziari di tipo tecnico?

Il tipo di riforma che abbiamo in mente richiede studi di fattibilità e probabilmente degli studi pilota. Gli ingredienti per una transizione di successo sono molti e difficili:

1) bisogna convincere i professori, gli studenti e l’opinione pubblica che il percorso Fachhochschule è di pari dignità di quello universitario generalista e ha di fronte un mercato in ben maggiore espansione (come insegna esperienza tedesca e svizzera). Questo si può ottenere con l’introduzione di sistemi di certificazione delle competenze riconosciuti dalle imprese.

2) bisogna indicare quali università sono votate alla ricerca e quali non lo sono, con l’unica conseguenza che queste ultime non possono rilasciare certificati di dottorato (esattamente come in Germania) e devono ridurre le lauree specialistiche. Per affrontare questo punto è necessario un sistema di valutazione della ricerca che classifichi le università e probabilmente qualche incentivo alla mobilità orizzontale (tra università) dei professori.

Alcuni dei problemi che si pongono sono complicati:

1) Anzitutto il disegno istituzionale. Attualmente gli attori coinvolti negli ITS sono le scuole, le università, gli enti locali, e le associazioni di categoria. Questo pool di soggetti è anche quello che potrebbe continuare a operare nel nuovo sistema, anche se con pesi diversi. Al momento le scuole secondarie (Istituti Tecnici e Professionali) giocano un ruolo preponderante, di fatto gli ITS sono le appendici post-secondarie delle scuole. Il nuovo sistema dovrebbe avere natura terziaria, pertanto andrebbe sganciato dalle scuole secondarie, con cui dovrebbe mantenere intensi legami soprattutto in materia di orientamento degli studenti.

2) Andrebbero invece potenziati il ruolo delle imprese e delle università. Le imprese e le associazioni di categoria regionali (o comunque locali) dovrebbero contribuire alla formazione del corpo docente per gli aspetti più tecnologici e allo svolgimento della formazione on-the-job. Immaginiamo nel lungo periodo delle università tecniche con un buon numero di professori a contratto presi dalle imprese e dalle professioni che con esse stabiliscano un raccordo di fatto. Alle associazioni di categoria locali dovrebbe anche spettare il ruolo di designare un manager della didattica, ovvero un dirigente industriale che conosca a fondo i mutevoli fabbisogni del mercato del lavoro locale e sia in grado di trasmetterli a chi si occupa di programmare i contenuti dell’attività didattica.
Le università invece contribuirebbero alla formazione del corpo docente per gli aspetti più generalisti (matematica, lingue straniere, informatica, ma anche economia, contabilità e statistica). Nel lungo periodo si può stabilire quel legame tra università e tessuto produttivo locale sulla base di corsi misti teoria + apprendistato in azienda che caratterizzano il sistema tedesco e invece sono davvero lontani dal sistema italiano dove le imprese fanno gran uso dei contratti di apprendistato (ormai per lavoratori fino a 30 anni) ma rigorosamente separati dalla formazione universitaria.

3) E’ cruciale nel lungo periodo che alle università esistenti sia data la possibilità di specializzarsi nel nuovo segmento terziario, divenendo istituti universitari di formazione professionale. Infine, gli enti locali e il ministero dovrebbero fornire una severa attività di certificazione ex ante sulla qualità dei contenuti didattici, oltre che a stabilire una serie di incentivi ex post fondati sulla performance nel mercato del lavoro degli studenti che escono dal nuovo segmento terziario.

4) Andrebbe anche parallelamente potenziato l’elemento di alternanza scuola-lavoro a livello secondario negli Istituti Tecnici e Professionali, in modo mettere meglio a sistema istruzione/formazione tecnica secondaria e terziaria.

Uno degli obiettivi di una tale riforma è certamente quello di attrarre in misura massiccia gli studenti che altrimenti affollerebbero i corsi triennali verso i nuovi corsi professionalizzanti. Questo significa una riduzione dei posti di lavoro per gli attuali professori universitari. Questo calo di domanda colpirà quegli accademici che a) basano la propria attuale posizione in accademia sulla didattica e non sulla ricerca e b) non sapranno convertirsi all’insegnamento nel nuovo segmento. Similmente, ci perderebbero quei (tutt’ora pochi) insegnanti secondari che al momento sono stati reclutati negli ITS e che non transiterebbero nel nuovo segmento. Ma la riduzione del numero dei professori universitari è già un dato di fatto per esigenze di bilancio, per questa ragione riteniamo che oggi sia il momento adatto di scegliere se vogliamo ri-orientare il sistema universitario verso un sistema tedesco. In modo da poter ripartire su basi non più uniformemente generaliste ma differenziate.

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